di Mario Bocchio

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La maratona maschile a Rio 2016

Ormai il tempo ci ha abituati a superare in tempi troppo rapidi lo svolgersi degli avvenimenti. Rio 2016 è appena terminata, ma sembra già lontana.

Con questo contributo terminiamo la nostra rubrica del “Diario olimpico”. Lo facciamo con una serie di considerazioni.

Il Brasile. Da mesi è in gravissime difficoltà economiche, negli ospedali si registrano sistematiche carenze di personale, medicinali e denaro per la gestione delle attività ordinarie, mentre mancano i soldi per pagare gli straordinari alla polizia.

C’è tutta una realtà che il rutilante baillame olimpico si è guardato bene dal fare vedere.

La rovina dello stesso Brasile — alle prese con l’ impeachment della presdente Dilma Rousseff — non è nulla in confronto al massacro in atto nei confronti di numerose etnie indigene dall’Amazzonia fino agli Stati del sud. Un genocidio lento e inesorabile che sta passando sotto silenzio.

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Il genocidio degli indios

Al di là della violenza inaudita la crisi economica sta distruggendo il Paese. Un Paese ricco di petrolio e di risorse che sta affondando nella vergogna e nella miseria. Non sono nemmeno riusciti a finire di costruire il Villaggio olimpico.

Nessuno si è domandato pubblicamente, per esempio, come mai la polizia, dall’inizio dell’operazione per “ripulire” la città di Rio dalla violenza, abbia fatto fuori 2.500 persone, più o meno. La vita dei poveracci in Brasile, violenti o no, non vale un accidente.

Le favelas. I toni apertamente gioiosi con cui sono state rappresentate sono stati percepiti da molti come minacciosi. Questa rappresentazione ha mistificato la paura e la radicata sofferenza delle comunità delle favelas, causate da oltre un secolo di stigmatizzazione e marginalizzazione da parte dello Stato. Ha colpito, soprattutto, il contrasto tra le scatole multicolor sovrapposte con l’alto numero di espropriazioni forzate (77mila) in vista dell’evento olimpico. Quale sarebbe il messaggio di questa scenografia? RioOnWatch pone una giusta provocazione: le colline delle favelas sono interessanti finché si tratta di darne una rappresentazione artistica, ma si ritiene forse non abbiano abbastanza valore da meritare un intervento che aiuti e tuteli i diritti dei suoi abitanti?

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Vista sulla festa dal buio delle favelas

Veniamo ora ad una considerazione finale legata ai risultati sportivi. La statistica ufficiale più diffusa formula la graduatoria in base alle medaglie d’oro, e da questo punto di vista si sono classificate in testa Usa, Inghilterra, Cina, Russia, Germania, Giappone, Francia, Corea del Sud, Italia, Australia. Se si fa invece la graduatoria in base al totale delle medaglie conquistate, la graduatoria si modifica leggermente così: Usa, Cina, Inghilterra, Russia, Germania, Francia, Giappone, Australia, Italia, Corea del Sud.

C’è stato chi — come Nazzareno Mollicone — ha proposto nel suo servizio giornalistico un altro tipo di graduatoria che in genere non si fa, rapportando le medaglie totali conquistate con la popolazione della Nazione corrispondente. È infatti evidente che se si ha una maggiore “disponibilità” di persone è più probabile che molte si dedichino agli sport e possano accedere alle Olimpiadi. Ebbene, così facendo le graduatorie di cui sopra si modificano sensibilmente e significativamente. Abbiamo al primo posto la Nuova Zelanda; poi, esclusi piccoli Paesi che si confrontano solo su pochi sport, ecco l’Ungheria, l’Australia, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Francia, il Canada, la Germania, l’Italia, la Russia, la Corea del Sud, gli Stati Uniti, la Spagna, il Giappone. La Cina si colloca solo al 17° posto, avendo un rapporto medaglie/popolazione dello 0,05 medaglie per milione di abitanti: e gli Usa, risultati primi, hanno il rapporto di 0,38 medaglie per milione di abitanti.

Cosa significa la graduatoria di cui sopra? Che ci sono Paesi i quali dedicano grande interesse allo sport, facilitandolo in molti modi, probabilmente anche agevolati da condizioni economiche e di vita più favorevoli (come può dirsi per la Nuova Zelanda e l’Australia, ma non certo per l’Ungheria) ed altri in cui tutto è affidato alla buona volontà dei singoli e del “privato” di cui gli Usa — battuti, in questa classificazione, dalla Russia nonostante le penalizzazioni da questa ricevute con le esclusioni di atleti — ne sono un chiaro esempio. Vi sono poi altre considerazioni geo-politiche. Gli Stati dell’Unione Europea, nonostante la generale indifferenza dei governi per lo sport che non è mai stato preso in considerazione nei programmi della stessa Commissione europea, hanno ottenuto generalmente ottimi risultati collocando in ben sette posizioni sulle quattordici sopra indicate. Da tener presente il generico maggior invecchiamento della popolazione europea, e la condizione di maggiore disoccupazione giovanile (che certamente non agevola la pratica dello sport) che avrebbero dovuto essere degli handicap. Ma i risultati conseguiti sono un segno indubbio di una tradizione che comunque tende a perpetuarsi.

La cosa invece che sorprende — sempre secondo l’analisi di Mollicone — è l’assenza pressoché totale di Paesi i quali contano una numerosa popolazione, con età media assai bassa, che praticamente non ottengono risultati. Pensiamo ad esempio all’India, al Messico ed alla Turchia.

Ma il rilievo più importante si riferisce all’Africa. Solo il Kenia ed il Sudafrica, probabilmente perché eredi della tradizione sportiva inglese, ottengono qualche buon risultato. Ma gli altri Paesi molto popolosi dell’Africa (Egitto, Congo, Nigeria) non hanno ottenuto praticamente nulla.

Insomma, anche in questo settore l’indice africano di “sportività” è negativo confermando così indirettamente gli altri indici relativi allo sviluppo economico e sociale.

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Niccolò Campriani e Giovanni Pellielo

L’Italia tutto sommato ha ottenuto un buon risultato, in qualsiasi classifica la si collochi (medaglie d’oro, numero totale di medaglie, rapporto con la popolazione). Ma ciò deriva essenzialmente da tre fattori: una radicata tradizione in alcune specialità che continua ad essere trasmessa alle nuove generazioni; un forte impegno delle Forze Armate con i loro “Gruppi sportivi”; la individualità degli atleti impegnati.

Ci sembra che si sarebbe potuto fare di più se in Italia lo sport avesse, al di là del calcio, un’attenzione. Parliamo ad esempio di finanziamenti statali al Coni per l’apertura di nuove palestre e la formazione degli istruttori; parliamo della riattivazione o della costituzione delle attività sportive all’interno delle scuole superiori e delle università.

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