NOTIZIE HA CHIESTO A QUATTRO CONSIGLIERI QUALE SARÀ LA FISIONOMIA DELLE REGIONI IN FUTURO

di Elena Correggia

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Sotto i riflettori di un intenso dibattito a livello parlamentare in occasione dell’esame del disegno di legge di revisione costituzionale, le Regioni sono oggi materia di riflessione da parte di studiosi, politici e amministratori. Notizie ha coinvolto in una tavola rotonda quattro consiglieri regionali, Giorgio Bertola (M5S), Alfredo Monaco (Scelta civica), Gilberto Pichetto (FI) ed Elvio Rostagno (Pd) per comprendere quale potrebbe essere la nuova, auspicabile fisionomia degli enti regionali nel prossimo futuro.

Quali sono le criticità che dovrà affrontare un processo di riforma che vada in direzione di un recupero del ruolo programmatorio e non solo di gestione delle politiche da parte dell’ente Regione?

Pichetto: Dopo quasi 50 anni dall’istituzione delle Regioni e dopo la riforma del titolo V della Costituzione, avvenuta nel 2001, che ha prodotto numerose criticità per quanto riguarda la legislazione concorrente, era doveroso mettere mano al riordino regionale. Tuttavia, è necessario liberare il campo dalla confusione attuale e pensare a una riforma delle Regioni che sia logicamente collegata anche a quella relativa alle competenze dello Stato e all’organizzazione istituzionale degli enti locali.

Rostagno: dopo cinque anni caotici a causa di riforme “spot” servono ora un’idea progettuale chiara e programmi condivisi per arrivare a definire un ruolo programmatorio regionale realmente efficace.

Monaco: Il paese ha bisogno di riforme ma non sono sicuro che il dibattito attuale stia andando nella direzione desiderata. Manca soprattutto la disponibilità ad ascoltare le voci minoritarie all’interno del sistema politico italiano e c’è quindi bisogno di introdurre contrappesi al potere. Inoltre, per attuare le riforme della Carta costituzionale proporrei l’istituzione di una camera ulteriore e transitoria rispetto ai due rami del Parlamento, eletta esclusivamente per occuparsi di questo delicato compito, evitando di coinvolgere gli eletti in Regione, già impegnati per il proprio mandato sui loro territori.

Bertola: La riforma del titolo V della Costituzione è stata un’esperienza fallimentare, sono stati generati sprechi, inefficienze, anche per un problema di qualità della classe politica, e ora manca una vera autonomia finanziaria regionale, in un momento in cui i trasferimenti statali diminuiscono. La riforma del Senato, così come proposta, rischia di accrescere i problemi. Sono contrario alla formazione di una Camera non più elettiva, composta da nominati o eletti in altre istituzioni, come le Regioni, poiché si crea una difficoltà nella rappresentatività delle forze politiche di minori dimensioni.

Un rafforzamento dell’autonomia e dell’efficienza regionale può voler dire anche la possibilità di svolgere funzioni in comune fra regioni, affrontando in modo unitario questioni di interesse condiviso fino a un’ipotesi di federalismo macroregionale? Qual è la vostra opinione in merito?

Bertola: L’importante è trovare il livello territoriale regionale adeguato per gestire le politiche ed evitare di dar luogo a ulteriori sovrapposizioni di competenze. Più che un federalismo macroregionale sarei propenso a valutare forme di convenzioni o associazioni per gestire le funzioni che hanno portata sovraregionale.

Monaco: Le Regioni esprimono identità culturali e aggregazioni sociali difficili da riprodurre, salvo che per funzioni gestionali di base che non richiedono scelte politiche, come le attività amministrative e contabili, per esempio, sulle quali si potrebbero ottenere economie qualora fossero svolte in forma associata.

Rostagno: Sono convinto della necessità di avere regioni con dimensioni maggiori. Su molte materie si potrebbero evitare sprechi e doppioni se si legiferasse insieme. Sulla dimensione delle macroregioni si può discutere ma sono d’accordo sulla loro utilità.

Pichetto: Il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna costituiscono insieme la più grande area produttiva d’Europa e probabilmente battono anche il Baden Wuttemberg. Ciò significa che se avessero norme e procedure uniformi in campi come per esempio l’urbanistica, i lavori pubblici, la sanità potrebbero fornire un servizio enorme ai cittadini. La sopravvivenza del simbolo importa poco di fronte alla possibilità di eliminare una serie di limiti e steccati. Questo è il concetto di macroregione da promuovere. Non condivido invece l’idea di una macroregione del Nord in termini istituzionali che significherebbe dividere il paese, non avere più l’Italia.

La ridefinizione di poteri e competenze fra Stato centrale e Regioni renderebbe più efficace la politica regionale anche nei rapporti con gli enti locali. Quali sono i nodi da sciogliere in questo ambito, anche alla luce della recente abolizione delle Province?

Pichetto: L’abolizione delle Province ha in realtà aumentato i costi perché per non rispondere a nessuno si lascia governare la burocrazia. Se si intende realizzare una diversa suddivisione territoriale bisogna invece fare in modo che funzioni a prescindere dalla sopravvivenza o meno di un partito o dell’altro. Oggi lo Stato ha eliminato le Comunità montane, vuole unire i Comuni e approva norme applicabili a Roma ma non certo a un territorio con 1.206 Comuni come il Piemonte.

Rostagno: L’elettorato vede nelle riforme la soluzione ai problemi ma se si accelera troppo si rischia di creare guai. La criticità maggiore nella riforma delle Province è stata la sovrapposizione di ambiti connessa ai provvedi-menti che hanno determinato l’esercizio associato di funzioni. La conseguenza è che si è dato vita a un ordina-mento disorganizzato. Bisogna pensare poi che un processo riformatore non deve prefiggersi l’aspetto economico come obiettivo ultimo, non è così che realizzeremo risparmi.

Monaco: È necessario fare chiarezza e abbandonare gli spot a effetto mediatico e i tanti minuetti parlamentari. La cosa più semplice sarebbe stilare un elenco, che non richieda interpretazioni, per stabilire che cosa debbano fare le Regioni in autonomia, senza conflitti di competenze e senza sovrapporsi rispetto ai compiti di Province e Città metropolitane.

Bertola: Le Province non sono state abolite, bensì le cariche a elezione diretta dei consiglieri provinciali. Alle Province sono state attribuite funzioni residuali che dovrebbero essere svolte dal 50% in meno del personale. Si è insomma toccato l’assetto istituzionale con l’ansia di perseguire il risultato per comunicarlo, piuttosto che ricercare dei reali effetti positivi. Servirebbe invece pensare a una riforma congiunta del rapporto Stato-Regioni, che consideri tanto le competenze regionali quanto i rapporti fra Regioni ed enti locali, anche attraverso un’Assemblea costituente. Sarebbe inoltre auspicabile coinvolgere maggiormente in questo processo i cittadini per le scelte che li riguardano direttamente.

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