Il Piemonte che accoglie

INIZIATIVE E PROGETTI PER FRONTEGGIARE L’ARRIVO DI MIGRANTI IN FUGA DAI LORO PAESI PER LE GUERRE E LE CARESTIE CHE HANNO INVESTITO L’AFRICA E IL MEDIORIENTE

di Mara Anastasia

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Cantano in dialetto piemontese o in franco-provenzale. Ma non sono un gruppo di alpini con le penne nere, bensì un gruppo di otto giovani rifugiati provenienti da Gambia, Ghana, Costa d’Avorio e Senegal che soggiornano nei centri di accoglienza di Ceres e di Pessinetto (To). Con l’aiuto di amici italiani hanno dato spontaneamente vita nel dicembre del 2014 al “Coro Mo-ro”, ensemble che interpreta le canzoni della tradizione locale. La sua originalità è tale da aver ben presto varcato i confini del Piemonte, tanto che il gruppo è stata chiamato a esibirsi alla cerimonia di chiusura di Expo 2015.
Dalle Valli di Lanzo arriva dunque un esempio concreto di come, quando la diffidenza per “l’altro” e il “diverso” lasciano spazio alla voglia di conoscersi e d’incontrarsi, si superino i pregiudizi e si creino realtà multiculturali che arricchiscono tut-ti coloro che vi prendono parte.
“Coro Moro” rappresenta, naturalmente, un’esperienza felice di contaminazione, come del resto ve ne sono molte altre in tutto il Piemonte. Anche se non mancano casi di difficile convivenza, di proteste dei cittadini, di problemi di diverso genere che nascono dallo scontrarsi di religioni, abitudini e culture.

Un modello unico per l’assistenza

Da alcuni anni il Piemonte, come tutte le altre Regioni, si trova a fronteggiare, non senza difficoltà e contraddizioni, un ar-rivo inatteso e massiccio di migranti, in fuga dai loro paesi a causa delle guerre e delle carestie che hanno investito l’Africa e il Medioriente.
Nel 2011, con lo scoppio del conflitto in Libia, l’Italia ha strutturato l’accoglienza con il programma “Emergenza Nord Afri-ca”, gestita dalla Protezione civile. Nell’ottobre 2013, a seguito dei tragici fatti di Lampedusa, ha preso il via l’operazione “Mare nostrum”, che ha avuto il duplice compito di salvaguardare la vita in mare e di assicurare alla giustizia tutti coloro che lucravano sul traffico illegale di essere umani. Il 1° novembre 2014 l’operazione “Mare nostrum” è stata sostituita dall’operazione “Triton”, organizzata sulla base di contributi volontari di alcuni Stati membri dell’Ue.
Per far fronte al considerevole numero di profughi che giungono sulle coste italiane, Stato, Regioni ed enti locali hanno sottoscritto nel luglio 2014 un Piano operativo nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari, che organizza il sistema di assistenza di richiedenti asilo, anche minori stranieri non accompagnati, su tre livelli: soccorso e prima assistenza nei territori di sbarco, prima e seconda assistenza sui territori regionali.
Il Piano configura un unico modello di accoglienza che va a superare la frammentazione e la dispersione dovuta ai molte-plici canali sinora in uso. Viene individuato come punto cardine del sistema la rete Sprar (Sistema di protezione per ri-chiedenti asilo e rifugiati), che ha al proprio attivo 14 anni di esperienza nell’accoglienza dei profughi.
Nato nel 2001 con un protocollo d’intesa tra Ministero dell’Interno (dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione), l’As-sociazione nazionale dei Comuni italiani (Anci) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), per la rea-lizzazione di un Programma nazionale asilo, lo Sprar è stato istituzionalizzato con legge n. 189/2002.
Si è così formalizzato un sistema pubblico di asilo e, con la stessa legge, il Ministero dell’Interno ha istituito la struttura di coordinamento — il Servizio centrale d’informazione, promozione, consulenza, monitoraggio e supporto tecnico agli enti lo-cali — affidandone all’Anci la gestione.
Il sistema Sprar, finanziato con il Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo, è costituito dalla rete degli enti locali che, con il supporto delle realtà del terzo settore, garantiscono interventi di “accoglienza integrata” finalizzata alla costru-zione di percorsi individuali d’inserimento socio-lavorativo.
Le strutture Sprar vengono individuate attraverso bandi cui gli enti locali accedono volontariamente. Non esiste, infatti, una distribuzione programmata sui territori.
L’intesa del 10 luglio 2014 prevede che nei territori di primo approdo siano realizzate strutture governative finalizzate alla primissima assistenza: risposte ai bisogni primari, primi screening sanitari, attività informativa e individuazione di soggetti vulnerabili. I tempi di permanenza devono essere molto contenuti per garantire il massimo turn over delle presenze.
Dalle strutture governative si favorisce il pronto invio degli stranieri nelle strutture di “prima accoglienza” dislocate sui terri-tori regionali: i cosiddetti hub.
L’hub si caratterizza per essere una struttura di media capienza, fino a un massimo di 200 posti, che — oltre a fornire ri-sposte articolate a bisogni materiali — ha l’obiettivo di approfondire la diretta conoscenza degli ospiti e della loro storia e situazione sanitaria, accompagnarli nei percorsi di fotosegnalazione e formalizzazione della domanda di protezione inter-nazionale, fornire tutte le informazioni giuridiche e normative che influenzeranno i loro percorsi e proporre eventualmente progetti di rimpatrio volontario assistito.
L’hub si colloca come passaggio intermedio verso la seconda accoglienza.
Poiché l’attuale capacità di accoglienza del sistema Sprar si è dimostrata insufficiente per rispondere ai nuovi bisogni e in attesa del suo ampliamento, sono stati istituiti a livello territoriale i Centri di accoglienza straordinaria (Cas), identificati at-traverso bandi pubblici emanati dalle Prefetture che, in quanto organi decentrati dello Stato, hanno la responsabilità dell’accoglienza e del monitoraggio. Ai bandi possono partecipare direttamente le cooperative, non i Comuni.
Proprio nella prospettiva di armonizzare il sistema, però, i capitolati per l’individuazione dei Cas corrispondono a quanto regolamentato nelle linee guida degli Sprar. È previsto un contributo finanziario massimo al giorno pro capite pari a 35 eu-ro. I servizi che vengono richiesti sono: accoglienza materiale (alloggio, vitto, vestiario e prodotti per l’igiene personale); erogazione ai profughi di un pocket money giornaliero di 2,50 euro e una scheda telefonica all’ingresso di 15 euro; me-diazione linguistico-culturale; orientamento e accesso ai servizi del territorio; accesso alla scolarizzazione per minori e adulti; percorsi di formazione civico-linguistica; accompagnamento alle pratiche burocratiche (richiesta d’asilo, permesso di soggiorno e codice fiscale); personale dedicato sia, sul piano legale, per preparare l’audizione in Commissione territo-riale per la protezione internazionale, sia, per il bilancio di competenze, su quanto lavorato e/o studiato nel paese d’origine; percorsi di integrazione, con particolare attenzione alla conoscenza della lingua italiana come primo e indispen-sabile veicolo alla reciproca conoscenza; accompagnamento alla formazione professionale e alla ricerca del lavoro.
I fondi per l’accoglienza dei profughi sono assegnati all’Italia dall’Europa e il riparto delle quote di profughi da accogliere nelle singole regioni è definito dal Ministero dell’Interno, considerati parametri quali popolazione residente, popolazione straniera residente e fondi sociali trasferiti.

L’impegno di Regione e Comuni

Dal 2 febbraio 2014 a oggi è stata assegnata al Piemonte una quota parte dei richiedenti asilo arrivati sul territorio nazio-nale pari al 7%, corrispondente a un totale di 10.427 persone. Gli ultimi dati, aggiornati a novembre, vedono 831 presen-ze negli Sprar, di cui 677 in provincia di Torino, 83 in quella di Alessandria, 50 in quella di Asti e 21 in quella di Biella. So-no 7.503, invece, i profughi ospitati nei Cas.
Per una miglior gestione del fenomeno, il Piemonte si è dotato del Piano d’azione 2014–2020, che vede un forte impegno nel processo d’accoglienza sia attraverso l’azione per il reperimento di strutture per l’attivazione degli hub regionali, sia median-te la sensibilizzazione dei territori e la collaborazione con gli amministratori locali e con i gestori delle strutture di accoglienza al fine di fronteggiare problematiche emergenti. Due gli hub che nel Piano sono stati individuati come centri dedicati alla pri-ma accoglienza: uno a Settimo Torinese, già funzionante presso il Centro polifunzionale della Croce Rossa; l’altro nell’ex ca-serma del Castello di Annone, che al termine dei lavori di ristrutturazione sarà pronta per la prima accoglienza dei profughi.
L’attenzione regionale, però, non è rivolta solo alla fase emergenziale, ma anche a quella successiva della sistemazione di coloro che sono diventati titolari di protezione internazionale che, secondo i dati della Commissione territoriale, sono circa il 50% dei richiedenti asilo.
Per la seconda accoglienza, in collaborazione con le Prefetture, la Regione sta tenendo incontri strutturali con i sindaci, che chiedono di essere sostenuti e accompagnati in un’esperienza così complessa come quella dell’arrivo di numerosi profughi nelle rispettive comunità e per la quale non si sentono sempre pronti. Parallelamente, è stata avviata un’attività di contatto con i gestori delle strutture attraverso visite in loco e incontri al fine di garantire le realtà locali, rilevare eventuali problematicità, informare sulle opportunità messe in atto dalle politiche regionali e recepire buone pratiche da replicare altrove. La Regione, inoltre, promuove la diffusione di protocolli d’intesa con gli enti locali, le Prefetture, i centri di acco-glienza e le associazioni di volontariato affinché i richiedenti asilo possano svolgere attività di volontariato presso le co-munità che li ospitano, come opportunità di dialogo, integrazione e conoscenza con i residenti. In programma ci sono poi la formazione degli operatori delle strutture e un’attenzione particolare sarà dedicata anche al tema della tratta degli esse-re umani, poiché è acclarato come attraverso i barconi giungano in Italia donne da sfruttare sessualmente. Infine, è obiet-tivo della Regione promuovere attraverso gli Assessorati competenti e l’Uncem azioni volte a favorire il ripopolamento dei borghi abbandonati in territori alpini e, più in generale, in aree soggette a fenomeni di abbandono residenziale, coinvol-gendo i migranti.

Prima diffidenza, poi solidarietà

Se le cronache locali riportano spesso di contrasti, polemiche e proteste tra i cittadini piemontesi per l’arrivo massiccio di profughi, altrettanto ricco è il quadro delle “buone pratiche”, di esempi positivi di accoglienza dei migranti, che ricambiano l’ospitalità rendendosi utili e cercando d’integrarsi nella comunità. A Rivarolo Canavese (To), per esempio, sono stati i pro-fughi stessi, gestiti dalla cooperativa Isola di Ariel, a chiedere di poter svolgere attività di volontariato collaborando al man-tenimento del decoro cittadino e alla manutenzione degli spazi pubblici. Lo stesso è accaduto ad Asti, dove 25 migranti si sono fatti carico di lavori di pubblica utilità, a titolo gratuito, mentre il Comune sta studiando iniziative che li coinvolgano maggiormente nella vita cittadina, come tornei sportivi. Si tratta spesso di giovani che nel proprio paese hanno conseguito un diploma o una laurea o che esercitavano un lavoro. Per loro, nei centri di accoglienza, le giornate sono lunghe da tra-scorrere, e dunque si mostrano ben felici di poter offrire un contributo. In questo modo riescono anche a imparare più in fretta la lingua e a far superare ai residenti paure e pregiudizi e a spingerli, addirittura, a mettersi a disposizione per aiu-tarli a integrarsi meglio. Come a Pray, in provincia di Biella, dove i cittadini, l’amministrazione locale e il mondo del volon-tariato organizzano corsi di italiano per i 26 profughi presenti. A Novara, invece, è attivo il “Progetto profughi”, che vede coinvolti il Comune e Assa SpA, gestore della raccolta e del trasporto rifiuti in città, che prevede l’impiego di 30 profughi di nazionalità diversa in vari servizi: cura del verde pubblico, segnaletica e lavori pubblici.
“Divisi in due turni di lavoro — spiega Marcello Marzo, presidente di Assa SpA — e muovendosi con cicli a due posti, ogni giorno, dal lunedì al venerdì, di mattina e di pomeriggio, puliranno e presidieranno tutta la fascia dei Baluardi, delle ciclabili e di tutte le aree verdi annesse”.
Dalle realtà più grandi a quelle più piccole, tante le comunità piemontesi coinvolte. Talora sono addirittura i sindaci a chie-dere di poter ospitare dei migranti. In bassa Val di Susa, sono nove i Comuni che hanno avanzato tale richiesta: Susa, Caprie, Avigliana, Vaie, Almese, Giaveno, Trana, Rivalta e Novalesa per contrastare il saldo demografico negativo con l’arrivo di nuove famiglie ed evitare lo spopolamento dei paesi o la chiusura di servizi come scuole o uffici postali. Insom-ma: dalle realtà più grandi a quelle più piccole sono tantissime le comunità piemontesi coinvolte nell’offerta di ospitalità a coloro che sono stati costretti a fuggire dal proprio paese martoriato e che sono in attesa di ricevere il permesso di sog-giorno. E, scorrendo il lungo elenco delle realtà interessate, viene meno anche la comune convinzione che sia più facile integrarsi in una grande città che in un paesino di provincia, dove la gente è proverbialmente più chiusa e diffidente. Può così capitare di imbattersi in casi come quelli di Caresana, poco più di 1.000 abitanti in provincia di Vercelli, dove l’ex sin-daco ha accolto nella propria cascina 21 profughi che si prendono cura del giardino, tinteggiano e aggiustano palizzate e hanno realizzato un “masjid”, luogo di preghiera per le persone di fede musulmana. Nel gruppo, però, ci sono anche 9 cri-stiani, che la domenica partecipano alla Messa nella chiesa parrocchiale. E, dopo la preghiera, via a sfide calcistiche Ita-lia-Africa, che interrompono la routine settimanale, fatta di pulizia delle stanze, preparazione dei pasti, lezioni di italiano e lavoretti vari.
Molte di tali iniziative sono rese possibili dall’intervento della Regione Piemonte, in prima fila nel sostenere i progetti degli enti locali e spesso pronta a scendere in campo direttamente, come ad esempio a Serralunga d’Alba (Cn), dove in colla-borazione con il gruppo Fontanafredda ha predisposto il progetto “L’umanità è un patrimonio”, che ha consentito a 7 ra-gazzi provenienti da Gambia, Senegal e Costa d’Avorio di essere assunti nell’azienda con un contratto di tirocinio “Ga-ranzia giovani”, che permette loro di guadagnare 600 euro netti al mese, oltre ai pasti, di migliorare la conoscenza della lingua italiana e, soprattutto, d’imparare i mestieri di agricoltore, giardiniere o cameriere. Altra esperienza che testimonia l’impegno diretto della Regione è quella di Villar Pellice (To), dove l’ente ha messo a disposizione una sua proprietà chiu-sa e inutilizzata da un decennio — l’albergo La Crumiére — che, grazie all’intervento della Diaconia Valdese, ospita 60 pro-fughi e programma corsi di italiano e altre attività finalizzate all’integrazione e all’inserimento.
www.regione.piemonte.it/polsoc/immigrazione
www.prefettura.it
presidenza.governo.it/DICA/immigrazione.html

Le diocesi rispondono all’appello di Papa Francesco

“Ogni parrocchia accolga una famiglia di profughi. Lo faranno per prime le due parrocchie del Vaticano. Cominciamo dalla mia diocesi di Ro-ma”. È questa la proposta avanzata da Papa Francesco lo scorso 6 settembre, nel corso dell’Angelus, per dare il buon esempio e rispondere concretamente all’appello da lui stesso rivolto a ogni comunità d’Europa. L’appello del Santo Padre seguiva di pochi giorni un analogo richia-mo alla solidarietà lanciato dall’Arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, che il 29 agosto aveva chiesto a ogni Unità pastorale “di provare a definire un concreto programma di accoglienza straordinaria e di accompagnamento per i fratelli e le sorelle vittime della migrazio-ne forzata, e in particolare uno o più luoghi d’accoglienza temporanea capaci di ospitare cinque persone ciascuno, cercando la disponibilità presso le parrocchie, gli istituti religiosi, le case di risposo e altre strutture ecclesiali presenti sul territorio”.
L’invito è stato poi rivolto anche alle famiglie “affinché si mettano a disposizione per accogliere un rifugiato in casa”. Punto di riferimento per il Piemonte è stato indicato l’Ufficio Pastorale Migranti di Torino, che ha una lunga esperienza alle proprie spalle nel promuovere l’accoglienza, l’ascolto e il dialogo tra immigrati e cittadini italiani. Tra i tanti servizi prestati da questa istituzione figura l’offerta d’informazioni, consulenza per il disbrigo di pratiche, corsi d’italiano, inglese e informatica.
La richiesta di Nosiglia non è caduta nel vuoto. Ad oggi, infatti, sono oltre 180 le famiglie del Torinese che hanno dato la propria disponibi-lità ad accogliere in casa profughi e rifugiati, mentre se ne contano circa 300 in tutto il Piemonte. A queste si aggiungono un altro centinaio di Unità pastorali e parrocchie, più istituti religiosi e strutture diocesane, tra cui gli stessi Seminario e Vescovado, pronti a mettere a dispo-sizione una trentina di posti.
“L’opera della Chiesa — spiega Sergio Durando, direttore della Pastorale Migranti della Diocesi di Torino — non è rivolta tanto alla prima ac-coglienza dei migranti, nonostante metà dei rifugiati sia in questo momento ospitata in strutture ecclesiali (ex scuole, conventi, sedi di congregazioni religiose) quanto alla loro sistemazione una volta ricevuto lo status di rifugiati, per cui non ci sono fondi pubblici. Non ci limi-tiamo quindi a fornire loro vitto e alloggio ma cerchiamo di mettere in atto un percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’interno della comunità dei nuovi arrivati”.
http://goo.gl/k6VOOu
www.migrantitorino.it

Parte dalla montagna l’integrazione che funziona
intervista a Monica Cerutti

Titolare della delega all’Immigrazione all’interno della Giunta Chiamparino è Monica Cerutti. Come assessore ha voluto fortemente che la Regione si dotasse di un Piano di assistenza profughi per dare maggiore efficacia agli interventi da attuare. Attualmente sta girando il Pie-monte per incontrare amministrazioni, associazioni e comunità di migranti per verificare la situazione ed eventualmente intervenire per miglio-rare il sistema di accoglienza e favorire l’integrazione dei nuovi arrivati.

Come sta funzionando il sistema di accoglienza dei profughi in Piemonte?

La Regione si sta adoperando per affrontare la complessità della situazione. Deve essere chiaro che non esiste la soluzione, ma esi-stono più soluzioni che formano il sistema di accoglienza dei profughi in Piemonte. Uno dei perni del Piano regionale è trasformare l’accoglienza da emergenziale a strutturale, coinvolgendo i Comuni. Noi stiamo fornendo gli strumenti, gli altri ne devono fare tesoro.

Quali sono le maggiori difficoltà organizzative riscontrate finora?

Il sistema evidentemente ha ancora dei limiti. Uno di essi è la lunghezza dei tempi d’attesa per il pronunciamento delle Commissioni territoriali rispetto alle richieste d’asilo. Un miglioramento, però, in questo senso vi è stato: i tempi sono diminuiti nell’ultimo periodo, l’attesa è passata da due anni agli attuali 8–9 mesi. Su questo fronte, però, la vera novità arriva dal Tavolo nazionale di gestione dei flussi non programmati, dove è stata decisa l’apertura di due nuove sezioni delle Commissioni territoriali in Piemonte, che dovranno esaminare le richieste di asilo. In media le domande sono accolte nel 50% dei casi. Per coloro che non possono essere accolti come rifugiati stiamo lavorando a progetti di rimpatrio volontario assistito.

Dal vostro osservatorio emergono molti episodi di intolleranza e di difficoltà di integrazione?

Non direi. Il Piemonte è una regione che accoglie. Anche i territori che all’inizio erano restii a ospitare, alla fine hanno accolto e in alcuni casi hanno anche avviato progetti di volontariato civico. Lo stesso sindaco di Gattinara, noto per aver indossato il lutto al braccio all’arrivo dei primi profughi nel proprio comune, mi ha confermato che, pur rimanendo sulle sue posizioni, li ha inseriti in percorsi di pubblica utilità che a suo avviso funzionano.

Da dove nasce la decisione di puntare sull’ospitalità dei rifugiati nei territori alpini?

La montagna mostra una capacità diversa di accogliere e ospitare i nuovi flussi di migrazione, sino a fare degli stranieri una compo-nente rilevante della forza di lavoro. La montagna italiana, in moltissimi Comuni, oggi è un luogo dove si sperimentano politiche d’integrazione e un nuovo welfare di comunità. Attualmente nelle aree montane e rurali c’è un’evidente potenzialità di integrazione, su cui lavorare con progetti che coinvolgano in eguale misura richiedenti asilo e comunità locali, a partire dai giovani.

Enti locali e immigrazione, Aiccre discute le strategie

“I flussi demografici sono sempre esistiti e sempre esisteranno, sono inarrestabili. Oggi gli enti locali sono in prima linea nella gestione di un fenomeno che non dipende più da una libera scelta ma è determinato per necessità. Il rispetto dei diritti umani deve essere alla base delle nostre scelte politiche e amministrative”, così il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus ha aperto i lavori della giornata forma-tiva dal titolo Quale funzione degli enti locali nelle politiche di asilo e accoglienza dei migranti?, svoltasi a ottobre a Palazzo Lascaris. All’evento, organizzato dall’Associazione italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa (Aiccre) in collaborazione con l’Assemblea legislativa regionale e la Consulta europea, hanno partecipato quaranta rappresentanti dei Comuni piemontesi. Dalla prima delle due sessioni, dedicata ai margini d’intervento degli enti locali, è emersa quale principale criticità la sostenibilità economica dei pro-getti di accoglienza e integrazione. Nella seconda sessione sono invece state delineate possibili strategie per il superamento delle difficol-tà; primo fra tutti è stato affermato il principio che non vi possa essere una delega di funzioni senza una delega di risorse.
Sono intervenuti, oltre al presidente del Consiglio regionale e della federazione piemontese dell’Aiccre Laus, la vicepresidente dell’Assemblea Daniela Ruffino, delegata alla Consulta europea, l’assessora all’Immigrazione Monica Cerutti, il presidente e il segretario nazionale dell’Aiccre Michele Picciano e Carla Rey, il segretario e il vicesegretario della federazione regionale piemontese Aiccre Alfonso Sabatino e Davide Rigallo e l’assessore al Bilancio della Città di Torino Gianguido Passoni. La discussione ha visto la partecipazione atti-va di tutti gli amministratori locali, arrivati per l’occasione dalle province di Alessandria, Asti, Cuneo, Torino e Vercelli. Le criticità e le pro-poste emerse saranno condivise con i rappresentanti delle altre sezioni nazionali e il documento elaborato verrà trasmesso nelle sedi competenti dell’Unione europea.
Con questo incontro l’Aiccre prosegue una serie di attività realizzate in collaborazione con la Consulta europea del Consiglio regionale, avviate nel 2013 con incontri seminariali e convegni insieme alle organizzazioni federaliste europee e alle associazioni e reti di migranti, culminate nel volume “Per una politica europea di asilo, accoglienza, immigrazione”. (gt)
http://goo.gl/NKCPXR

Immigrazione, quale ruolo per la Regione?
UN FORUM TRA CONSIGLIERI DI MAGGIORANZA E DI OPPOSIZIONE SUI TEMI DELL’EMERGENZA E DI UNA NON FACILE CONVIVENZA

di Fabio Malagnino

In seguito alla seduta del Consiglio straordinario sull’accoglienza dei richiedenti asilo, svoltasi in Aula lo scorso novembre, abbiamo sentito, per un’intervista a più voci, i consiglieri Elvio Rostagno (Pd), Diego Sozzani (FI) e Marco Grimaldi (Sel).

Quali sono gli elementi di criticità che intendeva sollevare l’ordine del giorno, respinto dall’Assemblea, per ritirare la deli-bera regionale? E, dall’altra parte, quali sono invece le opportunità e le soluzioni che la delibera regionale traccia?

Sozzani: Rispetto alla tematica epocale dei migranti, doveva essere importante la realizzazione di un piano regionale d’insediamento e non una delibera di regolamentazione dei flussi e delle azioni successive. Nella storia del nostro paese il 1974 è un punto di svolta: l’Italia passa da terra d’emigrazione a terra d’accoglienza e su questo siamo stati e siamo impre-parati. C’è anche tutto un tema legato all’integrazione, con le differenze tra i nati e cresciuti in Italia e coloro che arrivano in età adulta e in tempi relativamente brevi devono essere inseriti in una società complessa. L’Italia è ancora colpita dalla crisi, ci sono molte sacche di povertà, per cui l’ordine del giorno presentato in Consiglio chiedeva una riflessione più ampia che andasse al di là dei numeri.

Rostagno: Su questo tema non possiamo avere un approccio demagogico che guardi alla paura che in questi anni la nostra società ha costruito. Le sacche di povertà del nostro paese non sono paragonabili a quelle di chi mette il proprio bambino nelle mani di sconosciuti purché si salvi. O noi ci interroghiamo sulla nostra capacità di integrare e interagire con quelle po-polazioni che hanno dei loro valori e che devono essere messe in relazione con la nostra società, oppure avremo una visio-ne sempre parziale. Dobbiamo anche dirci che spesso il nostro è un paese di passaggio, l’obiettivo è andare nel nord Euro-pa. Questo fenomeno durerà nel tempo e inciderà fortemente nella nostra società, dobbiamo prepararci sapendo che ci sa-ranno criticità ma anche elementi di ricchezza per il futuro.

Grimaldi: Siamo contenti che l’ordine del giorno sia stato respinto e alle forze che parlano di “invasione” rispondiamo che sono i numeri a parlare. Si è parlato di un fenomeno straordinario, ma dal 1° gennaio gli immigrati sono 140mila contro i 150mila dell’anno passato. Questo vuol dire che c’è un dato strutturale dell’immigrazione e per questo servono piani e stra-tegie che vadano oltre la prima accoglienza. Ci siamo trovati di fronte a svariate emergenze ed è sempre mancato un piano europeo, lasciando così la discussione ai singoli paesi. Finché non c’è stata la parte visibile, “a terra”, dell’immigrazione non abbiamo colto a pieno l’importanza di programmi come “Mare nostrum”. Non c’è alternativa all’accoglienza, non si può fer-mare la disperazione delle persone né con le armi né con il buon lavoro fatto dai volontari. La disperazione porta ad abban-donare i propri figli perché quella è l’unica speranza di salvezza. Difendiamo l’operato della Regione che, invece di opporsi a un piano nazionale, ha semplicemente fatto il proprio dovere. Ricordo che noi ospitiamo il 7% degli arrivi, che è meno del peso della popolazione della nostra regione. C’è poi un tema legato allo sfruttamento di queste persone, ad esempio con il caporalato, che spesso ci dimentichiamo.

Un alto tema emerso dalla discussione è quello delle risorse. I Comuni rischiano di essere lasciati da soli senza strumenti adeguati?

Grimaldi: Lo Stato non può lasciare al cosiddetto “federalismo per abbandono” la gestione dell’immigrazione. Le Regioni non hanno sulla carta le competenze e non hanno le risorse. Dobbiamo chiedere all’Ue più fondi in quanto paese di frontiera, dal momento che spesso molte delle persone che arrivano hanno bisogno di un riconoscimento giuridico che arriva con tempi lunghissimi. Solo adesso apriranno uffici in altri due sedi del Piemonte, uno dei quali ad Alessandria, che già oggi gestisce il 50% delle richieste. Infine un’ultima riflessione, quando noi parliamo di reddito di autonomia vogliamo dare una risposta alla nostra crisi per evitare la lotta tra ultimi e penultimi, e tra gli ultimi ci sono tantissimi cittadini piemontesi e italiani che soffrono. Integrazione e garanzia del reddito devono andare di pari passo.

Rostagno: La disattenzione alle banlieu parigine è uno dei motivi per cui il fondamentalismo è diventato una risposa alla marginalità; l’attenzione a questo è prevenzione per il futuro e garanzia di convivenza. Non possiamo fare distinzioni tra l’attenzione all’ultimo che arriva nel nostro paese e quella al figlio dei nostri nonni e che vive nel nostro paese da tempo.

Sozzani: Abbiamo risorse scarse per la situazione sociale del Piemonte, se accettiamo un flusso di persone — tralasciando le vicende di Parigi, che aprono altri scenari — mancano risorse per tutti i cittadini, compresi quelli che accogliamo e a cui dob-biamo garantire un modo di vita compiuto. Allora la domanda è: abbiamo la possibilità di affrontare questa tematica in ma-niera più ampia? Dobbiamo valutare se siamo in grado, come Piemonte, di garantire una vita dignitosa alle persone che i-stantaneamente arrivano da noi e devono adattarsi alla cultura che li ospita.

La strage di Parigi è avvenuta dopo la discussione in Consiglio. C’è un rapporto tra migrazione, accoglienza e sicurezza? Esiste un’alternativa all’accoglienza? La risposta può essere la chiusura?

Rostagno: Dobbiamo distinguere tra emergenza emigrazione ed emergenza terrorismo e pensare a un’accoglienza diffusa, a una gestione più efficace perché ci sono sindaci che nemmeno sono stati avvisati dell’arrivo delle persone. La chiusura può andare bene subito dopo la fase di emergenza come dopo Parigi, ma il nostro sistema economico non può permettersi la chiusura delle frontiere, con queste soluzioni non risolviamo nulla. Dobbiamo pensare ad affrontare la povertà con inter-venti strategici nei paesi poveri comprendendo gli errori del passato. Per anni abbiamo venduto armi, non ci siamo interroga-ti su chi moriva di fame, ci preoccupiamo ora perché arrivano sulle nostre terre. È chiaro che parliamo di tempi lunghi, ma non possiamo sottrarci.

Grimaldi: Faccio un esempio: se dopo l’attentato di Duisburg la stampa tedesca avesse pubblicato titoli simili a quelli di al-cuni quotidiani italiani sulle stragi di Parigi, ci saremmo indignati e avremmo chiesto al Governo tedesco di stigmatizzare. Non possiamo sovrapporre immigrazione, terrorismo e Islam, rischiamo di rendere complice chi è il tuo migliore amico, colui che crede all’integrazione e condanna gli attentati. Ha ragione Rostagno: noi continuiamo a esportare armi in paesi che hanno rapporti poco chiari con Isis. E, quando ci preoccupiamo di chi arriva sulle imbarcazioni, dobbiamo sapere che l’intelligence ci dice che i terroristi sono cittadini europei, residenti di lungo corso e magari figli della classe media. Quindi no, non c’è alternativa all’accoglienza, anche il Papa parla di “nuovo umanesimo”.

Sozzani: Due dati su cui riflettere. La popolazione italiana negli ultimi cinquant’anni è cresciuta del 26% per effetto soprattut-to dell’immigrazione. Dobbiamo prendere atto che il futuro sarà una società più complessa di quella cui siamo abituati: i no-stri figli vivranno dinamiche diverse. Altro aspetto, il timore che vivevamo durante gli “anni di piombo” è lo stesso che viviamo ora, con in più l’elemento religioso che si è inserito oggi. Per me il delinquente è delinquente. Di sicuro le periferie mal go-vernate sono ambienti che generano tali focolai. Per questo, visto che ragioniamo su più piani, riaffermiamo l’esigenza di una discussione più complessa.

Il canale Medium ufficiale del Consiglio regionale del #Piemonte, dove raccogliamo notizie e approfondimenti. I video su http://www.crpiemonte.tv

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