Image for post
Image for post

La grande storia: il Vallo Alpino in Piemonte (seconda puntata)

Percorsi che si inoltrano tra i segni che la storia ha lasciato sul territorio, dalle fortezze centenarie ai bunker delle Guerre mondiali, per gite che al fascino paesaggistico uniscono quello del viaggio a ritroso nel tempo

di Mario Bocchio

Molti valligiani passavano il confine a piedi anche d’inverno, spesso di frodo, magari senza documenti, qualche volta braccati dalla Milizia Confinaria, per andare a lavorare dove il lavoro c’era, oppure per contrabbandare soprattutto generi alimentari.

Lo Chaberton adesso guarda da lontano i condomini di Sestriere. Il monte, 3.130 metri, tra Cesana e Claviere, oggi in territorio francese, rimane l’esempio più evidente e conosciuto dell’utilizzo di una montagna a fini bellici. Si tratta di un’immensa cordigliera calcarea con una cuspide piramidale, pareti a picco di roccia friabile, solcate da canaloni e couloir vertiginosi. La vetta, spianata già alla fine dell’800, ospita ancora le otto torri in calcestruzzo su cui erano montati altrettanti cannoni da 149/35, in grado di sparare su Briançon. Nel 1905 fu costruita un’arditissima teleferica che collegava la fortezza a Cesana, duemila metri più in basso, mentre la strada carrozzabile che arriva alla cima fu terminata già nel 1897. Nonostante la segretezza che all’epoca circondava l’opera, la sua funzione offensiva quando scoppiò la guerra fu zero. Le poderose bocche da fuoco spararono un paio di centinaia di colpi facendo scarsi danni oltre le dogane. In compenso i francesi, che da tempo avevano preparato meticolosi piani di tiro, il 21 giugno 1940, con un preciso bombardamento di mortai pesanti, distrussero sei delle otto torri, mettendo fuori combattimento quello che era il vanto dell’artiglieria da fortezza del Regio Esercito. Tra i 320 uomini della guarnigione ci furono nove morti, e cinquanta feriti, alcuni orribilmente ustionati.

Oggi salire sullo Chaberton è un’escursione molto piacevole: si parte dall’abitato di Claviere, passando sul versante est, e per un sentiero che porta prima al Colle dello Chaberton a 2.761 metri, poi alla cima su ripidi tornanti, tra immani reticolati, resti di casermette, postazioni scavate nella roccia viva. Ci vogliono tre ore abbondanti per arrivare in cima, uno spiazzo piatto e polveroso.

Ci sono perfino speleologi che ogni tanto s’infilano pericolosamente nelle gallerie che portano in abissi artificiali, ormai quasi pieni di concrezioni ghiacciate, alla scoperta del misterioso universo sotterraneo, che un tempo ospitava magazzini, cucine, camerate, polveriere, cucine. Tutto ormai è morto e sepolto nelle viscere buie e pietrose del monte. Intorno al colle, sparsi nei ghiaioni ripidi, ancora brandelli di casermaggi, come lamiere, una stufa di ghisa, brande, putrelle, vecchie scatolette.

La Valle di Susa in quota, è piena di opere militari. Tracciati sterrati e parzialmente agibili partono da Salbetrand e raggiungono le fortezze del Pramand, passando sotto le rimbombanti grotte dei Saraceni. Salgono ai ruderi del Jafferau sopra Bardonecchia a quota 2.700 metri. Ancora a monte di Bardonecchia ci sono le mura granitiche del Forte Bramafam, una delle maggiori costruzioni difensive delle Alpi Cozie italiane. Il Bramafam, tra le due guerre, venne aggiornato come strutture e armamento, anche con postazioni in caverna esterne, collegate al forte con gallerie scavate nella roccia.

Valico del Moncenisio.Il Trattato di pace del 1947, spostando il confine di una decina di chilometri verso l’Italia, ha preservato molte opere ex italiane dalla demolizione post-bellica prevista dal successivo Decreto del 18 luglio 1948. Se non per il Forte Roncia, al momento nessuno si è ancora preoccupato di provvedere alla restaurazione e conservazione delle fortezze del Moncenisio, anzi con l’edificazione della diga alla fine degli anni ’60 si sono perdute per sempre due opere interessanti; le Batterie Paradiso e il Forte Cassa.

Tutte le fortificazioni si presentano completamente bonificate da mine, disarmate e private dei loroequipaggiamenti, nonché delle armi, munizioni e impianti, pavimenti e solai, ad esempio il Forte Varisello, il più grande. Quasi tutte le opere vennero dichiarate obsolete ancor prima della Seconda Guerra Mondiale, vennero quindi rimpiazzate con un imponente sistema difensivo interamente realizzato in caverna, i bunker, opere riunite in capisaldi autonomi, scavate interamente nella viva roccia e gettate in calcestruzzo per resistere i colpi delle armi moderne. Tranne le batterie, le fortezze durante la Grande Guerra non combatterono, ma talune furono riutilizzate durante il secondo conflitto mondiale con veloci restauri come magazzini e caserme.

Ricordato da un vecchio canto degli alpini il Forte di Pampalù, a 1.600 metri sulle pendici del Rocciamelone, a picco sulla città di Susa fu costruito nel 1891 e disarmato nel 1921. Durante l’ultima guerra ospitò ancora una batteria di quattro cannoni. Adesso è una solitaria rovina assediata dagli abeti.

Volendo si possono passare settimane a esplorare valloni, dorsali e valichi. Le testimonianze sono imperiture anche se malridotte. E non solo del Vallo Littorio, ma di resti, magari solo di trinceramenti, che risalgono al 1600 come all’alpeggio della Rossa in Alta Val Sangone o del ‘700 ai Colli dell’Assietta e dell’Orsiera.

Escursioni storiche

Il piccolo altipiano detto dei Tredici Laghi sopra Ghigo di Prali nell’Alta Val Germanasca, è una bella prateria ondulata con macereti e torbiere, a quota 2.400 metri. Si può raggiungere in seggiovia da Ghigo camminando poi una mezz’ora; o più sportivamente salendo con una tortuosa strada militare che si stacca dalla provinciale prima di Perrero e porta alla Conca Cialancia. Lasciata l’auto si sale al Colle omonimo e si scende sui laghi con un percorso facile di un’ora circa. Ci si trova in un labirintico complesso di caserme in pietra costruite ai primi del ‘900 intorno ad un laghetto glaciale, e che si chiamavano “Ricoveri Perrucchietti”. Sulle rive del Lago Rametta a monte, dunque verso il Passo Cialancia, gli unici due pezzi d’artiglieria rimasti sul posto alla fine dell’ultima guerra. Bocche da fuoco da 149/35 costruite dall’Ansaldo di Genova nel 1917, come si legge sugli affusti, le canne segate con la fiamma ossidrica. Ormai inoffensivi e bruti pezzi d’acciaio su ruote che non si muoveranno mai più. D’estate sono una curiosità per i gitanti che passeggiano tra gli obici e mettono bottiglioni di vino al fresco nel lago dove s’intravvedono ferraglie e legni di guerra. Intorno alla grande caserma principale, sui roccioni circostanti, cognomi e nomi, la classe, tracciati col catrame ancora leggibili, di tanti soldati di leva che passarono quassù mesi, tra esercitazioni e corvèes.

Camminando un paio d’ore con comodo, si può raggiungere la Punta Peigro, 2.700 metri, dove ci sono resti di piccole postazioni di vedetta, che si affacciano vertiginosamente sul vallone che scende a Prà del Torno in Val d’Angrogna, già nelle valli valdesi. Il luogo è aperto, panoramico, si può immaginare la vita dei soldati comandati di guardia all’avamposto, riparati alla meglio nelle piccole costruzioni di pietra a secco, a spiare l’immaginario nemico come nel “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

In due ore e mezza di marcia, in un ambiente di rara bellezza, si va dal Pian del Re, sopra Crissolo dopo aver bevuto volendo alle sorgenti del Po, fino al Colle delle Traversette, 2.959 metri, valico aereo e pericoloso che conduce in Francia. Dopo tre quarti d’ora circa, deviando a destra su un tracciato ormai poco evidente, tra serpentini scistosi, si può andare a vedere un gigantesco bunker in cemento armato fatto saltare con la dinamite nel ’46. Ma è ancora un bestione enorme col tetto spesso due metri, spaccato in più parti, putrelle in ferro contorte, circondato da un reticolato perfettamente rotondo, messo a sorvegliare la mulattiera (una volta carrozzabile) che scende dalle Traversette. Mezz’ora prima del Colle, sotto le Rocce Fouriun, un pianoro con abbondanti resti di reticolati, centinaia di metri di filo spinato che chiudevano l’accesso al valico, stesi fino al sommo delle pietraie sui fianchi della valle. In alto una casermetta ora luogo di sosta per alpinisti, anche perchè ha vicino, nascosta tra i sassi, una limpida sorgente, ed è a due passi dal celebre “Buco di Viso”, primo traforo alpino realizzato dal Marchese di Saluzzo nel XV secolo.

Tutta la provincia di Cuneo è ancora munitissima nei suoi alti confini. L’ambiente alpestre è dappertutto selvaggio, spesso intatto, popolato di animali. Nel cuore del Parco dell’Argentera si trovava la Guarnigione di Valscura in riva ad un grande lago, a 2.274 metri. Siamo in alta Valle Gesso, sopra il quieto piano del Valasco, dove Vittorio Emanuele II si fece costruire una regale casa di caccia con due torrette. Dopo il tramonto, d’estate, i camosci scendono a brucare e a bere nel torrente. A Valscura si arriva su una strada militare ben costruita, (un tratto è perfino in galleria e può essere un riparo provvidenziale in caso di temporale), ostruita però da alcune frane. Gli edifici di Valscura sono in parte crollati, in parte furono demoliti e rasi al suolo, ma rimane l’impianto generale di un sistema logistico articolato e complesso. Duecento metri sopra il lago, c’è la Caserma del Drus, una specie di castello tozzo, di pietre squadrate con pesanti stipiti monolitici di granito. All’interno le solite camerate spoglie, la scuderia per i muli con ancora le mangiatoie in lamiera zincata e sulle rocce all’esterno, le firme dei coscritti. Su un pietrone la scritta “Morire al proprio posto”, fa venire i brividi ancora oggi.

(continua)

Il canale Medium ufficiale del Consiglio regionale del #Piemonte, dove raccogliamo notizie e approfondimenti. I video su http://www.crpiemonte.tv

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store