“Battaglia di Arzello”: il corpo di Margherita Cagol, uccisa nel conflitto a fuoco con i carabinieri alla cascina Spiotta, coperto da un telo bianco.

Il sequestro, l’assalto, le ferite del tenente e il corpo di “Mara”

Il 4 giugno 1975 fu rapito, lungo la provinciale piemontese Cassinasco-Canelli, l’industriale Vittorio Vallarino Gancia.

Crpiemonte
5 min readJun 5, 2020

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di Mario Bocchio

I carabinieri si mossero con estrema rapidità. Lo stesso giorno fu arrestato Massimo Maraschi, un ventiduenne di Lodi che aveva provocato un incidente stradale un’ora prima, a circa duecento metri dal luogo del rapimento. Dopo aver tentato un accordo con l’automobilista che guidava l’altra vettura coinvolta, Maraschi si era dato alla fuga. Scattò un’ampia battuta: l’auto fu rinvenuta a Canelli, con a bordo un individuo che tentò di fuggire in un cantiere: fu fermato e portato in caserma. Gli fu trovata indosso una pistola 7,65 con il colpo in canna; l’auto era rubata e i documenti erano falsi. Nella notte stessa, in collaborazione con il Nucleo speciale, si appurò che: l’uomo era un noto brigatista, già inquisito dal Nucleo; il documento d’identità falso apparteneva ad un blocco di documenti trovati nel covo di Robbiano; Maraschi aveva partecipato al rapimento di Gancia, bloccando la strada con la sua vettura. Studiata la zona, fu disposto un controllo a tappeto di località isolate, cascine e abitazioni sospette.

La cascina Spiotta d’Arzello dove le Brigate Rosse avevano trasferito Gancia dopo il sequestro. Il 5 giugno 1975 una pattuglia dei carabinieri raggiunse la cascina.

Il 5 giugno 1975 il tenente Umberto Rocca, comandante della Compagnia di Acqui Terme, dopo aver celebrato la ricorrenza del 161° anniversario dell’Arma, verso le 10,30 decise di effettuare ispezioni in località e cascine già note e sottoposte a sorveglianza. Con lui parteciparono alla battuta il maresciallo mag­giore Rosario Cattafi, comandante della stazione di Acqui, e gli appuntati Giovanni D’Alfonso e Pietro Barberis. I primi tre in uniforme, l’ul­timo in abiti civili. Giunti nella località di Arzello del comune di Melazzo (10 km da Acqui), alle 11,30 Rocca arrivò coi suoi uomini alla cascina Spiotta, da più mesi segnalata come luogo saltuario di ritrovo di persone sospette.

Il tenente Rocca investito dal fuoco dei terroristi

L’ufficiale stava controllando l’interno di alcune vetture parcheggiate di fronte alla cascina, quando Barberis gli segnalò di aver sentito voci e rumori provenienti dalla cascina stessa. Rocca si avvicinò alla porta, constatando la presenza di alcuni individui all’interno. Ordinò di piazzare la vettura sulla strada per bloccare il traffico, ma defilata rispetto ad eventuali tiri da porte e finestre; D’Alfonso scelse una posizione tra i capannoni, pronto a intervenire; Barberis chiese rinforzi alla centrale operativa via radio e si appostò per controllare la parte posteriore della cascina. Il tenente Rocca, con Cattafi, compì una rapida ispezione, per controllare poi da un angolo del caseggiato due lati di esso, e ordinò a Cattafi (che aveva già bussato alla porta) di mettersi all’estremità di un casotto in muratura di fronte alla cascina. Al piano superiore si affacciò per un attimo una donna. Cattafi, ad alta voce, invitò più volte il dottor Caruso (il nome che risultava dalla targhetta alla porta) a uscire fuori. Un uomo aprì la porta invitando i militi ad entrare, poi (prima di richiudere la porta) lanciò una bomba, che investì in pieno Rocca, tranciandogli il braccio sinistro e ferendogli l’occhio sinistro. Cattafi fu colpito da numerose schegge sul lato destro del corpo, ma sparò ripetuti colpi contro le finestre e la porta. Quando si accorse delle gravi ferite dell’ufficiale Rocca, benché ferito gravemente lui stesso, lo sollevò di peso e lo mise al riparo, trascinandolo per 100 metri di terreno ripido e aspro fino alla provinciale. Fermò un’auto di passaggio e chiese al conducente di portare Rocca all’ospedale di Acqui. Nel frattempo stava arrivando un’altra pattuglia: rifiutando di essere soccorso, invitò i commilitoni a raggiungere con lui la cascina.

L’appuntato Giovanni D’Alfonso

Dalla cascina, dopo aver lanciato un’altra bomba, uscirono un uomo e una donna diretti ai capannoni. D’Alfonso avanzò per bloccarli con il fuoco della pistola, ma fu centrato da una raffica alla testa, al torace e all’addome. Nonostante i colpi ricevuti, sparò a sua volta un intero caricatore, forse ferendo due volte la donna che salì su un’automobile. La strada era però sbarrata dall’auto dei carabinieri, dove Barberis si era tempestivamente messo al riparo. Le due automobili, dopo un tamponamento, uscirono di strada. Barberis sparò ancora. L’uomo uscì dalla sua vettura dicendo: «Siamo feriti, ci arrendiamo». Barberis smise di sparare, invitò i due ad alzare la mani e ad andare verso una radura. Ma dopo pochi passi l’uomo, facendosi scudo della donna, estrasse dal giubbotto una bomba e la lanciò verso Barberis che, con grande prontezza, si slanciò in avanti e riuscì a sparare colpendo a morte la donna nonostante la bomba gli fosse esplosa a pochi metri di distanza. Il terrorista superstite si tuffò nella boscaglia e Barberis, preso un caricatore a D’Alfonso, lo inseguì invano. Tornò indietro per assistere D’Alfonso ferito a terra.

Il cadavere di “Mara” Cagol

Dopo alcuni minuti arrivarono con l’autoradio tre colleghi. Il vice brigadiere Frati, che comandava il gruppo, prima di ispezionare la cascina, lanciò un candelotto lacrimogeno.

I reduci della “Battaglia d’Arzello”

Da un piccolo vano a piano terra si sentirono grida di aiuto. Era Gancia, rapito il giorno prima. La donna uccisa era Margherita Cagol (conosciuta con il nome di battaglia di “Mara”), moglie di Renato Curcio. Lo scontro si risolse in un’autentica carneficina: Rocca era mutilato, D’Alfonso morì poco dopo. Cattafi fu trovato dai giornalisti mentre stava per tornare a casa con numerose schegge in corpo. Mostrò loro la divisa sforacchiata: «Potrei scolarci la pasta», disse, «ma devo riconoscere che, comunque, mi è andata bene».

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