C’è vita dietro le sbarre

UNA REALTÀ IN CONTINUO MUTAMENTO, TRA INEVITABILI CHIAROSCURI. RISOLTI I PROBLEMI DI CAPIENZA, RIMANE APERTA LA QUESTIONE LEGATA AI PROGETTI RIEDUCATIVI E MIGLIORA L’ASSISTENZA SANITARIA

di Carlo Tagliani

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Un mondo non di rado considerato “a parte”. Un universo che in Piemonte conta poco più di 3.600 persone. Uomini e donne reclusi dietro le sbarre dei quindici istituti di pena — quattordici per maggiorenni e uno per minori — distribuiti sul territorio regionale: quattro in provincia di Cuneo, tre in quella di Torino, due ad Alessandria e uno, rispettivamente, ad Asti, Biella, Novara, Verbania e Vercelli.

Un universo che evolve, seppur tra inevitabili chiaroscuri. Tra le buone notizie va registrato senza dubbio il fatto che a partire dal 2013, anno in cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha pubblicato la sentenza “Torreggiani”, i dati relativi al numero di detenuti negli istituti di pena ha cominciato a registrare un progressivo decremento grazie ai provvedimenti normativi e organizzativi adottati. A due anni dalla sentenza, infatti, i numeri dimostrano che l’Amministrazione penitenziaria ha colto l’occasione per porre fine allo storico sovraffollamento delle strutture detentive, se si considera che — a metà giugno — gli unici due istituti di pena piemontesi che risultano in lieve soprannumero sono la Casa circondariale “Cantiello e Gaeta” di Alessandria (254 detenuti invece dei 236 previsti) e la sezione femminile della Casa circondariale “Billiemme” di Vercelli (26 detenute al posto delle 22 previste), e alcune strutture, come la Casa di reclusione “Montalto” di Alba (Cn) e la Casa circondariale di Asti, risultano addirittura sottoccupate (17 posti non occupati ad Alba e 19 ad Asti).

Le emergenze e i problemi da affrontare — e non solo a livello locale — non sono pochi, se si pensa che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha recentemente dichiarato che “oggi il carcere, come è in Italia, produce crimine e non riduce le potenzialità criminali del paese” e ha convocato, da maggio a novembre, gli Stati generali dell’esecuzione penale. Un’occasione che sta coinvolgendo istituzioni, intellettuali e opinione pubblica nel tentativo d’individuare le linee guida per costituire una sorta di “cassetta degli attrezzi” che contenga gli strumenti irrinunciabili per riformare il sistema italiano dell’esecuzione penale.

Tra le criticità più urgenti ed evidenti spicca la mancanza di risorse per realizzare un numero sufficiente di progetti che contribuiscano al recupero sociale dei detenuti e al loro inserimento nel mondo del lavoro. Una grossa piaga, se si pensa che il sistema penitenziario investe il 97% delle risorse per il mantenimento delle strutture e solo il 3% per il reinserimento dei detenuti e l’esecuzione penale esterna.

La situazione si è aggravata, in particolare, dall’inizio dell’anno, quando la Cassa delle ammende ha smesso di finanziare i progetti per il reinserimento e la formazione professionale. Una decisione che ha decretato, di fatto, la fine di realtà dinamiche e consolidate come quelle legate alle cooperative sociali incaricate d’erogare i pasti nelle carceri di Torino e di Ivrea. Iniziative che hanno costituito un patrimonio significativo che andava ben al di là dei pasti somministrati e dove la complessità e la delicatezza di percorsi individualizzati avevano portato al coinvolgimento di centinaia e centinaia di detenuti al fianco di operatori professionali in aziende presenti sul mercato dei servizi. Esperienze che, coinvolgendo ditte esterne che si erano assunte l’onere di assicurare la qualità, la quantità e il controllo della filiera, avevano consentito ai detenuti di essere impegnati in attività professionalizzanti e “spendibili” una volta usciti dal carcere per essere in grado di vivere del lavoro delle proprie mani e allontanare il rischio di recidiva. Tutti gli studi e le statistiche, infatti, sono concordi nel ritenere che il rischio recidiva diminuisce con l’aumentare dell’inserimento dei detenuti in progetti di formazione e di lavoro, e che la sola custodia in carcere e l’esclusione del reo dal contesto sociale oltre a non essere corrispondente al mandato della Costituzione, dell’ordinamento penitenziario e delle leggi dello Stato, è anche tra le principali cause di recidiva.

Sanità e sicurezza sanitaria sono tra le priorità più sentite dalla popolazione carceraria. Per migliorarne sempre più i livelli, l’Assessorato alla Sanità ha recentemente recepito il nuovo accordo — approvato in sede di Conferenza unificata — sulle modalità d’erogazione dell’assistenza sanitaria negli istituti penitenziari per adulti. Il testo stabilisce che ogni servizio sanitario penitenziario sia una sede territoriale della locale Azienda sanitaria, garantisca l’azione multidisciplinare e l’integrazione d’interventi a favore della persona detenuta e faccia parte della rete dei servizi regionali che assicurano continuità assistenziale, promozione della salute, diagnosi e cura degli eventi patologici acuti e cronici di norma all’interno delle strutture penitenziarie, valorizzando le risorse sanitarie disponibili, anche avvalendosi delle tecnologie e delle innovazioni che consentono l’erogazione di servizi a distanza. Quando necessario, in relazione alla tipologia dell’evento morboso, le prestazioni possono essereerogate in luoghi esterni di cura. Vanno assicurati interventi di screening e diagnosi precoce previsti dalla normativa, assistenza medica di base, farmaceutica e integrativa e visite medico-specialistiche ambulatoriali.

Per la correzione degli stili di vita e dei possibili fattori di rischio, inoltre, alle Direzioni penitenziarie viene richiesta l’individuazione di soluzioni logistiche e organizzative che favoriscano il mantenimento dello stato di salute dei detenuti, come stanze per accogliere chi è in fase post acuzie, zone “smoke free”, regolamentazione dell’acquisto di bevande alcoliche, diete mirate al controllo del peso corporeo, configurazione di letti con reti e materassi rigidi per patologie e appositi ambienti per disabili.

In situazioni di emergenza-urgenza — inoltre — l’Azienda sanitaria deve offrire un’adeguata risposta di primo soccorso per la tempestiva stabilizzazione del paziente tramite il servizio medico interno e i servizi territoriali, cui segue, se occorre, l’invio immediato presso l’ospedale di riferimento territoriale. Passi avanti per contribuire, nonostante la scarsità di risorse e le difficoltà, a “disegnare” un carcere sempre più a misura d’uomo.

L’impegno dei volontari della giustizia

Costituire un tavolo di confronto per le esperienze e le proposte provenienti dal volontariato che opera nel settore della giustizia. È quanto si propone la Conferenza regionale dei volontari della giustizia di Piemonte e Valle d’Aosta per offrire un approfondimento delle tematiche e un potenziamento dell’impegno comune. Tra i suoi scopi spiccano la volontà di definire l’identità e il ruolo della presenza del volontariato nel suo impegno operativo e nei confronti delle istituzioni affinché venga riconosciuto come soggetto e non come ammortizzatore sociale; dialogare con le istituzioni pubbliche e private per offrire, a persone incorse in reati, percorsi di reinserimento nella società; collaborare con tutte le realtà presenti sul territorio per potenziare la rete dei servizi allo scopo di intervenire preventivamente in situazioni di esclusione sociale e supportare le persone in difficoltà nel mondo del lavoro; superare l’attuale frammentazione delle attività di solidarietà promosse in questo settore del volontariato per delineare, nel rispetto dell’autonomia e dell’originalità delle varie realtà associative, una comune strategia d’intervento.

www.crvgpiemonteaosta-it.it/

Promuovere politiche d’inclusione

intervista a Bruno Mellano

Designato dall’Assemblea legislativa piemontese, il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà Bruno Mellano è entrato in carica nel maggio dello scorso anno per creare occasioni di contatto tra detenuti e istituzioni e contribuire a garantire — tra gli altri -

i diritti delle persone ristrette negli istituti penitenziari, negli istituti penali per minorenni, nei Centri d’identificazione ed espulsione e negli Ospedali psichiatrici giudiziari.

Quali sono le principali criticità riscontrate all’interno delle carceri piemontesi?

Su tutte, il fatto di essere un mondo essenzialmente “chiuso”, che si sviluppa intorno a pochi progetti d’eccellenza ed è caratterizzato da molte “zone grigie” in cui s’investono risorse in rivoli infecondi. Vengo a contatto ogni giorno con le difficoltà incontrate da direttori degli istituti di pena, personale, educatori, volontari e assistenti sociali per realizzare interventi utili ed efficaci senza disporre di strumenti adeguati.

Quale contributo può offrire il Piemonte agli Stati generali dell’esecuzione penale?

Intanto sensibilizzare il Consiglio regionale a prendere posizione e a formulare un atto d’indirizzo che ne esprima gli orientamenti comuni. E, inoltre, focalizzare l’attenzione su alcune proposte che, negli Anni Ottanta, hanno rappresentato il “modello Piemonte”, quando la Regione realizzò interventi importanti come la nascita dei Gruppi operativi locali (Gol) e investì risorse notevoli per le politiche del lavoro e per le fasce deboli. Non penso, naturalmente, a un ritorno a quei tempi perché mancano i fondi e le condizioni, ma sono certo che se il Piemonte riuscisse a corrispondere agli Stati generali inventando una nuova politica d’inclusione sociale che, parlando a tutti miri, a percorsi individualizzati rivolti alle fasce deboli, di cui i carcerati sono parte, sarebbe un successo di cui andare fieri.

http://goo.gl/DMVf48

“Pausa cafè” e altri fiori all’occhiello

Tutto è cominciato nel 2004, quando la cooperativa sociale “Pausa Cafè”, che ha sede a Torino ed è da sempre attenta ai processi di sviluppo sociale ed economico equo, sostenibile e partecipativo, ha offerto ai detenuti della Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino di prendere parte a un percorso di reinserimento sociale e lavorativo. In un locale di circa 200 metri quadri è stato allestito il reparto di torrefazione, stoccaggio e confezionamento del caffè e, nel corso degli anni, i progetti si sono moltiplicati. Accanto alla lavorazione del caffè — infatti — si è avviata la produzione di birra nella Casa di reclusione “Rodolfo Morandi” di Saluzzo (Cn), di pane per l’Expo di Milano nella Casa di reclusione “San Michele” di Alessandria e di grissini — a breve — nella Casa circondariale “Cerialdo” di Cuneo. Sull’esempio di “Pausa Cafè” sono sorte nel tempo realtà forse più piccole ma non meno significative, come “Banda Biscotti” e la cooperativa “Divieto di sosta” a Verbania e a Saluzzo, e la lavanderia e stireria industriale al “Lorusso e Cutugno” di Torino.

http://goo.gl/JwzIzn

L’altra faccia della medaglia, l’impegno di chi vigila

IL SINDACATO DEL CORPO DI POLIZIA PENITENZIARIA SEGNALA LE DIFFICOLTÀ QUOTIDIANE DEL SERVIZIO

di Mario Bocchio

Anche in Piemonte l’8 maggio scorso il Corpo di Polizia penitenziaria ha celebrato il 198° anniversario dalla fondazione: l’occasione ideale per una riflessione sulla situazione delle carceri regionali. E, se l’affollamento negli istituti penitenziari del Piemonte è effettivamente calato rispetto allo scorso anno, la situazione di vivibilità resta allarmante, come denuncia periodicamente uno dei principali sindacati dei Baschi azzurri del Corpo, il Sindacato autonomo Polizia penitenziaria Sappe.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione delle celebrazioni del Corpo, ha rivolto alle donne e agli uomini della Polizia penitenziaria un messaggio in cui ha messo in luce come “l’attività che quotidianamente svolgete al servizio dello Stato, garantendo la sicurezza negli istituti e concorrendo all’attuazione del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, merita la gratitudine e l’apprezzamento dell’intero paese. Il contesto nel quale operate, reso ancor più problematico dal sovraffollamento degli istituti, evidenzia la capacità d’intervento e di coordinamento degli appartenenti al Corpo, la cui azione è fondamentale per affrontare in modo efficace e flessibile le situazioni di disagio che si manifestano, nel pieno rispetto dei diritti dei cittadini”.

Il Capo dello Stato ha anche sottolineato come “il circuito carcerario è sottoposto a nuove sfide, caratterizzate dalla presenza sempre maggiore di detenuti stranieri, di culture ed etnie diverse. L’impegno generoso e la professionalità degli operatori, sviluppata anche grazie all’intensa attività di formazione, consentono di offrire risposte sempre più efficaci”.

I dati nazionali più recenti, riferiti alle presenze nelle carceri italiane, attestano a 53.498 le persone presenti, di cui 2.309 donne e 53.498 uomini: circa seimila persone in meno rispetto ai “ristretti” che affollavano le carceri del paese lo scorso anno.

In Piemonte il calo dei detenuti c’è stato, ma non è certo stato significativo. Si è passati dai 4.155 detenuti del 30 aprile 2014 ai 3.631 contati dodici mesi dopo, e questo vuol dire che ci sono 524 in meno tra un anno e l’altro.

Se il numero delle presenze in carcere è calato, non è venuto meno il numero degli eventi critici nei penitenziari. Il Sappe ha infatti denunciato che ogni giorno, nelle carceri piemontesi, più di un detenuto si lesiona il corpo ingerendo chiodi, pile, lamette, o procurandosi tagli sul corpo. E, ogni settimana, un ristretto del Piemonte tenta il suicidio, salvato in tempo dal tempestivo intervento delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria. Nelle ultime settimane, poi, gravi episodi sono accaduti in diversi carceri della regione: incendi nel carcere di Ivrea e in quello minorile di Torino, aggressioni ad Alessandria e a Torino, istituti dove sono stati sventati dalla Polizia penitenziaria due clamorose evasioni.

I dati forniti dal Sappe evidenziano che nei dodici mesi del 2014 si sono contati nelle carceri del Piemonte il suicidio di tre detenuti (a Biella, Vercelli e Ivrea), 4 decessi per cause naturali (uno rispettivamente a Saluzzo e a Cuneo e due a Ivrea), 423 episodi di autolesionismo, 58 tentati suicidi sventati in tempo dai poliziotti, 183 colluttazioni e 31 ferimenti. Vercelli, Asti e Biella sono le tre prigioni con il maggior numero di episodi di autolesionismo: 65 a Vercelli e ad Asti e 62 a Biella. È a Torino, invece, che ci sono stati più tentati suicidi sventati dai poliziotti, 17. Sono state 43 le colluttazioni contate a Ivrea, 34 a Vercelli e 25 a Saluzzo, mentre sono stati 8 i feriti con più di 25 giorni di prognosi nel carcere di Torino per risse e aggressioni.

Numeri su numeri che raccontano un’emergenza, secondo il Sappe, ancora parzialmente sottovalutata.

Il carcere deve preparare i detenuti a rientrare in società seguendo un percorso di legalità. I dati dicono che chi sconta la pena lavorando ha una percentuale di recidiva molto bassa: il condannato che espia la pena in carcere ha un tasso di recidiva del 68,4% contro il 19% di chi ha fruito di misure alternative e addirittura l’1% di chi è inserito nel circuito produttivo. Eppure, in Piemonte, sono pochissimi i detenuti che lavorano: meno del 30% dei presenti, per altro per poche ore al giorno e pressoché esclusivamente in impieghi interni di cucina, pulizia e manutenzione. E stare in cella o nel cortile molte ore al giorno senza fare assolutamente nulla, nell’apatia e nell’ozio, non fa altro che aumentare la tensione che può sfociare in risse e azioni di autolesionismo.

Una soluzione potrebbe essere impiegare i detenuti meno pericolosi, con pene più o meno brevi da scontare, per il recupero del patrimonio ambientale regionale del Piemonte, come la pulizia dei sentieri, dei giardini e degli alvei dei fiumi. A questo proposito, nel 2012 l’Associazione nazionale Comuni d’Italia (Anci) e il Ministero della Giustizia — Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria hanno siglato un protocollo d’intesa per promuovere l’avvio di un programma sperimentale di attività in favore della comunità locale attraverso la realizzazione di progetti integrati che prevedano l’inserimento lavorativo di detenuti e internati e lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità. Impiegare anche in Piemonte i detenuti per progetti di recupero ambientale del territorio regionale potrebbe dunque rappresentare una concreta occasione di riscatto sociale.

Il canale Medium ufficiale del Consiglio regionale del #Piemonte, dove raccogliamo notizie e approfondimenti. I video su http://www.crpiemonte.tv

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