L’Assietta come il mito della Fortezza Bastiani

di Mario Bocchio

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La battaglia dell’Assietta ieri e oggi, un approfondimento a 360 gradi. Ne abbiamo parlato con Paola Bianchi dell’Università della Valle d’Aosta, esperta di storia militare.

Perché i militari hanno avuto così grande attenzione per l’Assietta, anche dopo la battaglia?

La questione, in realtà, non riguarda solo la cultura militare. Alcune battaglie hanno assunto un significato che si è coagulato in un forte senso identitario. Nella storia dello Stato sabaudo prima, della Regione Piemonte poi, altre pagine storiche sono state caricate di un particolare valore simbolico. Basti pensare a un esempio classico, ricavato pure dalla storia settecentesca: la liberazione dall’assedio francese di Torino nel 1706 con la conseguente creazione del mito di Pietro Micca (personaggio storicamente esistito, ma esaltato nel suo ruolo risolutivo della battaglia a decenni di distanza dai fatti). Si può azzardare che l’assedio del 1706 stia all’identità del capoluogo piemontese come la battaglia dell’Assietta stia a quella del Piemonte: identità entrambe rafforzate col trascorrere del tempo, tanto da giungere alle ricorrenze celebrate ancora oggi, che raccolgono un largo seguito popolare.
La vicenda militare rispondeva meglio di altre a rappresentare la tradizione dinastica dei Savoia, tradizione su cui si è innestata, nel corso dell’Ottocento e di parte del secolo successivo, la ricerca di una nuova identità nazionale. In questa sovrapposizione di sensi di appartenenza si è conservato il ricordo della vittoria piemontese al colle dell’Assietta. Non una “tradizione inventata” dunque (secondo la nota formula usata dallo storico inglese Eric Hobsbawm), ma un avvenimento che ha offerto ai piemontesi un punto di riferimento e di forza nella ricostruzione della propria storia.

Comunque l’Assietta si presta un po’ al mito della Fortezza Bastiani di Buzzati…

Altri luoghi potrebbero evocare quel riferimento letterario con un impatto visuale probabilmente più diretto: le diverse fortezze (Exilles, la Brunetta, Montmélian etc.) che hanno punteggiato i confini dei domini sabaudi costituendo anche il portato di una solida cultura militare artiglieresca e ingegneristica. È più l’altopiano dell’Assietta a evocare suggestioni buzzatiane, perché in quello spazio aspro ci si possono immaginare quelle che furono le postazioni delle truppe piemontesi in attesa che le unità nemiche francesi avanzassero lungo la strada del Monginevro, mentre un altro fronte era stato aperto in Liguria, dove nel 1746, l’anno precedente all’Assietta, la Genova di Balilla aveva reagito all’attacco degli austriaci appoggiati dall’esercito sabaudo. L’altopiano prende il nome di Colle a est, dove passa la mulattiera per Exilles. E il sistema di difesa che preparò lo scontro armato all’Assietta rispondeva, in realtà, a un sistema di difesa “integrato”, legato proprio ai forti di Exilles e Fenestrelle. In quegli spazi gl’ingegneri sabaudi realizzarono, con una tempestività che rivelava un’esperienza consumata, una serie di trinceramenti muniti di terrapieni e muretti a secco, che non possono definirsi in buone condizioni, ma di cui è ancora possibile leggere il tracciato sul terreno.

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Torniamo alla grande battaglia del 1747. In quale contesto storico si inserisce?

Nel contesto della guerra di successione austriaca: l’ultima delle guerre di successione (dopo quella spagnola e polacca) che investirono i principali Stati europei nella prima metà del Settecento. Fu l’ultimo conflitto in cui entrò lo Stato sabaudo prima della crisi dell’antico regime e cioè prima della riapertura del fronte coi francesi nel 1792, in un clima ormai ben diverso, a ridosso di una Francia rivoluzionaria e repubblicana. Nel 1740 i Savoia erano tornati ad allearsi con l’Austria, come avevano già fatto a fine Seicento (1690–96) e durante la guerra di successione spagnola (1703–1713). Alla morte dell’imperatore Carlo VI (1740) l’ascesa al trono asburgico di Maria Teresa, sua figlia, era stata contestata da Federico II di Prussia. La Francia aveva accordato l’appoggio ai fautori di uno smembramento dei domini ereditari degli Asburgo, in particolare a favore del pretendente principale, Carlo Alberto di Baviera. Questi con l’aiuto francese, diede inizio alle campagne militari, che videro scendere in campo contro Maria Teresa anche la Spagna e la Sassonia-Polonia. La Gran Bretagna assisteva “amichevolmente” Maria Teresa, mentre in Italia Carlo Emanuele III di Sardegna, temendo le mire espansionistiche spagnole in Lombardia, si alleò nel 1742 con l’Austria. Nel 1743 anche la Gran Bretagna mobilitava un esercito a fianco dell’Austria contro le velleità egemoniche della Francia. Iniziò così una nuova fase della guerra in cui i legami tra Francia e Spagna diventarono più stretti. Nel 1744 le forze franco-ispane, che avevano cercato di impadronirsi dell’importante piazza fortificata di Cuneo, furono però costrette a ritirarsi (22 ottobre 1744). Con la morte di Carlo Alberto di Baviera, all’inizio del 1745, scomparve il rivale più pericoloso di Maria Teresa; nel settembre 1745 la Dieta di Francoforte riconosceva imperatore Francesco Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa. Verso la fine dello stesso anno Maria Teresa, con la mediazione inglese, stringeva la pace con Federico II di Prussia. Gli eserciti restavano in campo nelle Fiandre e in Italia. Su un fronte era la Francia, con la Spagna, il Regno di Napoli e la Repubblica di Genova (che aveva aderito all’alleanza nel maggio 1745); sull’altro fronte era l’Austria, alleata al Regno di Sardegna, alla Gran Bretagna e all’Olanda. L’energia dei franco-spagnoli si era affievolita nel 1746, l’anno in cui Carlo Emanuele III di Savoia e Maria Teresa d’Asburgo avevano costretto il nemico a sgombrare il Piemonte e la Lombardia occupando inoltre Genova (settembre 1746). Trattative di pace tra Francia, Gran Bretagna e Olanda erano già iniziate nell’autunno 1746 e dopo lunghi negoziati furono concluse solo ad Aquisgrana nell’ottobre 1748. Filippo di Borbone, figlio del re di Spagna e di Elisabetta Farnese, assumeva la corona sui Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, mentre veniva confermata la successione di Maria Teresa al trono asburgico accanto al marito Francesco. La Prussia otteneva la Slesia. Allo Stato sabaudo, come ricompensa non completamente riconosciuta (e perciò foriera di lunghi strascichi di rimostranze) toccarono nuove annessioni di territori sul fronte lombardo: l’Alto Novarese e il Vigevanasco.

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Che cosa accadde in quel fatidico 19 luglio 1747?

Carlo Emanuele III, prevedendo un attacco francese dalle Alpi, aveva ordinato di trincerare e presidiare il pianoro dell’Assietta. Tredici battaglioni di fanteria erano stati posti al comando del tenente generale Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio (1706–1782), destinato, in seguito alla fama conquistata in quella battaglia, a una brillante carriera. Il punto chiave della difesa austro-piemontese era costituito dalla vetta del Gran Serin, su cui si appostarono i tre battaglioni migliori: il secondo e terzo battaglione del reggimento svizzero Kalbermatten e il terzo del reggimento pure svizzero Roy. I battaglioni imperiali, quattro, appartenenti ai reggimenti Forgatsch, Traun, Hagenbach e Colloredo, furono schierati in difesa del colle. Intervennero anche milizie di rincalzo formate da combattenti valdesi, abituati a compiere atti di guerriglia in territorio montano e per questa ragione già integrati e sfruttati dai Savoia in altre circostanze. L’armata piemontese, come accadeva negli eserciti d’antico regime, era ricca di reggimenti stranieri. I francesi, con una forza armata numericamente superiore, guidati dal comandante Bellisle, sferrarono l’attacco nel pomeriggio, ma furono presto decimati dai tiri dei difensori. Lo stesso Bellisle, all’assalto per trascinare i suoi uomini, fu colpito a morte da un tiratore piemontese dopo essere stato infilzato da una baionetta. Al Gran Serin, intanto, erano giunti anche i battaglioni della riserva sabauda. Bricherasio aveva ordinato al conte Paolo Novarina di San Sebastiano (1710–1765) presente sul campo di battaglia di lasciare la sua postazione e di ritirarsi con i suoi soldati verso il Gran Serin, ma egli non obbedì, decidendo invece di resistere valorosamente sull’altipiano (le pagine del romanzo di Luigi Gramegna del 1912, Il cicisbeo. Racconto storico: battaglia dell’Assietta, 1747, ne avrebbero tramandato le gesta, inserendole in un più ampio progetto narrativo volto a tracciare una saga delle vicende sabaude dalle origini alla raggiunta unità nazionale). Dopo alcune ore di battaglia i francesi furono infine respinti, e da allora il rifiuto di Novarina rimase proverbiale: «bogia nen». Fu egli all’origine di quel soprannome che avrebbe connotato dapprima i soldati piemontesi e poi l’intera popolazione della regione (con un significato, in realtà, non sempre chiaro a chi piemontese non è: e cioè a voler indicare un’innata e tenace capacità di resistenza, non già un’atavica predisposizione alla flemma). Certo, restano alcuni interrogativi. Il vero eroe dell’Assietta fu il conte di Bricherasio o non, piuttosto, il conte Novarina di San Sebastiano? Nel corso dei decenni successivi le relazioni ufficiali aprirono a diverse letture dei fatti. La storiografia ottocentesca ipotizzò, per esempio, che si fosse voluta evitare troppa pubblicità alla condotta del figlio della marchesa di Spigno, la seconda moglie di Vittorio Amedeo II che, si diceva, lo aveva spinto a tornare sul trono dopo l’abdicazione, aprendo la pagina drammatica dell’arresto e della morte in carcere. Giuseppe Roberto Berthoud de Malines, un colto cortigiano testimone di quelle vicende, aveva ricordato nelle sue memorie che all’Assietta Novarina si era comportato con grande valore, ricevendone in cambio nessun onore, ma anzi, anni dopo, un’immeritata retrocessione.

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Che valore ha avuto e ha ancora oggi la vittoria dell’Assietta per il Piemonte?

Da un punto di vista strategico era stata bloccata l’avanzata di un esercito che minacciava di creare una pericolosa breccia sul fronte alpino, che poteva condurre a un nuovo assedio della capitale. Negli anni precedenti Cuneo e Asti avevano vissuto esperienze analoghe. C’è poi un altro punto da ricordare: lo Stato sabaudo, rispetto a Stati come la Francia e l’Impero, non contava un numero di abitanti — e quindi di soldati — tali da permettergli grandi vittorie in battaglia. Quello che poteva fare — e per cui la sua alleanza era assai ricercata — era resistere il più a lungo possibile tenendo impegnate le truppe del nemico. Ecco perché la storia militare sabauda è ricca soprattutto di assedi respinti, non di battaglie vittoriose. L’Assietta fu una delle poche grandi vittorie in campo aperto, con enormi perdite del nemico e poche da parte sabauda; per di più contro un antagonista come la Francia. Proprio per queste ragioni la battaglia dell’Assietta è divenuta un momento fondante dell’identità piemontese, pur con tutte le cautele che si devono usare con questa espressione (vista la partecipazione pluri-nazionale alle truppe coinvolte dai Savoia). Non è un caso che dal 1968 la Festa del Piemonte si celebri proprio all’Assietta: ogni luglio migliaia di piemontesi si ritrovano al Colle per celebrare non tanto una vittoria militare — peraltro importante — quanto le loro radici.

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Che valore ha oggi l’Assietta come luogo nel comprensorio delle Montagne Olimpiche?

Le Montagne Olimpiche — le Valli di Susa, del Sangone, del Pinerolese, Chisone, Germanasca e Pellice, fondale naturale dei Giochi invernali del 2006 — incastonano l’Assietta come ambiente che può contribuire a definire qualcosa di più del luogo storico che accolse la battaglia del 1747. Al turista, allo studioso, al viaggiatore si presenta, infatti, un autentico e interessantissimo museo a cielo aperto.
Le strade militari che percorrono il contrafforte fra la Val di Susa e la Val Chisone sono state riadattate nel corso dei secoli. Dopo oltre un secolo dai combattimenti della guerra di Successione austriaca (1747), fu l’epoca della Triplice Alleanza (1880–1900) e del Vallo Alpino (1931–1941). Il confine delle Alpi tornava, in queste fasi storiche, a riarmarsi contro la Francia. Attraverso una Commissione per la Difesa dello Stato a fine Ottocento fu, così, ridisegnato il piano generale di difesa del Piemonte e, ormai, dei confini nord-occidentali dell’Italia. Le delibere sottoscritte già nel 1874 avevano previsto, in particolare, di rafforzare quelle frontiere e in quattro anni furono ultimati i campi trincerati dell’Assietta, del Moncenisio, del Colle di Tenda e del Colle di Nava. I lavori, iniziati nel 1889, realizzarono infine una rete di strade militari, lunga poco meno di un centinaio di chilometri, che utilizzava come base d’appoggio proprio il Colle del Gran Serin. Negli anni successivi sarebbero state aggiunte altre strutture collegate a Gravere e al Forte del Colle delle Finestre.
Fino agli anni della prima guerra mondiale l’Assietta fu sfruttata nei mesi estivi, quando i battaglioni d’artiglieria da fortezza e le fanterie eseguivano le esercitazioni a fuoco. Senza essere impegnati in battaglia, i forti dell’Assietta continuarono in questo modo a connotare un lungo uso militare di questa porzione dell’arco alpino, fino alla loro dismissione a partire dal 1920. Che cosa resta oggi di quel patrimonio storico? Molto. Quei sentieri e quei percorsi militari abbandonati dall’esercito rappresentano tuttora la meta di escursioni che consentono di ammirare, oltre alle tracce lasciate dall’uomo, la straordinaria bellezza e ricchezza geologica delle nostre Alpi. La strada militare dell’Assietta mi risulta, fra l’altro, detenere il primato europeo per la sua altezza dal livello del mare.

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