La partenza per le Americhe

di Mario Bocchio

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Emigranti in partenza da una stazione ferroviaria, 1908

La decisione di partire veniva spesso presa su richiamo dall’estero di parenti o amici e trovava conforto anche nelle “guide per gli emigranti” molto spesso prodotte dai paesi che volevano attrarre manodopera dall’Europa. Esse mostravano immagini da paradiso terrestre: sconfinate pianure dall’esuberante vegetazione, case linde, ordinati quartieri cittadini.

Questi sogni su carta venivano esibiti con spregiudicatezza dalle agenzie di viaggio e dagli agenti delle compagnie di navigazione per convincere gli indecisi a partire. Gli agenti erano talvolta veri e propri emissari di società o governi esteri. Tipico il caso del Brasile che, negli ultimi decenni dell’Ottocento, incrementò l’immigrazione dall’Europa offrendo il viaggio gratuito dal porto di partenza sino alla destinazione finale nelle fazendas nelle quali sarebbe stato concesso a ciascuna famiglia emigrata anche un lotto di terreno coltivabile in proprio.

La procedura per l’espatrio prevedeva la richiesta e la successiva concessione del passaporto. Quello per l’emigrante, dall’inizio del Novecento, fu per un lungo periodo caratterizzato da una copertina di colore rosso. Sul passaporto dell’uomo con famiglia al seguito potevano essere iscritti la moglie e i figli e anche gli ascendenti conviventi. Per gli iscritti alla leva serviva anche il nulla osta delle autorità militari.

Anche se verso la metà dell’Ottocento esistevano nelle Americhe piccoli nuclei di emigrati italiani spesso andati all’estero dopo il fallimento dei vari moti risorgimentali, un flusso migratorio di una certa consistenza si diresse, con inizio negli ultimi decenni dell’Ottocento, dapprima verso i paesi europei e coinvolse per prime le regioni settentrionali — la Liguria e il Piemonte innanzitutto — e solo in seguito quelle meridionali che però manifestarono una netta preferenza per le mete oltreoceano.

A segnare la scelta tra le due Americhe fu il possesso o no di denaro da investire nell’espatrio. Costava di più raggiungere l’America Latina in cui le prospettive economiche erano migliori, i problemi di lingua superabili e le differenze culturali minori. Invece, il biglietto per gli Stati Uniti costava di meno ed era facile, in un paese in grande sviluppo, trovare lavoro, sia pure poco o nulla qualificato, in agricoltura o in imprese industriali. Inoltre l’impiegarsi nella costruzione delle infrastrutture permetteva talvolta un ritmo stagionale tale da consentire, volendo, periodici ritorni a casa.

I porti d’imbarco degli emigranti erano Genova, Napoli, Palermo.

In treno si raggiungevano i paesi europei e anche il porto francese di Le Havre da cui era più agevole, per gli emigranti del Nord, imbarcarsi per le destinazioni americane. Il numero delle partenze crebbe — torrenziale — sino alla vigilia della prima guerra mondiale: era “la grande emigrazione”.

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Trieste. In attesa dell’imbarco 1900 circa

Al termine del conflitto e per la progressiva chiusura degli sbocchi americani si rinnovò l’esodo verso le destinazioni europee ma con un numero ridotto di espatri. Agli altri porti si aggiunse Trieste.

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Genova, 1919. L’imbarco dei bagagli degli emigranti sul piroscafo “Tomaso di Savoia” del Lloyd Sabaudo

Nel secondo dopoguerra le partenze verso tutte le destinazioni, continentali o intercontinentali che fossero, ripresero con un notevole incremento numerico.

(Fonte: Fondazione Paolo Cresci)

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