Le “fragili” donne

di Mario Bocchio

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Balia emigrata in Francia, ritratta con la mamma e il bambino

Sin dalla fine dell’Ottocento l’emigrazione italiana è stata ampiamente studiata ma le varie inchieste e i numerosi saggi su tale fenomeno riservano la massima attenzione all’emigrazione maschile e — ovviamente — leggono quella femminile in base ai parametri ideologici del tempo.

Austria, Holhsburg, 1909 circa. Nel gruppo di minatori anche le cuoche del campo

A subire le conseguenze dell’emigrazione maschile furono per prime le donne che rimasero a casa: accudivano figli e anziani, erano casalinghe e lavoravano nei campi, filavano e tessevano, infine, al posto degli uomini assenti, si assumevano la responsabilità degli interessi economici. Si ebbe così una vera e propria femminilizzazione di tanti paesi delle regioni italiane più colpite dal fenomeno migratorio in quanto molto spesso erano interi gruppi familiari di maschi ad emigrare, tutti insieme o scaglionandosi in un breve lasso di tempo.

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USA, California, Truckee, inizio sec. XX. Luisa e Leone Cristofani dinanzi al locale di loro proprietà

Il subentrare delle donne nei compiti maschili è ben evidenziato negli atti notarili che, in costante crescendo dalla fine dell’Ottocento, riportano come contraenti di accordi di ogni tipo, e in particolare dei contratti di compravendita, nomi di donne. Poi, man mano, le donne conquistarono spazio nel mondo del lavoro. Il primo settore industriale in cui le emigrate ebbero posto fu quello tessile, a cominciare dalle fabbriche francesi del Lionese.

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Francia, Lione. Le sorelle Falsone, originarie di Vigevano, lavandaie

Invece dall’impegno come casalinghe nacque e si moltiplicò, specialmente nell’America del Nord, il “bordo”, cioè il tenere a pensione dei compatrioti. Era un lavoro considerato tipicamente femminile, insieme a quello di confezioni varie a domicilio, perché permetteva alle donne di rimanere “angeli del focolare”

(Fonte: Fondazione Paolo Cresci)

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