Piemonte, culla dello sport

DALLA GINNASTICA ALLA SCHERMA, DAL CANOTTAGGIO ALLE BOCCE LA NOSTRA REGIONE ANNOVERA NUMEROSE DISCILPINE SVILUPPATE GIÀ NELL’OTTOCENTO

di Alessandro Bruno

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Il Piemonte è la regione dalla quale hanno avuto origine e si sono diffusi in Italia fenomeni di ogni tipo: quasi una predestinazione che ha il suo paradigma nel Risorgimento. Questa situazione è ben delineata e ha riguardato quasi ogni sport. Un territorio, quello piemontese, che è anche caratterizzato dalla pratica di particolari discipline fortemente radicate nel territorio e diffuse solo in alcune regioni d’Europa e del mondo, come il pallone elastico o pallapugno, il tamburello e le bocce.
Spesso anche le attività sportive “classiche” hanno un rapporto particolare con il territorio piemontese, che va oltre la primogenitura di una squadra o di una federazione. Nel XIX secolo, dopo la ginnastica e il canottaggio, in Piemonte, prendeva vita ufficialmente anche la scherma. Tre discipline che iniziarono la storia dello sport organizzato in Italia prima ancora dell’atletica e del calcio. Attività sportive che per il Piemonte e, certamente per tutta la Penisola, sono fondamentali. Ma come gli sport tradizionali, ginnastica, canottaggio e scherma hanno un sapore del tutto particolare nella nostra regione…

Ginnastica, il mito della Reale

Un famoso ginnasta svizzero e un eroico ufficiale combattente nelle guerre d’indipendenza a Pastrengo, Goito e Novara — Rodolfo Obermann ed Ernesto Ricardi di Netro — fondarono nel 1844 una delle più antiche società sportive del mondo, probabilmente la più antica d’Italia: la Società Ginnastica di Torino.
Lo svizzero fu chiamato a Torino per insegnare educazione fisica all’Accademia militare e re Carlo Alberto concesse al neonato sodalizio di fregiarsi del sigillo di Amedeo VI di Savoia che, dal 1373, rappresenta la difesa del bene contro il male. Nel 1933 Vittorio Emanuele III eleva l’istituzione a Reale Società Ginnastica di Torino. Questo a sanzionare, da ben 172 anni, il carattere d’istituzione del capoluogo subalpino come uno dei tratti distintivi della società di via Magenta. Società che ebbe però come prima sede Villa Glicini lungo il Po, al Valentino, proprio dove adesso si trova quel Club scherma nato in seno alla Reale.
Secondo l’attuale presidente, Emanuele Lajolo di Cossano, “forse il nostro tratto distintivo di piemontesità è che siamo diversi dagli altri, che da noi si viene solo per un motivo: fare sport. Siamo sempre all’avanguardia e abbiamo una grande tradizione nello sport femminile, abbiamo ‘sdoganato’ la donna nello sport portandola a togliersi il busto che, allora, era costretta a portare. Invece imparò ad apprezzare la propria fisicità. Amore e ginnastica è stato scritto da Edmondo De Amicis a nostra immagine e somiglianza. Il nostro primo presidente, Ernesto Ricardi di Netro, fu pioniere della ginnastica rieducativa e correttiva per i fanciulli con cifosi e scogliosi. I ministri riformatori della scuola italiana nel XIX secolo, Giovanni Lanza e Francesco De Sanctis, non a caso, furono nostri soci. Con loro si arrivò alla legge dell’8 luglio 1878 che introdusse l’obbligatorietà della ginnastica a scuola”.
Al dì là dei 28 sport praticati in quasi due secoli di storia con un albo d’oro agonistico anche con quattro ori olimpici, come spiegato dalla vicepresidente Nadia Rizzo, “gli ex allievi tornano per portare i propri figli. Crediamo di svolgere una funzione di coesione sociale anche aiutando gli allievi meno abbienti. Siamo sempre al passo con i tempi, come dimostra la nostra scuola di circo che in pochi anni si è conquistata grande prestigio con l’apporto di artisti internazionali”.
Flic — Scuola di circo della Reale Società Ginnastica di Torino, presieduta da Matteo Lo Prete, ha ottenuto tra i riconoscimenti del Ministero per i Beni e le attività culturali e del turismo quello per “Azioni trasversali, promozione e progetti di formazione professionale”. Attualmente gli iscritti alla Reale sono oltre 2mila e godono anche di una offerta sul piano culturale di eccellenza attraverso il patrimonio di foto e cimeli d’epoca, mostre, convegni e incontri.

Scherma, una storia lunga 170 anni

Un anno dopo la costituzione della Reale Società Ginnastica di Torino, nel 1845, venne proposto d’istituire al suo interno un corso di scherma. Poiché la sede di Villa Glicini era insufficiente, venne individuato in zona Valdocco un locale ad hoc per aprire la prima scuola di scherma. Nel 1879, poi, nacque il Club Scherma Torino, con sede nel Palazzo Thaon di Revel e presidente il conte Colli di Felizzano.
“Nel 1954, dopo la pausa bellica, il Club Scherma Torino ha ripreso nell’attuale e prestigiosa sede di Villa Glicini, al Valentino, la propria attività”, spiega il presidente del Club, Mario Vecchione.
“Formando centinaia di giovani atleti ha contribuito all’affermarsi di numerosi campioni a livello nazionale e internazionale — prosegue Vecchione -. Il Club Scherma Torino, già insignito dal Coni della Stella d’oro al merito sportivo, ha ricevuto nel 2008 il Collare d’oro, massima onorificenza, della quale in Torino si sfregiano solo Juventus Fc e Canottieri Cerea. Siamo un punto di riferimento per le famiglie che desiderano dare ai propri figli un’educazione al lavoro e alla disciplina. L’obbiettivo rimane da sempre migliorare i propri risultati, aumentare il numero dei partecipanti, creare un centro d’eccellenza per la sciabola, il punto di riferimento per il nord Italia, pur tra difficoltà di tipo logistico per raggiungere i luoghi di gara, spesso lontani, dal momento che gli allenamenti federali si tengono a Roma”.
Nella scherma l’Italia domina, nonostante le grandi potenze dello sport mondiale si spendano per batterci con investimenti superiori ai nostri. La nostra leadership si spiega solo con l’attenta ricerca dei talenti e l’impegno eccezionale delle società e dei maestri. Ma 121 medaglie olimpiche (48 ori), 324 mondiali e 153 europee mettono gli azzurri al primo posto in ogni classifica! Proprio il Club di Villa Glicini è il più prestigioso al mondo, vantando 37 medaglie olimpiche e 35 mondiali. Negli anni Sessanta il periodo di maggior splendore: tra i maestri, Dario Mangiarotti (“solo” un oro e 2 argenti olimpici), fratello del più grande di tutti i tempi, Edoardo (6 ori e 5 argenti olimpici e tanti mondiali). Alle Olimpiadi di Roma un torinese biondo dal fisico possente, Giuseppe Delfino, vinse la prova a squadre con Mangiarotti. Ma, nell’individuale, fu lui a salire sul gradino più alto del podio. Delfino, un mito del Club Scherma, 13° nel ranking di tutti i tempi con 4 ori e 2 argenti olimpici e 6 ori e un argento mondiale! Poi da Giorgio Aglesio a Cesare Salvadori, fino a pochi anni fa, con i torinesi Laura Chiesa, Toni Terenzi e la vercellese Elisa Uga, tanti campioni.
www.regione.piemonte.it/sport

Sport entrati nel mito

Il “BALON” È DIFFUSO SOPRATTUTTO NELLE LANGHE E AD ALBA, IL TAMBURELLO NEL MONFERRATO

di Mario Bocchio

Lo hanno giudicato lo sport più piccolo del mondo. I suoi confini, infatti, sono racchiusi in un’area geografica minuscola: il Piemonte centromeridionale, il Ponente ligure, e — sia pure con regole e attrezzature leggermente diverse — piccole zone e paesini del Bresciano, sul confine tra Marche e Romagna e in Toscana, mentre all’estero nei Paesi Baschi, in Normandia e nelle Fiandre.
A partire dal 1870 il balon ha assunto i connotati di sport a tutto tondo con la disputa delle prime sfide in terra piemontese. E allora ecco apparire la sfera di gomma dura da quasi duecento grammi, i campi in terra battuta unificati nelle misure e il primo “codice” di regole e divieti sul gioco. Edmondo De Amicis ne era appassionato al punto da dedicarvi il romanzo Gli azzurri e i rossi (1897). Su La Gazzetta del Popolo descrisse poi lo sferisterio di via Napione a Torino, che gli venne in seguito intitolato e che fu teatro di epiche sfide tra Augusto Manzo e Franco Balestra.
Nel 1912 si poté assistere finalmente al primo campionato italiano di un gioco antico, profondamente legato alle tradizioni e alla vita della gente, nato nelle piazze e nelle strade dei paesi, che quasi miracolosamente ha conservato la sua dimensione vitale di sport senza scadere mai nel semplice folklore.
Il gene del balon a pugn è particolarmente radicato nell’anima langhetta ed è soprattutto la pantalera a infiammare i racconti popolari. Uno dei tifosi più illustri della pantalera è stato lo scrittore Beppe Fenoglio, che era frequentatore abituale ‘d Vigin ‘d Mudest, una tipica osteria nel cuore di Alba che ha chiuso i battenti solo pochi anni fa. Il cortile diventava pressoché sempre l’arena del balon. Non c’è paese che non abbia la sua piazza — ha fatto notare Stefano Bevione in un efficace articolo del 1998 — solcata dalle linee del campo di gioco, con le grate ai vetri della chiesa, le gelosie delle case che si chiudono sbattendo la domenica dopo pranzo e qualche rete tirata tra i tetti per non perdere troppi palloni in Belbo o in Bormida. E ha certamente ragione Nando Vioglio, che nel libro Mermet (edito nel 2007 dalla Famija Albèisa) — vera e propria “bibbia” della pallapugno — parla di “ordinaria albesità”, perché non può esserci balon senza Alba e viceversa. È stata la capitale delle Langhe a permettere alla pallapugno di mantenere la propria vitalità, come hanno dimostrato le epiche sfide tra Felice Bertola e Massimo Berruti, che ha conseguito il record difficilmente eguagliabile di quindici titoli di campione italiano. Entri dentro lo sferisterio di Alba, il “Mermet”, e capisci subito perché Giovanni Arpino lo abbia accostato al Maracanà: qui c’è infatti tutta, ma proprio tutta, la storia del pallone elastico. Pensi continuamente alle parole scritte da Franco Piccinelli, già presidente della Federazione italiana della pallapugno, per rendere onore a “Gustu” Manzo: “Era tutto. Come un castello o un paese. Lui era il taglio dei vini migliori”. Ti è così facile intuire il mito di questo sport. Per quanto riguarda i dati tecnici del gioco, è cosa che si può sbrigare, superficialmente, in poche parole, perché per spiegarlo bene ci vorrebbe una vita. In breve: due squadre di quattro giocatori ciascuna tentano di scagliare un pallone, colpito tra polso e pugno chiuso, là dove gli avversari non hanno più modo di rimandarlo indietro.
www.fipap.it

Anche il muro entra in gioco

Nei bar puoi ancora sentire i racconti dei trifulau, i cercatori di tartufi. Storie dal sapore antico, a volte degne delle più mitiche leggende dei pescatori. La gente del Monferrato ha tifato alle partite di tamburello “a muro”, come lo si gioca da queste parti. Uno sport unico, che si pratica solo qui. Non c’è piazza che non abbia un muraglione, un terrapieno, il lato di una fortificazione, e così “il muro” è a tutti gli effetti parte del campo di gioco. E i giocatori più forti sono proprio quelli che sanno sfruttarne rimbalzi ed effetti.
Stiamo parlando dello spaccato di una terra attraverso il suo volto più popolare. Tornano alla mente campioni scomparsi, ma mai dimenticati come il mancino di Portacomaro Carlin Verrua oppure Renatino Gerbo. I più anziani, nelle piazze da Castell’Alfero a Vignale, passando per Moncalvo e Grana, ti snocciolano i miti caserecci di queste parti: l’“imperatore” Miliu (Emilio) Medesani, l’ingegnere “Airone” Giancarlo Marostica, il vecchio Silvano Aceto, il fromboliere Fulvio Natta. E ancora Franco Capusso e “Cerot”… È sempre stata e sarà ancora una grande famiglia, su cui sembra vegliare da lassù Adriano Fracchia, un altro dei patriarchi di questa specialità del tamburello, che si distingue da quello tradizionale per via del muro laterale d’appoggio. Giuseppe Prosio ha cercato di trasporre su pellicola, rigorosamente in bianco e nero, l’affascinante ambiente dello sferisterio, luogo magico in cui fermenta una passione popolare che trascende dal semplice evento ludico e diventa storia collettiva della gente monferrina che nel tamburello a muro si identifica come in nessun altro sport. Nelle fotografie — raccolte nel volume Campioni di collina (Daniela Piazza editore, 2006), scritto insieme al giornalista Carlo Cerrato — riesce a rendere l’idea del tamburello a muro: un evento coreografico con tanto di spazio scenico, mosso da attori dentro e fuori il campo e cristallizzato da suggestivi fondali come la chiesa, la torre, muri a sostegno di piazze contornate dalla panetteria, dal bar e da tutto ciò che è non solo forma ma componente della quotidiana vita del paese.
Il tamburello è uno sport di antichissima origine, una varietà del quale era già praticata dai Romani.
Oggi si gioca — a macchia di leopardo — soprattutto in parte delle province di Asti e di Alessandria, nel Mantovano, in zone del Bergamasco, del Veneto, del Trentino, della Toscana e delle Marche.
Della lunga tradizione piemontese degli anni Settanta, quelli d’oro di questo sport, resistono a grandi livelli solo le realtà di Cinaglio, Cremolino e Carpeneto. Ma, soprattutto, c’è l’icona vivente in assoluto, Aldo “Cerot” Marello, di Revigliasco, a pochi chilometri da Asti. Venne definito addirittura l’“O Rei” del tamburello, paragone impegnativo visto che il re in questione è niente meno che il calciatore Pelè.
“Cerot” (il soprannome si riferisce a un possente cavallo da lavoro, ma bello a vedersi) per anni è stato protagonista indiscusso del tamburello. Ha giocato in varie squadre ma è con il Castell’Alfero del “presidentissimo” Sandro Vigna, che all’inizio degli anni Settanta ha vinto tutto quello che si poteva vincere. A quei tempi Marello, battitore e non più solo rimettitore, si imponeva ovunque.
Accanto all’ufficialità della serie A, il tamburello, come il pallone elastico, vede ancora oggi, anche se in minor misura, tornei nei paesi in festa e sfide tra borghi e, come ha scritto Carlin Petrini, “vive ancora essenzialmente di rapporti umani e di amore per il proprio territorio”.
www.fiptpiemonte.it

Quattrocento ragazzi hanno invaso Torino per partecipare alla quattordicesima edizione del Meeting nazionale di pallapugno che si è disputato il 5 settembre su 17 campi allestiti dalla Federazione nel capoluogo subalpino. Pittoresca e spettacolare la sfilata del “popolo del balon” nel centro storico, con la cerimonia inaugurale ospitata in piazza Solferino che ha portato una ventata di allegria già dalle 9 del mattino. Nel pomeriggio, dalle 15 fino alle 19.30, allo sferisterio di corso Tazzoli 78 si sono svolte le finali e le premiazioni. Hanno partecipato 75 squadre composte da ragazzi tra i 7 e i 19 anni nelle serie Promozionali, Pulcini, Esordienti, Allievi e Juniores.

A forza di remi sul Po e nei laghi

NEL 1865 A TORINO LA REGATA SPORTIVA ITALIANA,
A STRESA NEL 1889 IL PRIMO CAMPIONATO NAZIONALE

di Mario Ancilli

La passione per questa disciplina, diffusasi verso la metà del XIX secolo tra i ceti aristocratici e borghesi in Inghilterra, Germania e Francia, approda poco dopo l’unificazione nazionale sulle rive del Po. È probabile che, durante viaggi di studio e di lavoro a Londra e a Parigi, alcuni giovani torinesi abbiano visto e apprezzato competizioni come la storica Boat race e al loro ritorno abbiano voluto cimentarsi col remo nelle acque del fiume cittadino.
Un milieu elitario, ma aperto sia all’associazionismo sia alle innovazioni culturali e sportive, un territorio ricco di corsi d’acqua e laghi navigabili e amministrazioni locali disposte a patrocinare gli eventi remieri sono i fattori che favoriscono l’affermarsi del canottaggio italiano nella capitale sabauda e in Piemonte tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900.
Già nel 1865 il Comune di Torino organizza la prima regata sportiva nazionale, con un percorso compreso tra il castello del Valentino e il ponte di ferro Maria Teresa, dove oggi si trova il ponte Umberto I.
Sempre nella capitale subalpina, il 31 marzo 1888 viene fondato il Rowing Club Italiano, l’attuale Federazione italiana di canottaggio (Fic). Tale organismo, inizialmente costituito da cinque società e centoventi soci, definisce il primo Codice delle regate.
Ancora a Torino, il 25 giugno 1892, viene celebrata la nascita della Fédération internationale des sociétés d’aviron (Fisa), che è considerato il più antico organo sportivo internazionale.
In Piemonte — e precisamente a Stresa, sul lago Maggiore — è disputato nel 1889 il primo campionato nazionale di canottaggio, con due giornate di gare, mentre sul lago d’Orta è organizzato nel 1893 il primo campionato europeo, promosso dalla Fisa con la partecipazione di dieci equipaggi.
Sebbene la prima società italiana sia la Canottieri Limite, fondata a Firenze nel 1861, nella regione subalpina sono nati a pochi anni dall’unità d’Italia importanti e blasonati club di voga, promotori delle principali iniziative remiere.
Tra questi club vi è la Reale società canottieri Cerea, fondata nel 1863 nei pressi del castello del Valentino, che deve il proprio nome all’espressione torinese di saluto utilizzata dai rematori quando si incrociavano sul Po. I colori della società sono il bianco e l’azzurro mentre il motto è Studet optatam cursu contingere metam. La Cerea è tra i primi club ad avvalersi di allenatori stranieri, ad adottare vere imbarcazioni da competizione, a partecipare a regate internazionali e a fondare nel 1889 la prima scuola di canottaggio, definita l’“Accademia del remo”.
Sempre sulle sponde del Po si afferma, nello stesso periodo, un altro celebre sodalizio, la Canottieri Eridano, che trae il proprio nome dal termine greco con cui era conosciuto il grande fiume padano nell’antichità. La società, i cui colori sono il bianco e il rosso, è nota fin dalla fondazione per aver affiancato alla pratica remiera anche altre attività sportive e conviviali. Famose sono le feste organizzate dal sodalizio alla fine del XIX secolo su una zattera galleggiante sul Po, capace di ospitare più di un centinaio di persone.
Pochi anni dopo la nascita dell’Eridano, due gruppi di appassionati del remo, i Flik-Flok e i Mek-Mek, si uniscono per costituire nel 1874 la Società canottieri del Po Armida, che prende il nome dall’eroina cantata da Torquato Tasso. I colori sociali sono il bianco e il blu, mentre il motto è Fortiter et constater. Nel 1891 anche la Società canottieri Torino si unisce all’Armida, dando un forte impulso alle attività agonistiche del club.
Il 15 aprile 1883 diciannove giovani s’incontrano nei pressi della sponda orientale del Po con lo scopo di fondare una società con una propria sede autonoma. La scelta del nome del nuovo club non è facile. Dopo numerose e animate sedute le preferenze dei votanti si concentrano su due proposte: “I bogianen” o “Caprera”. Sul termine piemontese, che esalta la laboriosa tenacia della popolazione subalpina, prevale alla fine il ricordo dell’ “eroe dei due mondi”, da poco scomparso. Nasce così la Caprera, i cui colori sociali sono il rosso e il bianco e il motto è Prospero motu. La società riesce ben presto a farsi strada tra i principali circoli remieri nazionali e uno dei suoi soci, Antonio Masera, vince nel singolo i primi campionati italiani di Stresa del 1889.
Sempre sulla riva destra del Po, nel 1886 viene fondata la Società canottieri Esperia, che ha come colori il giallo e il blu, come quelli della città di Torino. Negli anni Venti il club è tra i primi ad aprire il canottaggio agonistico alle donne. Nel 1926 l’Esperia si fonde con la sezione di canottaggio della Società Ginnastica Torino sotto il patrocinio di Gabriele D’Annunzio, cui si deve il motto del sodalizio, Si spiritus pro nobis, qui contra nobis, e la donazione del pennone dell’incrociatore Trieste, usato come portabandiera nel piazzale antistante la sede sociale. Nel 1886 nasce, ancora sulle rive del Po ma a Casale Monferrato (Al), un’altra società remiera storica: la Canottieri Casale, i cui colori sociali sono il giallo e il rosso.
L’unico club centenario piemontese a essere fondato sul lago Maggiore è la Canottieri Pallanza, i cui colori distintivi, il giallo e il blu, simboleggiano i due rioni più antichi della città: la Villa (il giallo) e la Piazza (il blu).
Il lungolago tra Pallanza e Suna diventa “il classico campo di regate” per gli eventi remieri regionali, nazionali e internazionali. Nel decennio tra il 1920 e il 1930, considerato il periodo d’oro della società, Pallanza è definita “la regina del canottaggio” e lo stesso Vate ne scrive un accorato elogio.
www.canottaggiopiemonte.it

Il canottaggio si può praticare a ogni età
intervista a Stefano Mossino

Il Comitato regionale piemontese della Federazione italiana canottaggio, presieduto da Stefano Mossino, è molto sensibile al legame tra canottaggio e territorio dato che, oltre all’eccezionale valenza agonistica e salutista, lo sport del remo può essere volano per la valorizzazione turistica ed economica del territorio.

Presidente, momento economico difficile per il canottaggio e lo sport in generale?

Gli stanziamenti sono crollati in questi ultimi anni e la situazione difficile interessa l’intero sistema sportivo; l’aiuto degli sponsor tecnici, pur fondamentale ed essenziale, può compensare solo in parte la diminuzione delle risorse strutturali. I nostri atleti, prima di arrivare al vertice, devono avere un forte sostegno da parte delle società e delle famiglie. Ma anche da Under 23 o Seniores devono dividere il proprio tempo tra allenamenti, studio o lavoro. Le nostre società cercano di aiutare l’atleta in ogni modo, ma è forte l’attrazione dei gruppi sportivi militari che permettono all’atleta di concentrarsi sugli allenamenti dandogli la sicurezza del sostentamento. Grazie però all’ultima modifica statutaria, che ha ammesso il doppio tesseramento (corpo militare e società d’origine), l’atleta diventato militare può continuare ad appartenere anche alla società originaria. È auspicabile, inoltre, che la Regione Piemonte possa mantenere il progetto Talento, che è stato essenziale negli ultimi anni per aiutare le giovani promesse del nostro territorio.

L’attività amatoriale e agonistica è in crescita?

Ottimo momento per il canottaggio piemontese, molti atleti sono stati convocati per i campionati del mondo Junior, Under 23, per le coppe del mondo e, soprattutto, per i prossimi campionati del mondo assoluti, valevoli come qualificazione per le prossime Olimpiadi. Ciò è frutto del grande lavoro svolto dalle nostre società e dai nostri bravissimi allenatori. Emergono talenti che arrivano in nazionale ottenendo una escalation di successi: dai nazionali, agli europei, ai mondiali, prima Junior, poi Under 23 e ora, speriamo, nelle gare degli assoluti. Abbiamo un numero sempre crescente di allievi, così come sta aumentando il numero degli amatori di ogni età. Questo è il canottaggio: uno sport che si può praticare a ogni età e con qualsiasi tipo di capacità, di fatica e di livello. Vogliamo dare la possibilità, a chi lo desidera, di tentare di realizzare il sogno di diventare campione, ma si può remare anche solo per stare bene con se stessi, gli altri e l’ambiente. Da anni puntiamo sulle categorie giovanili e sul canottaggio per i disabili (pararowing). A Lucerna (il campo di regata più prestigioso d’Europa) il nostro otto Junior regionale ha conquistato un ottimo terzo posto. Non dimentichiamo poi il pararowing: ad Amsterdam, quest’anno, in una regata non pararowing, un equipaggio della Fic Piemonte composto interamente da disabili intellettivi ha gareggiato molto bene. È stato l’unico caso al mondo e ha sollevato grande entusiasmo. Tra le regioni, il Piemonte, probabilmente, è secondo solo alla Lombardia, che però ha molti più laghi e risorse pubbliche.

Qual è il segreto per emergere nel canottaggio?

Premesso che operiamo per la crescita collettiva pur puntando sempre all’eccellenza dei singoli, il campione è l’atleta che riesce a sommare alle capacità fisiologiche quelle tecniche, intellettive ed emotive e ha voglia di allenarsi. (ab)

Piemontesi a caccia del pass per Rio 2016

È stata presentata il 25 agosto a Cumiana (To) la Nazionale italiana di canottaggio che dal 29 agosto al 6 settembre ha preso parte al campionato mondiale di Aiguebelette (F).
Otto atleti sono piemontesi: Federico Gherzi, Anila Hoxha, Greta Masserano, Alberto di Seysel, Gaia Palma, Francesco Pegoraro, Cristina Scazzosi e Alin Zaharia.
“È stata una grande soddisfazione vincere la medaglia d’oro a Plovdiv”, ha dichiarato Greta, torinese classe 1994, neo campionessa del mondo nel quattro di coppia pesi leggeri femminile Under 23. L’atleta del Cus Torino, che ha iniziato il proprio impegno sportivo con l’hockey su ghiaccio per poi scoprire a sedici anni la passione per la voga, ha spiegato che ci sono “oggettive difficoltà per conciliare l’attività agonistica con lo studio”, viste anche le limitate risorse a disposizione delle società remiere. “Lo sport, per chi ha limitazioni fisiche, è importante per abbattere soprattutto le barriere mentali. Ti fa vincere l’apatia e trovare nuovi e appaganti interessi”, ha precisato Anila, astigiana di origine albanese, che in seguito a un brutto incidente ha subito lesioni alla colonna vertebrale e compromesso l’uso delle gambe. La determinata atleta del Cus Torino, che ha vinto quest’anno la medaglia d’argento di semifinale nel singolo AS femminile all’Internazionale di Para-Rowing di Gavirate (Va) e nel doppio misto TA ad Aiguebelette, ha sottolineato la straordinaria efficacia dell’attività remiera a supporto della fisioterapia, peraltro testimoniata da molte evidenze scientifiche. (ab)

Bocce, un gioco attraverso i secoli

DAL “LUDUS AD BALLAS” DI CHIERI E PINEROLO ALLA ”CRICCA BOCCIOFILA DEI MARTIRI” NATA A TORINO NEL 1873

di Dario Barattin

Le prime tracce del gioco delle bocce risalgono al 7000 a.C. ma la pratica effettiva inizia nell’Antico Egitto. Il poeta greco Omero racconta nell’Iliade che, davanti alle mura di Troia, Achille e i suoi compagni nelle ore d’ozio fanno rotolare piccole sfere di pietra. Ippocrate (460–377 a.C.) ne consiglia la pratica per scopi salutistici. I romani trasformano il gioco da prova di forza a esercizio di abilità utilizzando bocce di legno (pilis ligneis ludere) e a Pompei viene costruito il primo bocciodromo: la pax romana diffonde il gioco in Occidente. Nel 611, in Inghilterra, lo si pratica come passatempo e presso la Royal Library di Windsor è conservato un manoscritto che raffigura due giocatori che mirano a un pallino. A Southampton, nel 1299, nasce il primo club boccistico, l’“Old Bowling Green”. Anche in Italia la pratica si diffonde rapidamente e, nel secolo XV, si assiste a una vera e propria esplosione del gioco tra tutte le classi sociali. In Francia, nel Cinquecento, le boules conquistano i verdi viali parigini, da cui deriva il nome di boulevards (bocce verdi). Nel 1638 Luigi XIII proibisce di giocare nel centro della capitale e tale è la diffusione nel secolo dei Lumi che nell’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert (1751) vi è un’accurata descrizione del gioco. A Chieri e nel Pinerolese è popolare il ludus ad ballas. Nel 1753 a Bologna esce un manuale, il Gioco delle bocchie di Raffaele Bisteghi. Nel 1845 in Inghilterra viene promulgato il Gaming Act, che riammette le bowls, e lo scozzese Mitchell redige un codice tuttora adottato. Ma sono il sud-est della Francia e il nord-ovest dell’Italia dove si tengono le prime gare e il gioco si trasforma in sport. Sorgono le prime società e la loro unione dà vita a un’organizzazione che sovrintende l’attività agonistica, la certificazione e il rispetto di regole comuni. Nel 1873, a Torino, nasce la prima: la Cricca bocciofila dei martiri. Verso la fine dell’Ottocento il gioco dilaga e nascono le scuole boccistiche: la francese e l’italiana. Il 1° maggio 1898 nasce a Torino l’Unione bocciofila piemontese che nel 1900 organizza un campionato. Le società liguri e piemontesi guardano con interesse al regolamento francese, denominato lyonnais (dalla città di Lione), entrato in vigore nel 1894, che dà la possibilità del “tiro al volo”, con una valenza più atletica e sportiva, mentre in Italia si continua “al libero”.

Vince chi mira al pallino

Una partita di bocce si compone di un numero indefinito di giocate. La “giocata” è la successione di colpi corrispondente al numero di bocce utilizzate da ciascun giocatore, che ha un minuto per effettuare il colpo. A seconda della specialità le partite si giocano da un minimo di 9 a un massimo di 15 punti. Si assegna un punto a ogni boccia più vicina al pallino rispetto alla migliore dell’avversario. L’inizio di ogni partita vede il pallino posto al centro della zona valida della corsia. Dopo il sorteggio iniziale, il pallino è lanciato da chi ha acquisito i punti. Per ogni giocata, la squadra che non ottiene il punto deve continuare a lanciare le bocce finché non riacquista il punto attraverso la puntata o il tiro. Per arrivare al punto è possibile puntare o tirare alle bocce che impediscono di avvicinare il pallino. Quando si mira direttamente al pallino è obbligatorio annunciarlo.

Raffa, volo e pètanque

Il Piemonte è l’unica regione italiana in cui vengono praticate le tre specialità del gioco delle bocce. Raffa individuale: uno contro uno, con 4 bocce per atleta. Coppia: due contro due, con 4 bocce per atleta. Terna: tre contro tre, con 4 bocce per atleta. Le partite terminano a 12 punti,a eccezione della finale, che termina a 15. Conta 41.617 atleti.
Volo individuale: uno contro uno, con 4 bocce per atleta. Coppia, due contro due, con 4 bocce per atleta. Terna, tre contro tre, con 4 bocce per atleta. Quadretta, quattro contro quattro, con 2 bocce per atleta. Le partite terminano a 13 punti, con il limite massimo di 4 ore. Conta 17.636 atleti.
Pètanque individuale: uno contro uno, con 3 bocce per atleta. Coppia, due contro due, con 3 bocce per atleta. Terna, tre contro tre, con 2 bocce per atleta. Le partite terminano ai 13 punti. Conta 1.884 atleti.
In Italia si contano complessivamente 97.906 tesserati. Sono 2.053 le società sportive che aderiscono alla Federazione italiana bocce (Fib) e gli atleti iscritti sono 61.137. I giovani tesserati sono 17.000, di cui 4.000 Under 18. Con il progetto “Bocce, tutti in gioco”, la Fib ha proposto l’insegnamento del gioco delle bocce all’interno dell’offerta formativa scolastica.

La situazione in Piemonte

“Su circa 100mila tesserati nazionali, 17mila sono tesserati presso il Comitato Piemonte e tra loro molti sono giovani”, ha dichiarato il presidente della Federbocce piemontese Paolo Storto, nella foto a destra.
“Ho conosciuto e arbitrato Umberto Granaglia — ha aggiunto Storto — un atleta emblematico, un vero piemontese che fu il più grande di sempre a livello mondiale. Era correttissimo, esemplare per i giovani, ai quali ha cercato di tramandare la propria arte bocciofila: un grande esempio di umanità”.
Il 5 e il 6 settembre si sono svolti i Campionati giovanili di raffa al Centro tecnico federale di Roma con 400 atleti provenienti da tutta Italia.
“Siamo l’unica federazione ad avere un centro tecnico di livello mondiale all’interno del quale vengono praticate tutte le specialità riconosciute da Cio e Confederazione mondiale sport bocce — ha dichiarato il presidente nazionale di Federbocce Romolo Rizzoli, nella foto a sinistra -. A Casablanca, nei campionati mondiali Under 18 e Under 23 ‘a volo’ che si sono svolti tra fine agosto e inizio settembre, abbiamo dominato conquistando quattro medaglie d’oro su sei podi e una di bronzo”.
La Nazionale era costituita in gran parte da piemontesi: Simone Airaudo (nato a Cuneo, società Auxilium Saluzzo), Matteo Mana (nato a Centallo, società Borgonese — Torino) e Stefano Aliverti (nato a Pinerolo, società La Perosina di Perosa Argentina) hanno vinto l’oro; Simone Mana (nato a Centallo, società Brb — Ivrea) e Stefano Zucca (nato a Moriondo Torinese — società Chierese) il bronzo.
www.federbocce.it/comitati.cfm

Granaglia, il Campionissimo elegante e preciso

Umberto Granaglia, nato nel 1931 a Venaria Reale (To), è stato l’iniziatore della moderna scuola italiana, capace di battere i francesi, eterni rivali e ai suoi tempi dominatori assoluti di specialità “a volo”. È considerato il più grande volista di tutti i tempi. Il suo palmarès conta 13 campionati del mondo, 12 europei e 46 italiani dal 1957 al 1980. È detentore di molti primati di specialità, tra cui 103 bocciate su 106. Primatista assoluto con 103 presenze in nazionale, è stato nominato nel 2001 Giocatore del XX secolo dalla Confédération mondiale des sports de boules.
In Francia era noto con il nome di Le Roi (Il Re), mentre in Italia era soprannominato “Il Maestro”, “Il Campionissimo” o, semplicemente, “Berto”.
La semplicità e l’autorevolezza del suo gesto atletico erano inimitabili. Iniziò a giocare a bocce all’età di cinque anni. Ha militato in diverse formazioni torinesi: la Pianelli e Traversa, la Rivodorese e la Lancia.
Apprezzato per eleganza, precisione di gioco e carisma, nel 1991 abbandonò le competizioni ritirandosi a Buttigliera Alta (At) ed è deceduto il 13 dicembre 2008, all’età di 77 anni.

Più di 300 società

Con i suoi duemila bocciodromi e con oltre 300 società affiliate alla Federazione, il Piemonte si attesta tra le regioni “regine” in questo sport. Numeri importanti anche tra gli atleti, con un totale di ben 13.500 agonisti, tra cui circa 500 donne. Le bocce sono da sempre uno sport molto diffuso nella nostra regione, può essere praticato da tutti e a qualsiasi età, infatti non esiste paese o frazione che non abbia un campo su cui “bocciare”.
Il sogno di tutti gli appassionati è quello di poter vedere giocare a bocce alle Olimpiadi. Infatti la disciplina è stata riconosciuta nel 1986 dal Cio ( Comitato internazionale Olimpico). Si aspettano imminenti novità.

Il canale Medium ufficiale del Consiglio regionale del #Piemonte, dove raccogliamo notizie e approfondimenti. I video su http://www.crpiemonte.tv

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