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Il murales dedicato agli scalpellini, opera di Gilberto Carpo a Baveno

Il granito rosa di Baveno e i “picasass”

Giancarlo parla volentieri e racconta di quel lavoro “che mi ha quasi reso cieco ma che rifarei d’accapo se potessi tornare indietro nel tempo

Marco Travaglini

Nella larga cantina, sul banco da lavoro e appoggiati al muro in pietra, ci sono ancora gli attrezzi. La mazza grossa e quella a gemma, usata per segnare la direzione del taglio; i “bozzett”, piccole mazzette con cui si sbozzavano i blocchi di granito; i cunei, il “fer quadar” e la “spadina”, il “punciott” per aprire il taglio e gli stampi per il foro da mina; “l’ungeta” a punta triangolare per le finiture; il “capin”, rudimentale compasso in legno per misurare lo spessore, gli attrezzi per bocciardare la pietra quando viene rifinita.

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Attrezzi dello scalpellino

Giancarlo da una vita non lavora più in cava, complice un brutto incidente: durante lo scoppio di una mina le schegge di granito l’avevano colpito in pieno volto. Per l’occhio destro non ci fu nulla da fare mentre il sinistro, pur lesionato, si salvò. Da allora, con i suoi occhiali spessi, passa il tempo facendo lavoretti per se e per gli amici,passeggiando sul lungolago o giocando a ramino al Circolo Operaio.

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Baveno, il lungolago con a destra le cave del granito sul monte Camoscio

Parla volentieri e racconta di quel lavoro ““.Giancarlo racconta, liberando i ricordi come fossero un fiume in piena. ““. Poi vennero usate le mine.

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Il granito rosa di Baveno

“. Per smuovere i massi fino a raggiungere le vie di “strùsa” e di “lizza”, vere e proprie canalizzazioni utili a far scivolare i blocchi di granito lungo la loro discesa a valle, si usavano i “curli” di legno di betulla, sui quali erano applicate le “vere”, anelli di ferro con dei fori passanti nei quali venivano infilate le leve per farli ruotare.

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Monumento allo scalpellino sul lungolago di Baveno

Ma c’erano anche i macchinosi “cric”, in massiccio legno d’olmo, dove un solo cavatore — grazie a marchingegni e ingranaggi — poteva smuovere blocchi di oltre cento quintali. ““. Fino alla prima meta’ del Novecento l’abilità e la fama di questi scalpellini era diventata proverbiale, favorendone la migrazione in tutta Europa e nelle Americhe. ““, confida Giancarlo. Il granito più famoso è senz’altro quello rosa di Baveno,estratto dal Monte Camoscio. Roccia pregiata, conosciuta e utilizzata già al tempo dei romani per essere impiegata un po’ ovunque. Giancarlo, di questo, era molto orgoglioso:

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Scalpellino

Parla delle grandi macine per il grano, dell’attenzione che andava prestata al suono del corno che, annunciando lo scoppio della mina, obbligava tutti a mettersi al riparo per non finire sotto qualche masso o rischiare incidenti come quello che era capitato a lui. Ci tiene a mostrare, sfogliando le pagine di un libro ormai logoro, i disegni dei barconi a vela quadrata che, sfruttando la via d’acqua che dal Lago Maggiore, navigando sul Ticino e sui Navigli, consentiva di trasportare gli enormi blocchi di pietra. Ricorda come nelle cave,oltre al prezioso granito rosa, si possano trovare circa sessanta specie di minerali diversi, ad alcuni dei quali questo piccolo paese di lago aveva contribuito a definirne il nome,come nel caso della “Bavenite”. C’è da capirlo quando si sofferma a guardare, quasi mettendosi sull’attenti, il granitico monumento dedicato ai “picasass” sul lungolago. E’ un riflesso condizionato, quasi volesse rendere omaggio ai lavoratori della pietra che onorarono nel mondo il nome di Baveno.

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