Castellania al centro del mondo grazie a Coppi

di Mario Bocchio

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Tutto è iniziato e tutto si è concluso a Castellania, in provincia di Alessandria, in Piemonte, sulle colline alla destra del torrente Scrivia.
Qui ci sono una novantina di abitanti, tutto ti riporta alla leggenda di Fausto Coppi.
A Castellania vi nacquero infatti il Campionissimo e suo fratello Serse. La loro casa natale è stata trasformata in un museo.
Coppi venne alla luce il 15 settembre 1919, quarto dei cinque figli di Domenico e di Angiolina Boveri (gli altri furono, in ordine, Livio, Dina, Maria e appunto Serse), originari di Quarna Sotto nel Verbano Cusio Ossola, in seguito spostatisi proprio a Castellania dove divennero proprietari di un fondo coltivato a granturco e vite.

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L’Airone spiccò il volo dai bricchi di Castellania per conquistare il mondo, ma il due gennaio 1960, alle 8,45, il suo viaggio solitario, in mezzo alle nebbie e alla polvere, sullo sfondo della sua leggenda, iniziò una nuova dimensione nei cuori e nelle menti. Una morte veramente assurda.
Girando per Castellania, visitando il Mausoleo e ammirando le tante gigantografie murali fotografiche, capisci che non si può essere appassionati di Bartali senza essere tifosi innamorati di Coppi. Deve partire da qui, da questo sentimento, da questa convinzione profonda e così vera l’approccio con il personaggio e la vicenda umana e ciclistica di un monumento dello sport italiano come Faustin, il Campionissimo, l’atleta che forse più di ogni altro ha segnato la rivincita, almeno nello sport, di un’Italia reduce dalla tragedia della guerra.
Vincitore di ben cinque Giri d’Italia (dal 1940 al ‘53) e di due Tour de France (1949 e 1952), primo ciclista al mondo ad ottenere due volte la storica doppietta Giro-Tour, recordman dell’ora nel 1942; vincitore di cinque giri della Lombardia (di cui quattro di seguito), per tre volte della Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix, una Freccia Vallone. Campione del mondo su strada a Lugano nel 1953 e su pista nell’inseguimento nel 1947, Coppi ha conquistato nella sua carriera 122 vittorie su strada e 83 su pista.

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Numeri impressionanti, che ne fanno il più famoso e acclamato corridore del suo tempo e uno dei maggiori e più famosi atleti di sempre. Una figura, però, complessa: di carattere schivo e introspettivo, anticonvenzionale (nello sport e nella vita), ferocemente determinato, rappresenta, appunto, l’Italia che vuole risorgere dalle macerie e dalle avversità, che vuol tornare a competere e riscattarsi con la vittoria, fino alla tragica e prematura morte, avvenuta a soli quarant’anni a causa della malaria contratta in Africa e non prontamente diagnosticata.

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Tra le imprese di un ciclismo epico spicca indubbiamente la tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia, vinta in maniera leggendaria da Coppi nel 1949.
Accanto all’Airone c’è anche l’uomo senza bici, quello della sua famiglia e del rapporto con la seconda donna Giulia Occhini, la Dama Bianca, protagonista di una relazione che fece scandalo a quel tempo e che portò il campione addirittura ad essere condannato in tribunale.

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La leggenda ricorda sempre anche il fido gregario Ettore Milano e il massaggiatore cieco (per la sifilide) Biagio Cavanna, non ha dimenticato Coppi come primo atleta a capire l’importanza di una preparazione sportiva “scientifica” sotto tutti i punti di vista: dall’allenamento, all’alimentazione, al supporto della medicina. Paolo Alberati nel suo libro “Fausto Coppi. Un uomo solo al comando” sottolinea anche, con rispetto ma senza timore reverenziale, l’utilizzo consapevole e già ampiamente diffuso di eccitanti e stimolanti per migliorare le prestazioni dei ciclisti, a quel tempo assolutamente non sanzionate.

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Divenuto ricchissimo con le vittorie ma sempre irrequieto nell’animo, Coppi aveva un’arma in più nel suo fisico perfetto per la corsa: muscolatura e ossatura fragili, ma un torace particolarmente sviluppato, con i polmoni in grado di racchiudere 7,5 litri d’ossigeno e una frequenza cardiaca di 34 battiti al minuto. Un fisico da campione, una classe purissima, una fachiresca capacità di allenamento, eppure anche una malinconia e un’inquietudine misteriosa che gli resteranno sempre dentro e lo spingeranno a continue gare e spostamenti, da vero randagio del ciclismo. Fino a quel viaggio in Africa, in Alto Volta, per un’esibizione e una battuta di caccia, altra sua grande passione.

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Una zanzara fatale, la malaria che lo consuma nel giro di poche settimane, l’agonia, la morte all’ospedale di Tortona. Il funerale, una folla oceanica per onorare e rendere omaggio a quello che era stato ribattezzato dai francesi il Campionissimo.
“Un uomo solo è al comando; la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”, commentò il cronista Rai Mario Ferretti in occasione proprio di quella Cuneo-Pinerolo del ‘49. Il primo degli inseguitori era il grande Gino Bartali, staccato di 12 minuti.
Il grande Airone chiuse dunque le ali all’improvviso. Nel mezzo del cammino. Andava avanti verso qualcosa o via da qualcosa, andava avanti senza fermarsi mai. Era la cosa migliore che sapeva fare nella sua vita. I tanti italiani che ancora lo ricordano e ne amano il nome lo sapevano bene. E per tutti loro è ancora il Campionissimo, uno di quegli atleti da commentare con quella frase così lapidaria e veritiera: ”Uno così non nascerà più”.

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“E se n’è andato all’improvviso, appena sceso di bicicletta, quasi che, senza di essa, la sua vita non potesse avere alcun senso” sentenziò Indro Montanelli.

Malagò celebra Coppi, un mito unico

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Sempre a Castellania, lunedì 21 settembre 2015 è stata inaugurata la statua del Campionissimo: un bronzo realizzato per le Olimpiadi di Roma ’60 da Volterrano Volterrani e dimenticato per anni in un magazzino.
“Siamo riusciti a riportare quest’opera d’arte nella sua casa naturale — ha detto il presidente del Coni Giovanni Malagò partecipando all’inaugurazione — Mio padre m’ha sempre detto che, qualunque cosa avessi fatto, avrei dovuto avere un solo mito: Coppi”.

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