Negli Statuti medievali le nostre antiche libertà

SONO NUMEROSE LE “COSTITUZIONI” DEI COMUNI CUSTODITE NELLA BIBLIOTECA DELLA REGIONE. TESTIMONIANO LA NASCITA DELLE IDENTITÀ TERRITORIALI E LA PARTECIPAZIONE ALLA VITA PUBBLICA

di Gianni Boffa e Federica Calosso

Tra i 53mila volumi custoditi nella Biblioteca della Regione Piemonte di via Confienza 14, a Torino, ci sono quasi cinquanta Statuti locali piemontesi pubblicati in epoche diverse, dagli originali di fine Quattro e Cinquecento, a testi che risalgono al Sei e Settecento, fino a riproduzioni anastatiche di testi antichi, realizzate in tempi recenti. Il documento più antico custodito nella Biblioteca è l’atto notarile rogato su pergamena il 20 settembre 1466 dal notaio Stefano di Martino Barberi di Vico, che contiene la concessione dello Statuto locale agli abitanti di Scalero, da parte di Giorgio De Merli del fu Antonio de Merli di Lessolo dei conti di Castellamonte, signori di Scalero.
Gli Statuti comunali, che hanno origine nel Medioevo, testimoniano la nascita e lo sviluppo delle identità territoriali e le modalità di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Rappresentano, quindi, il punto di partenza ideale della storia della legislazione locale, quella che oggi è alla base dell’attività del Consiglio regionale del Piemonte.
Gli Statuti nascono dall’esigenza di codificare le regole di vita di una comunità autonoma, in modo che gli abitanti di un certo territorio possano fare riferimento a norme universalmente riconosciute, soprattutto nel campo dell’amministrazione della giustizia. I primi Statuti risalgono al 1200, quando alcune comunità, divenute autonome dopo la dominazione di signori feudali, vescovi o imperatori, sentono la necessità di avere una raccolta di regole, note a tutti, per gestire la comunità (sia essa urbana o agricola) e soprattutto i beni comuni. Ma a quell’epoca pochissimi sanno leggere e scrivere e ancora meno sono coloro in grado di comprendere un testo giuridico scritto in latino (com’era di norma). I primi documenti delle comunità autonome, quindi, sono scritti in lingua volgare, con informazioni, norme, sentenze e prescrizioni declamate a voce alta sulla piazza del paese, in modo che tutti possano ascoltare e comprendere.

La mostra prima a Vercelli, poi itinerante

Il Consiglio regionale, nell’ambito delle attività di promozione della storia e della cultura piemontese, con il Centro studi e documentazione per le autonomie locali e in collaborazione con la Biblioteca della Regione Piemonte promuove la mostra itinerante “L’alba delle autonomie. Statuti comunali piemontesi nelle collezioni della Biblioteca della Regione Piemonte”. La tappa inaugurale dell’esposizione viene aperta al Museo Leone di Vercelli giovedì 8 ottobre e prosegue fino all’8 novembre per poi trasferirsi in altre località del Piemonte.
Nella mostra allestita al Museo Leone sono inoltre esposti due preziosi Statuti comunali di Vercelli, manoscritti, che risalgono rispettivamente al 1241 e al 1341.
“L’alba delle autonomie” è una mostra progettata in modo che l’allestimento possa facilmente essere adattato alle realtà locali in cui viene esposta grazie all’aggiunta di documenti storici legati al territorio. L’esposizione è quindi suddivisa in due sezioni: la prima è composta da dieci pannelli autoportanti (roll up) con brevi testi, che illustrano la storia degli Statuti comunali piemontesi, la loro diffusione e la loro evoluzione. La seconda sezione, allestita di volta in volta con la collaborazione di enti locali e istituzioni culturali del territorio, è costituita da Statuti originali, provenienti della Biblioteca regionale e da Statuti e documenti delle biblioteche e degli archivi locali.

Il video di approfondimento

L’esposizione è completata da un video in cui storici e studiosi di filologia e di diritto illustrano origini e caratteristiche degli Statuti comunali piemontesi: Alessandro Barbero (Università del Piemonte Orientale), Rinaldo Comba (Università degli Studi di Milano), Elisa Mongiano, Francesco Panero, Gian Savino Pene Vidari e Alessandro Vitale Brovarone (Università degli Studi di Torino). Una trascrizione degli interventi dei singoli studiosi è pubblicata nei box a completamento del servizio e il contributo di Barbero è riportato nell’editoriale di apertura della rivista.

Autonomie più forti di oggi

Gli Statuti sono espressione dell’autonomia dei Comuni tra il Medioevo è l’età moderna. La manifestazione scritta di quest’autonomia è costituita dagli Statuti, che comprendono anche anteriori consuetudini locali scritte.
Le prime consuetudini scritte sono quelle del 1179, pochi anni dopo la fondazione di Alessandria, che devono garantire l’autonomia, se non l’indipendenza, del Comune dall’imperatore e che saranno confermate nel 1183, dallo stesso imperatore Federico Barbarossa. Proprio per questa importanza, derivante dall’approvazione imperiale, sono state conservate nella raccolta successiva degli Statuti della fine del 1200.
Abbiamo Statuti del secolo XIII che si sono conservati anche a Vercelli e a Biella. Questi riguardavano l’organizzazione del Comune e i diritti dei cittadini. Soprattutto si riferivano alla giustizia e al suo funzionamento, di cui gli Statuti volevano dare una disciplina che non fosse lasciata all’interpretazione dei giuristi.
La funzione dello Statuto era dare una normativa semplice con termini appropriati, che tutti capissero, purché sapessero leggere e scrivere, e che non fosse complicata da un linguaggio dotto. La prima richiesta dell’autonomia è quella di avere delle norme semplici, certe e chiare, che i cittadini sappiano di dover rispettare e di veder rispettate.
Con la fine del ‘500 gli Statuti sono per lo più disapplicati e viene utilizzato il diritto del principe territoriale, che è il duca di Savoia, o il marchese di Monferrato, o il duca di Milano, a seconda delle località del Piemonte.
Saranno sostituiti nel 1700 da altre norme, essenzialmente per lo sfruttamento dei prodotti agricoli, dette Bandi campestri, che hanno molto meno rilievo per l’autonomia locale, che invece negli Statuti è notevole perché riguarda non solo la giustizia ma addirittura il potere di tenere propri armati, e cioè di avere un piccolo esercito e una propria autonoma imposizione fiscale.
L’affermazione, tra ‘600 e ‘800, dello Stato moderno ha portato la legislazione al di fuori dell’ambito comunale, per il quale oggi al massimo abbiamo dei regolamenti. Intorno al 1990 è stato reinventato lo Statuto che ogni Comune deve avere, ma lo Statuto odierno è ben poco rispetto all’autonomia che garantivano gli Statuti comunali del periodo medievale e del primo periodo dell’età moderna.

Gian Savino Pene Vidari

Nelle regole si specchia la società

Il codice degli Statuti, si dice spesso, è lo specchio della vita e delle esigenze locali. Ma, in che modo si specchiano la vita e le esigenze locali nelle norme riunite in questo codice? Attraverso, per esempio, le diverse materie che in esso ritroviamo. Quando i Comuni realizzano queste raccolte seguono spesso un ordine di distribuzione delle materie. Si comincia sempre con quelle che possiamo definire le norme costituzionali del Comune, ossia gli organi chiamati a governare il Comune stesso, i consoli prima, i podestà poi e l’Assemblea comunale, i diversi Consigli, le regole che ne definiscono le competenze e stabiliscono anche i modi con i quali questi organi devono essere formati.
Poi ci sono, in un secondo o terzo libro, le norme che riguardano il funzionamento dei Tribunali del Comune e le norme sul processo. Troviamo, inoltre, il diritto penale: un lungo elenco di reati e delle relative pene. Una particolarità degli Statuti è che il sistema penale prevede spesso che i reati, talvolta anche piuttosto gravi ai nostri occhi, possano essere — come si soleva dire — compensati con una somma di denaro, una multa, in luogo di una pena come il carcere.
Abbiamo anche norme che riguardano quello che definiamo “diritto privato” e “diritto di famiglia”. Poche norme, in quanto molto resta affidato alle consuetudini non scritte, agli accordi tra i privati e al diritto romano. Ma ci sono alcuni aspetti che riguardano, per esempio, la dote e la trasmissione dei patrimoni familiari, che il Comune sente il bisogno di regolare. Questo significa che erano importanti per la società del tempo.
Troviamo — inoltre — quelle che noi oggi chiameremmo “norme di tutela dell’ambiente e della salubrità pubblica”. Il divieto, per esempio, di gettare i rifiuti in mezzo alla via o norme che riguardano la salubrità dei cibi, come il divieto di vendere alimenti avariati. Sono presenti regolamenti per quello che riguarda il commercio d’importazione e d’esportazione di beni dal territorio comunale, le fiere, i mercati, le strade e i pedaggi.
Se il Comune è rurale, ecco allora l’attenzione alle campagne e ai boschi, che si rispecchia anche nel diritto penale perché troviamo gravi pene, in termini di valore delle multe inflitte, a coloro che danneggiano le colture e che recano danno ai campi e, in particolare, alle viti.

Elisa Mongiano

Dagli Statuti locali ai Bandi campestri

Per parlare del passaggio dagli Statuti ai Bandi campestri è opportuno cominciare brevemente dalle consuetudini del secolo XII. Le consuetudini che cosa sono? Sono innanzitutto il modo di gestire le terre comuni. La popolazione si accorda con i signori che esercitano la giurisdizione nel luogo per la gestione delle terre comuni. Quindi le consuetudini sono orali. C’è un momento però, nel secolo XIII, in cui i signori riconoscono queste consuetudini, riconoscono l’uso di certi boschi, riconoscono l’uso dei pascoli comunitari alle comunità, e riconoscono l’uso dei corsi d’acqua.
Ecco noi abbiamo in questo modo già individuato il nucleo di quelli che alla fine del Medioevo e all’inizio dell’Età moderna diventeranno i Bandi campestri.
Faccio un esempio: gli Statuti di Alba, pubblicati alcuni anni or sono, “Il libro della Catena”, XV secolo, rappresentano l’evoluzione più matura dello sviluppo statutario. In questi Statuti ci sono cinque libri: i primi riguardano l’amministrazione della giustizia civile, della giustizia penale, la normativa urbanistica, la normativa inerente il mercato urbano e poi c’è un libro costituito da 90 capitoli, il libro V, che raccoglie tutte le norme attinenti ai bandi extraurbani e alle modalità di appalto delle “camparie” cioè questi nuclei territoriali di tipo amministrativo che permettevano al Comune di gestire l’amministrazione del territorio. I Bandi sono sostanzialmente la norma ma anche la pena cui vanno soggetti i trasgressori della norma. Noi abbiamo poi una data importante per la storia del Piemonte, il 1430, è il momento in cui il duca Amedeo VIII di Savoia fa approvare i Decreta seu Statuta del ducato. Questi Statuti assumono un rilievo notevole nell’ambito della regione, e soprattutto si pongono al di sopra degli Statuti locali.
Un passo successivo, in età moderna, saranno gli interventi di tipo assolutistico di Vittorio Amedeo II, siamo tra il 1675 e il 1730, quando si registra veramente la sottrazione di tutta l’autonomia politica alle comunità, però viene riconosciuto alle comunità stesse l’uso dei campi.
Molti bandi campestri vengono approvati, a partire già dal XVII secolo, ma soprattutto nel XVIII secolo, e con questa approvazione ufficiale c’è questo riconoscimento di un’autonomia locale, un’autonomia molto limitata che sicuramente non è paragonabile all’autonomia che avevano i Comuni urbani e alcuni centri minori nel Medioevo, ma è pur sempre quella autonomia che le Comunità rurali avevano già saputo ritagliarsi alla fine del Medioevo.

Francesco Panero

Il podestà li leggeva ad alta voce

Per tutta l’età medievale gli Statuti tendono ad avere forma di manoscritto e si presentano in modo abbastanza standard. Se si apre un volume di Statuti, questo è caratterizzato dalla presenza di un’infinità di grandi “I” rosse maiuscole, perché ogni statuto comincia con la parola “Item” (“Inoltre” abbiamo stabilito…). Hanno quindi una figura di pagina comune, con un’ornamentazione piuttosto sobria, salvo qualcuno molto ornato.
Una cosa che normalmente non si tiene presente nella valutazione degli Statuti è il fatto che avessero anche un contenuto sonoro, fonico, perché il podestà spesso era tenuto, all’inizio del mandato, a leggerli pubblicamente ad alta voce. A volte, si suppone, anche in volgare, però il testo in volgare non ci arriva, ci arriva solo quello in latino, e ci possiamo chiedere quale fosse la realtà sonora di questi Statuti e che cosa ne capissero le persone. Quello che poi potremo constatare con ulteriori osservazioni è che il piemontese di allora non era molto diverso dal piemontese di oggi. Gli Statuti sono spesso testimoni importanti di come si parlasse nei diversi luoghi. Normalmente gli Statuti erano composti da una parte iniziale, dove erano enunciati i grandi temi della gestione dell’amministrazione locale, in un latino relativamente standard, non molto “scintillante” dal punto di vista linguistico. Invece diventano molto interessanti e “scintillanti” quando si passa alla descrizione dei mestieri e per alcuni mestieri, in particolare, la descrizione è molto accurata. Immaginiamo poi, per esempio, il settore dei pesi e delle misure: spesso si ha un’indicazione sui pesi da usare, materia per materia, ma in non pochi casi nella sede del Comune c’è un pezzo di marmo che detta la misura di lunghezza e un contenitore per quella di capacità, alla quale si debbono riferire tutti i mercanti.
Un elemento certamente importante è rileggere il giuramento del podestà, che evidenzia limiti al suo potere: era fondamentale, infatti, che il podestà non potesse elargire più di determinate cifre a specifiche persone. Forse non è “pittoresco” come sapere come venivano chiamati i pali delle viti (brope, normalmente) ma — al di là di quelli che possono essere considerati aspetti divertenti e curiosi — è necessario concentrarsi sugli elementi importanti, sugli aspetti seri che ci permettono di valutare la società e le sue caratteristiche nel loro insieme.

Alessandro Vitale Brovarone

Norme statutarie e realtà locali

Gli Statuti comunali non contengono soltanto norme di funzionamento istituzionale delle comunità. Spesso regolano le attività economiche principali, ovviamente scandite dal calendario agricolo. Dobbiamo essere grati a uno studioso di un secolo fa, Ferdinando Gabotto, che scrisse un volumetto sull’agricoltura nella regione Saluzzese, utilizzando proprio gli Statuti e aprendo un campo di indagine che sarebbe stato approfondito più tardi.
Essi informano in genere su tempi e forme di utilizzazione dei beni comuni e, talora, dei vari tipi di aratri o delle modalità di coltivazione della vite. Sappiamo così se essa era coltivata ad alteno, cioè se era sostenuta da alberi tutori, oppure se lo era a forma di vigna, quindi più bassa, su pertiche o su pali. Per quanto riguarda il vino, le norme sono chiare soprattutto per la sua esportazione o importazione. In genere il vino locale deve essere consumato in loco.
Da questo punto di vista, nelle norme sui pedaggi, sui mercati e sulle fiere, altre informazioni possono rivelare l’esistenza di flussi commerciali di merci, uomini, animali e, soprattutto, l’importanza relativa dei singoli centri di mercato. Sulla produzione artigianale, gli Statuti forniscono informazioni relative alle attività tessili, che in genere non sono state utilizzate con attenzione dagli storici. Ciò non è bene, perché vi si possono trovare notizie di rilievo sulla struttura economica. Certi tessuti dovevano essere standardizzati con riferimento alle unità di misura del centro principale o addirittura di un’area più vasta, il che poteva favorire l’esportazione di panni con caratteristiche precise di manifattura, di dimensioni e di qualità.
Un’ultima osservazione: spesso negli Statuti interi capitoli riguardano altre attività economiche importanti per una località. Talvolta vi sono rilevanti i calzolai, oppure, come a Cuneo, i coltellai che fabbricavano armi vendute in tutta la Provenza. In altre parole: se un’attività economica era davvero rilevante e doveva essere regolamentata, le norme che la regolavano erano così dettagliate da farle quasi assomigliare a uno Statuto di corporazione.

Rinaldo Comba

Dalle collezioni del notaio al Museo Leone

Il Museo Leone di Vercelli ha sede in due edifici storici: Casa Alciati (nella foto un particolare del cortile) e Palazzo Langosco, collegati tra loro nel 1939 da una manica di raccordo. L’ingresso da via Verdi immette nel cortile di un antico edificio costruito a metà del ‘500 per la nobile famiglia degli Alciati, proprietari terrieri del Vercellese. Casa Alciati presenta la tipica pianta di derivazione romana, con stanze disposte attorno a un cortile centrale quadrato, un porticato a pianterreno con archi a tutto sesto sorretti da colonne di pietra e al primo piano una loggia con colonne di misura ridotta. La struttura è arricchita da un ciclo di affreschi dello stesso periodo che decora le pareti di nove stanze.
La costruzione di Palazzo Langosco, invece, fu realizzata a metà del XVIII secolo per il conte Gioachino Ignazio Langosco di Stroppiana. Le facciate sono ornate da festoni floreali in stucco sopra le finestre. Lo stucco è utilizzato anche all’interno, nella decorazione delle volte dell’atrio, da cui parte lo scalone a tre rampe che conduce al piano nobile. Altri affreschi, con decorazioni a soggetto mitologico, abbelliscono le volte dei quattro saloni.
Il Museo nasce dal testamento del notaio vercellese Camillo Leone, che nel 1907 lasciò le proprie collezioni all’Istituto di belle arti di Vercelli, di cui era amministratore. Leone aveva dedicato anni e sostanze alla costituzione di una vasta collezione di reperti archeologici, memorie storiche cittadine, oggetti d’arte applicata e libri antichi d’ogni genere. Nel 1939, con la creazione della manica di raccordo che unisce Casa Alciati a Palazzo Langosco, il Museo Leone fu riallestito in modo da ospitare, nel percorso della manica di raccordo, anche le collezioni archeologiche e quelle attinenti la storia della città. L’intera area museale è stata pensata in funzione degli oggetti da esporre e ha come fulcro scenografico il grande salone a forma di aula basilicale romana.
www.museoleone.it

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