Il tamburello e quel Monferrato più autentico

di Mario Bocchio

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Nei bar puoi ancora sentire i racconti dei trifulau, i cercatori di tartufi. Storie dal sapore antico, a volte degne delle più mitiche leggende dei pescatori. La gente del Monferrato ha tifato alle partite di tamburello, “a muro” come lo si gioca da queste parti. Uno sport unico, che si pratica solo qui. Non c’è piazza che non abbia un muraglione, un terrapieno, il lato di una fortificazione, e così “il muro” è a tutti gli effetti parte del campo di gioco. E i giocatori più forti sono proprio quelli che sanno sfruttarne rimbalzi ed effetti.

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Non c’è limite all’orizzonte di un bastione, su cui rimbalza una pallina di caucciù — è solito ricordare Franco Binello, un grande narratore di questo sport -. La sfera color del gesso sorvola paesi da cartolina, riemersi intorno a colline e vigneti, nebbie e vendemmie. I rintocchi dei campanili, così come quelli del “tambass”, scandiscono un tempo sospeso tra realtà e fiaba.
Stiamo parlando dello spaccato di una terra attraverso il suo volto più popolare. Tornano alla mente campioni scomparsi, ma mai dimenticati come il mancino di Portacomaro Carlin Verrua oppure Renatino Gerbo. I più anziani, nelle piazze da Castell’Alfero a Vignale, passando per Moncalvo e Grana, ti snocciolano i miti caserecci di queste parti: l’“imperatore” Miliu (Emilio) Medesani, l’ingegnere-“Airone” Giancarlo Marostica, il vecchio Silvano Aceto, il fromboliere Fulvio Natta, e ancora Franco Capusso e “Cerot. È sempre stata e sarà ancora una grande famiglia, su cui sembra vegliare da lassù un altro dei patriarchi di questa specialità del tamburello (si distingue da quello tradizionale per via del muro laterale d’appoggio; ogni sferisterio, essendo principalmente rappresentato da piazze sotto i bastioni dei paesi, ha caratteristiche proprie che lo rendono unico donando a questa specialità un fascino particolare), Adriano Fracchia.

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Giuseppe Prosio ha cercato di trasporre su pellicola, rigorosamente in bianco e nero, l’affascinante ambiente dello sferisterio, luogo magico in cui fermenta una passione popolare che trascende dal semplice evento ludico e diventa storia collettiva della gente monferrina che nel tamburello a muro si identifica come in nessun altro sport.
In queste fotografie — raccolte nel volume “Campioni di collina” (Daniela Piazza editore, 2006) scritto insieme al giornalista Carlo Cerrato — riesce a rendere l’idea del tamburello a muro, ossia un evento coreografico con tanto di spazio scenico, mosso da attori dentro e fuori il campo e cristallizzato da suggestivi fondali come la chiesa, la torre, muri a sostegno di piazze contornate dalla panetteria, dal bar e da tutto ciò che è non solo forma, ma componente della quotidiana vita del paese.
Vengono fissate sensazioni a Grazzano Badoglio, atmosfere nello sferisterio tutto particolare di Moncalvo, situazioni e volti a Portacomaro, aprendoci una finestra — come ha evidenziato Cerrato — “su un certo Monferrato che non ha avuto i cantori di Langa che hanno creato il mito della pallapugno, ma ci ha offerto dei campioni di collina”.

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Il tamburello è uno sport di antichissima origine, una varietà della quale era già praticata dai Romani, le milizie di Giulio Cesare dirette in Gallia, dopo ore di marcia forzata, trovavano ancora la voglia e la forza per sfidarsi in piacevoli incontri nello squadrato campo militare dei Taurini.
Il tamburello si gioca a macchia di leopardo soprattutto in parte delle province di Asti e Alessandria, nel Mantovano, in zone del Bergamasco, del Veneto, del Trentino, della Toscana e delle Marche.
Oggi, della lunga tradizione piemontese degli anni Settanta, quelli d’oro di questo sport, resistono a grandi livelli solo le realtà di Cinaglio, Cremolino e Carpeneto.
Ma soprattutto c’è l’icona vivente in assoluto, Aldo “Cerot” Marello, di Revigliasco a pochi chilometri da Asti. Venne definito addirittura l’ “O Rei” del tamburello, paragone impegnativo visto che il re in questione è niente poco di meno che il calciatore Pelè.

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“Cerot” (il soprannome si riferisce a un possente cavallo da lavoro, ma bello a vedersi) per anni è stato protagonista indiscusso del tamburello. Ha giocato in varie squadre ma è con il Castell’Alfero del presidentissimo Sandro Vigna, che all’inizio degli anni Settanta ha vinto tutto quello che si poteva vincere. A quei tempi Marello, battitore e non più solo rimettitore, si imponeva ovunque. Vennero poi ancora tante gioie come quelle a Ovada, dove nello sferisterio arrivavano per vederlo addirittura settemila spettatori, oppure quelle di Castellero dove un minuscolo paese riuscì a fregiarsi dello scudetto e dove il parroco don Attilio Novo, chiese ai fedeli di pregare per la squadra di tamburello.

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Ma anche ingiuste amarezze, come l’esclusione per sempre dalla Nazionale dopo la partita di Pézenas, in Linguadoca-Rossiglione, contro la Francia: avevano affidato a lui la fascia di capitano, a scapito del veronese Renzo Tommasi e, non potendogliela più togliere visto che era un autentico fuoriclasse, decisero di non chiamarlo mai più in azzurro.
Non trascurò mai le partite nelle piazze di paese. Accanto all’ufficialità della serie A, il tamburello, come il pallone elastico, vive ancora oggi, anche se in minor misura, di tornei nei paesi in festa, di sfide tra borghi. “Vive ancora essenzialmente di rapporti umani e di amore per il proprio territorio” ha scritto Carlin Petrini. “Alle partite, solitamente, seguono cene pantagrueliche. Avermi in casa è sempre stato un onore e il padrone non ha mai lesinato sul vino. Una volta uscii da una cena alle cinque del mattino così frastornato che non riuscii a trovare la strada di casa e, dopo aver girato a vuoto per qualche tempo, decisi di dormire in macchina” ama ricordare “Cerot”, la cui poliedrica e interessantissima personalità lo ha portato a essere anche un interprete del rhythm and blues a capo della sua band musicale.

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Essere rudi, per chiunque pratichi il pallone elastico e il tamburello, è quasi necessità a causa della virilità di questi sport. Una rudezza non di rado tinta di mito, persino di qualche retorica, disse una volta Franco Piccinelli, che oltre a essere un giornalista di prim’ordine è stato a lungo presidente della Federazione del pallone elastico.
Ma se, smessi gli attrezzi sportivi, afferri quelli dell’arte musicale e canora, grattato il ruvido vi scorgi la tenerezza, alte ispirazioni, ben sostenuti ideali. E in “Cerot”, il veccho campione, ci trovi soprattutto il culto per l’amicizia, che in questi paesi del Piemonte più autentico e identitario vale ancora. Come quella stretta di mano che un tempo era come un pagamento in denaro contante.

Il canale Medium ufficiale del Consiglio regionale del #Piemonte, dove raccogliamo notizie e approfondimenti. I video su http://www.crpiemonte.tv

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