Il balon come il vino d’annata

di Mario Bocchio

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Una delle epiche sfide tra Bertola e Berruti al “Mermet” di Alba

Tra il basso Piemonte e la Liguria di Ponente, se si parla di pallone la gente non pensa subito al calcio, ma alla pallapugno, nota anche come pallone elastico e che in dialetto piemontese è sempre stata chiamata balon. Un gioco antico, profondamente legato alle tradizioni e alla vita della gente, nato nelle piazze e nelle strade dei paesi, che quasi miracolosamente ha conservato la sua dimensione vitale di sport, senza scadere mai nel semplice folklore.
Il gene del balon a pugn è soprattutto radicato nell’anima langhetta; nelle piazze e sotto i campanili, sull’aia di un cascinale sperduto tra i valloni nei giorni di festa una palla di gomma bianca danza tra il pendio di un tetto e gli spigoli pietrosi dei muri a secco di case, stalle e fienili.
Il pallone elastico è stato narrato da scrittori come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio e Giovanni Arpino.
Ma anche Edmondo De Amicis era un appassionato, a tal punto da dedicarvi il romanzo “Gli azzurri e i rossi” (1897). Su “La Gazzetta del Popolo” descrisse lo sferisterio di via Napione a Torino, che poi gli venne intitolato e che fu teatro di epiche sfide tra Augusto Manzo e Franco Balestra.

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Le due leggende del pallone elastico, Augusto Manzo e Franco Balestra

Ha certamente ragione Nando Vioglio, che nel libro “Mermet” (edito nel 2007 dalla Famija Albèisa), una vera e propria bibbia della pallapugno, parla di “ordinaria albesità”. Perché, anche se si gioca, come detto, a macchia di leopardo nelle province di Cuneo, Asti e Alessandria e in alcune località liguri, il balon è soprattutto una questione albese, come dire che non può esserci balon senza Alba e viceversa. E’ stata la capitale delle Langhe a permettere alla pallapugno di mantenere la propria vitalità, come hanno dimostrato le epiche sfide tra Felice Bertola e Massimo Berruti.
Quindici titoli di campione italiano sono un record difficilmente eguagliabile; Bertola, nato a Gottasecca in Alta Langa, ha posseduto tutte le doti per piacere. “Il Rivera dei campanili”, lo avevano soprannominato i giornali dell’epoca, negli anni ’70: lo paragonarono al “Golden Boy” del calcio per il suo stile di gioco, per l’evidente classe di un campione che subito risultò decisamente moderno nell’ambiente di questo pallone contadino. Soprattutto se confrontato al grande Augusto Manzo, che lo aveva definito il suo erede.

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La leggenda Augusto Manzo

Massimo Berruti è stato anche lui un campione e oggi è artista innovativo di fama mondiale. “Non ho mai voluto giocare con astuzia, è contrario ai miei principi di vita. Il modo in cui giocavo rispecchiava me stesso e avevo rispetto per il pubblico”, ricorda. Si buttava sui palloni impossibili come un animale ferito, aveva gesti unici e la gente, stupita diceva: “È un genio”. E lo era con la palla e lo è oggi con il pennello. Il 1973 fu un anno importante per lui: vinse per Monastero Bormida il suo primo scudetto e alla Galleria 1492 di Milano inaugurò la prima mostra, ottenendo ampi consensi. Ora abita a Canelli e l’aver vissuto nella provincia più profonda non gli ha impedito di esprimere un’arte cosmopolita e innovativa. Ha esposto in gallerie di mezzo mondo da New York a Parigi.

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Felice Bertola

Berruti e Bertola, dunque. Due stili diversi, erano gli anni degli sferisteri sempre pieni, il tifo era sentito, ma mai sopra le righe, anche se quella delle scommesse, le “traverse”, è sempre stata una realtà non marginale.
Tante volte lo sferisterio albese, dato alla città più di centocinquanta anni fa dalla famiglia Mermet, è stato sul punto di essere cancellato dalla speculazione edilizia. Entri dentro a quello che sempre Arpino definì come il Maracanà, e pensi alle parole scritte da Franco Piccinelli, già presidente della Federazione italiana della Pallapugno, per rendere onore a Manzo: “Era tutto. Come un castello o un paese. Lui era il taglio dei vini migliori”.
Per capire oggi cosa sia stato lo storico dualismo tra Bertola e Berruti è molto significato un articolo apparso su “La Stampa” a firma Bruno Quaranta, che ha indagato tra sfide epiche, suggestioni letterarie, pranzi pantagruelici i due campioni che facevano sognare la Langa.

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Massimo Berruti, il gesto atletico

“Rischiavo di perdere il braccio destro. Una trombosi. Alle Molinette venne a trovarmi Giovanni Arpino. Capì tutto. Che il mio cruccio, che il mio dramma, non era l’agonismo, tornare a vincere. Capì che la mia era una lotta contro il destino, che pativo un’ulteriore prova dopo diverse sventure”. Canelli. Massimo Berruti, classe 1948, villaggio natale Rocchetta Palafea, nell’Astigiano, superstite di un tempo dove vibrava la consapevolezza di essere figli di qualche giornata assolata e di troppe giornate di grandine.

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Berruti e Bertola visti dal celebre caricaturista Bruna

“Fui testimone di un incontro fra Augusto Manzo e Giovanni Arpino. Arpino che non distraeva l’occhio dal polso di lui, il re del pallone elastico. Forse stava scrivendo mentalmente l’eccelso elzeviro: ‘Un re, dal bicipite mostruoso, dal polso destro che merita un calco, ma tenero e leale e solenne come un esametro’” cita a memoria Felice Bertola, 1944, di Gottasecca, un microcosmo tra le province di Cuneo e di Savona, dodici titoli italiani, contro gli otto di Manzo e i sei di Berruti.
Lungo la traiettoria di Augusto Manzo. Lungo le colline dell’Unesco. I miti dopo il mito. Berruti e Bertola, i dioscuri del pallone elastico che vola di vigna in falò, di rio in campanile. Tra Langhe, Roero, Monferrato. Da tempo Felice e Massimo hanno salutato il balon (ma allenano le nuove energie, coltivano gli eredi Massimo Vacchetto e Bruno Campagno) che si contesero con pugni fuoriclasse fra gli Anni Sessanta e Ottanta. Magari, talvolta, dandosi segreti appuntamenti per rinnovare le antiche tenzoni. Accadrà?
Perché domandarglielo? La leggenda non germina forse la leggenda?
Dove esordirono Berruti e Bertola? E se fossero loro l’eco di Sergio, il futuro campione che in un racconto di Beppe Fenoglio sostiene l’”esame di maturità” a Mombarcaro, visionato da Augusto Manzo, “un uomo altissimo, e con un gonfio torace, e la spalla destra sensibilmente più alta dell’altra, l’avambraccio destro grosso e tubolare come un mattone”?
Berruti e Bertola, una rivalità infinita. Avvertendo sempre la necessità, nella vita come nello sferisterio, di far da specchio ad Augusto Manzo, nato nel 1911 a un tiro di pallone, a Santo Stefano Belbo, raccogliendone la sfida scolpita in un verso di Cesare Pavese: “… e che la dicano quei di Canelli”.
Berruti, “braccio d’oro”, come lo soprannominò Arpino, nonché pittore “riconosciuto” da Ernesto Caballo e da Luigi Carluccio. Bertola, innalzato, come detto “il Rivera dei campanili”. “Ma — obietta l’amico-rivale — ricorda di più Gigi Riva”. Berruti, un puer del pallone elastico (o pallapugno), che può, che avrebbe potuto, subire una sconfitta per una ragione estetica, per un vezzo (non è forse lui l’ “abatino”, la proiezione del Gianni rossonero?). Bertola, un Franti, riflesso sul campo della “cattiveria” che Stendhal scrutava nel carattere della gente subalpina.

Lo sferisterio di Alba, uno dei templi della palla a pugno

Ancora l’analisi di Quaranta. Discendere per li rami di Manzo. Berruti: “Il primo ricordo risale a quando avevo otto anni. Era un totem”. Bertola: “Stavo allora a Torino. Il 1960. Fui chiamato a sostituire un giocatore nella quadretta di Augusto-Gustu, ancora in auge lo sferisterio deamicisiano di via Napione. Avevo sedici anni… Mi mise a mio agio: ‘Fa’ cosa sai fare…’”.
Il pallone elastico e la Langa. Berruti: “Di gara in gara, come spettatori e come attori, la si è vista cambiare, radicalmente. Quegli Anni Cinquanta: le strade sterrate, una macchina per paese, la corriera che passava due volte la settimana, la televisione al bar, accesa per Lascia o raddoppia? E il balùn: il cimento che accomunava, chi non lo superava subiva una sorta di esclusione”. Bertola: “Quando il vino era una fatica e un miracolo artigianali. Di là da venire la produzione industriale e il passaporto doc e la conquista del mondo”.
Ma perché il pallone di 190 grammi (una volta di 180) predilige la Langa, le Langhe? Berruti: “È il piacere della sofferenza, una forma della malora. Rammento una partita ferragostana: quattro ore sotto il sole, cinque chili persi”. Bertola: “Con un supplemento di pena. Non ci lasciavano bere. L’acqua, anche un goccio, è dannosa, dicevano, si diceva…”.
Salvo rifarsi. Le pantagrueliche immersioni di Manzo: “Vini, tagliatelle, ravioli, l’infinità degli antipasti piemontesi, carne cruda e bolliti” annotava nel taccuino Giovanni Arpino. Berruti, ora quasi cento chili, ma timido di fronte a un risotto con funghi: “Correva il 1973. Primo scudetto. Non ci si alzò da tavola per un dì e mezzo. E un’altra volta: ribaltata in vittoria una sconfitta annunciata, mi toccò festeggiare onorando 45 cene in due mesi”. Bertola: “A proposito di Manzo. Era il ’63. C’era papà Ceretto, un certo Pinin, Defilippi, e lui, Gustu. Da Alba si raggiunse Gottasecca, dove i miei avevano un ristorante. Cominciò una maratona innaffiata di dolcetto ammaliante, undici, dodici gradi. Di tanto in tanto Manzo si alzava. Per risedersi, condividendo con il sindaco, il parroco, qualche vecchio. Verso le sei del pomeriggio chiedeva un po’ di minestrina…”.
Come non darsi del “tu” all’ombra delle colline, a un soffio da Santo Stefano Belbo, aspettando con Cesare Pavese la luna e i falò? “Ero venuto a riposarmi un quindici giorni e càpito che è la Madonna d’agosto. Tanto meglio, il va e vieni della gente forestiera, la confusione e il baccano della piazza, avrebbero mimetizzato anche un negro. Ho sentito urlare, cantare, giocare a pallone; col buio, fuochi e mortaretti: hanno bevuto, sghignazzato, fatto la processione…”.

Il canale Medium ufficiale del Consiglio regionale del #Piemonte, dove raccogliamo notizie e approfondimenti. I video su http://www.crpiemonte.tv

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