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La drammatica desolazione di Auschwitz

Anche la fotografia ha potere documentale ed è una potente forma di comunicazione e testimonianza

di Mario Bocchio

Non v’è dubbio alcuno che quella documentata da questo lavoro rappresenti una delle pagine più buie della storia, dalla notte dei tempi ai giorni nostri. Una persecuzione ed uno sterminio di massa che coinvolse i due terzi della popolazione ebrea in Europa.

Il luogo simbolo di questo terrificante e feroce genocidio perpetrato ai danni della popolazione Ebrea è stato senza dubbio identificato nel campo di concentramento di Auschwitz che si trova a Oświęcim, una città distante circa 70 km da Cracovia, che ospita il Museo Nazionale Auschwitz Birkenau. La sensazione che si prova visitando questo spettrale luogo è quella dell’impotenza, quella che ci riporta alla drammaticità della vita e alla cattiveria dell’animo umano. Ci si chiede infatti come abbia potuto l’uomo perpetrare un tale orrore! L’altro aspetto che colpisce nel profondo è il silenzio, l’assordante silenzio che circonda ogni cosa e la profonda intimità con cui si vive questo luogo simbolo e si ascoltano le emozioni contrastanti che trasemette.

Proprio alla ricerca di queste sensazioni, proprio seguendo il nio istinto e cercando di realizzare un reportage che fosse anche un invito a mantenere vivo il ricordo e a riflettere, ho realizzato questo lavoro fotografico. Ho cercato di cogliere quanto terribile sia stato quell’incubo .

L’ambiguità voluta del messaggio lanciato — da una parte a rappresentare un monito a che certe nefandezze non abbiano più a ripetersi, ma dall’altro a ricordare inesorabilmente che l’umanità tende a dimenticare e ripetere gli stessi terribili errori — è l’aspetto sul quale magistralmente ho voluto andare ad agire.

«Sogni densi e violenti — scrive Levi della prigionia — sognati con anima e corpo: tornare, mangiare, raccontare». Il dovere di raccontare: «Non è lecito tacere. Se noi taceremo, chi parlerà?», scrive nel 1955. E dieci anni più tardi, in un editoriale sulla prima pagina de La Stampa, narra dell’avverarsi di un sogno frequente durante la prigionia: «L’interlocutore non ci ascolta, non ci comprende, si distrae, se ne va e ci lascia soli. Eppure, raccontare dobbiamo». Questo ruolo di testimone e di scrittore, lo scienziato Primo Levi l’ha pienamente svolto, dopo essersi portato sulle spalle l’immane tragedia, in cui avevano sperimentato «alcune cose sull’uomo che sentiamo necessario divulgare», in quella morte di Auschwitz, che era «triviale, burocratica e quotidiana». Levi scrive: «Ci siamo accorti che l’uomo è sopraffattore: è rimasto tale, a dispetto di millenni di codici e di tribunali».

Anche la fotografia ha questo potere documentale ed è una potente forma di comunicazione e testimonianza: ciò che rimane impresso nella memoria attraverso l’osservazione di uno scatto non potrà mai essere descritto con mille parole.

È questo un luogo dove ognuno di noi dovrebbe sentire il bisogno di andare, per poter provare intimamente l’orrore che ancora si respira in quel silenzio che tante grida di strazio e di dolore cela in se, che ad ascoltar bene probabilmente ancora si odono.

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