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Chissà se Dario Fo è tornato nel “paese dei mezarat”

È quasi passato un anno da quando Dario Fo , il “grande giullare”, ci ha lasciati

di Marco Travaglini

È quasi passato un anno da quando Dario Fo , il “grande giullare”, ci ha lasciati ed è bello pensare che sia tornato, almeno in spirito, sul lago Maggiore, in quel “paese dei mezaràt“, a cui ha dedicato l’omonimo, bellissimo libro in cui ha raccolto le sue memorie d’indocile ragazzino. In quelle pagine Dario Fo racconta i luoghi, gli eventi e i personaggi leggendari che hanno segnato la sua infanzia ( e non solo).

Prendendo le mosse dai luoghi natii ( Sangiano, in provincia di Varese) e da quelli dove trascorse l’infanzia, Dario Fo restituisce ai lettori le imprese del padre ferroviere, le visite in Lomellina al nonno Bristìn, l’apprendistato all’Accademia di Brera di Milano, gli stratagemmi per campare, il dramma della guerra, per finire — con un notevole salto temporale in avanti — ai funerali di “Pà Fo”, figura centrale di questo romanzo di formazione. Il titolo rimanda al dialetto in uso sulla sponda lombarda del lago Maggiore, dove mezaràt significa mezzo-topo, pipistrello. Il paese dei mezaràt è Porto Valtravaglia, dove gli abitanti lavoravano sopratutto di notte, in quanto soffiatori di vetro, pescatori e contrabbandieri.

Porto Valtravaglia, dove il piccolo Fo crebbe e andò a scuola, era — secondo il grande attore — “un paese in cui i bar e le osterie non chiudevano mai, non avevano neanche le porte, non avevano un ingresso principale. Io sono cresciuto lì, in un paese dove c’erano persone che provenivano da tutta Europa, dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna, perfino dall’Oriente, ognuno con una tecnica diversa di soffiatura del vetro“.

In quella babele di lingue e dialetti si inserivano discorsi, dialoghi, favole, lazzi sarcastici e paradossali. Un mondo scomparso, che non esiste più, che per Dario Fo è stato di fondamentale importanza. La sua capacità di raccontare — si pensi all’uso di certe pause o dei gesti — proveniva direttamente da quel mondo popolato da affabulatori straordinari. Fu lo stesso Fo a definire la sua infanzia “eccezionale”: “Ho avuto la possibilità di vivere un’infanzia sempre attorno al lago Maggiore, ma cambiando un paese dopo l’altro. Ho frequentato la terza elementare in tre posti diversi, la quarta in due scuole differenti. Poi sono andato a Luino per le scuole medie, a Milano per il liceo di Brera e infine all’Università. Quindi io, figlio di un ferroviere, ero sempre in viaggio. Questo naturalmente ha influito molto sul mio carattere… Ho imparato non solo da mia madre o da mio padre, ma anche dal clima che mi sono trovato intorno“.

Nel capitolo finale de “Il paese dei mezaràt“, Dario Fo racconta il funerale del padre, il quale prima di morire si era preoccupato di ingaggiare una banda che per tutto il tragitto da casa fino al cimitero suonasse le marce dei partigiani delle valli. “ Per ogni valle (sei o sette sul lago Maggiore..), infatti, c’era un gruppo di partigiani che creava una propria canzone. Mentre si andava al funerale, tra le bandiere rosse e la gente, iniziò un altro funerale, quello dello scrittore Piero Chiara, che aveva sempre avuto fama d’essere un gran mangiapreti. Per cui la gente si unì al corteo di mio padre pensando che fosse quello di Chiara. Poi quando è arrivato il feretro da Varese, nel luogo dell’appuntamento non c’era nessuno. Così tutti i giornali riportarono questo episodio“.

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