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Piero Chiara, il cinema e il “set naturale” dei laghi

I romanzi di Chiara sono stati fonte di ispirazione per il cinema dai primi anni ’70

di Marco Travaglini

Alcuni dei più famosi registi della commedia all’italiana, da Dino Risi ad Alberto Lattuada , scovando tra le pagine dei racconti del narratore del lago Maggiore le storie della “provincia minima”, all’ombra dei campanili e nel vociare delle osterie, hanno trovato i soggetti adatti a raccontare il costume italiano.

A dire il vero, Piero Chiara nutriva un atteggiamento del tutto particolare, spesso incredulo se non addirittura critico verso il cinema. Riferendosi all’adattamento dei suoi testi sul grande schermo, lo scrittore non nascondeva una vena malinconica: “Molte volte, rivedendo uno dei film tratti dai miei libri, mi sembra di sognare. È avvenuta, nel passaggio, un’alterazione cromosomica che ha dato vita a una creatura imprevista e imprevedibile, ma non più mia“.

In un altra occasione, commentando la cessione dei diritti dei suoi libri per le versioni televisive o cinematografiche, apparve ancora più sconsolato: “Vendere un libro al cinema è come vendere un cavallo: si può sperare che il padrone lo tratti bene, non lo sforzi, lo nutra a dovere, ma poi non si può andare a vedere come sta. Il nuovo padrone lo può anche macellare“. Nonostante questo scarso entusiasmo sono stati otto, salvo errori e omissioni, i film tratti dai racconti di Piero Chiara. A queste pellicole vanno aggiunte almeno quattro riduzioni televisive. Spesso le ambientazioni hanno visto, come scenari naturali, i laghi Maggiore e d’Orta. Il primo film, diretto da Lattuada nel 1970, è “Venga a prendere il caffè da noi”, tratto da “La spartizione”, con uno straordinario Ugo Tognazzi nella parte del ragionier Emerenziano Paronzini. Il protagonista, in cerca di “sistemazione”, incontra le tre sorelle Tettamanzi e di ognuna di esse “coglie” il meglio ( senza tralasciare, dulcis in fundo, le dovute attenzioni alla domestica).

Interamente girato a Luino, paese natale di Chiara, sulla sponda lombarda del lago Maggiore, ebbe tra gli estimatori un maestro del cinema come Luis Buñuel che, dopo aver visto il film, scritturò l’altra protagonista, Milena Vukotic, per “Il fascino discreto della borghesia”. Un anno dopo, uscì nelle sale “Homo eroticus” di Marco Vicario con Lando Buzzanca, Rossana Podestà e Luciano Salce. La commedia di costume sceneggiata da Piero Chiara, anche interprete nel ruolo del giudice, riscosse un grande successo di pubblico e vide tra i protagonisti del cast anche due dei “Gufi”, straordinari interpreti del cabaret e della musica popolare, come Lino Patruno e Nanni Svampa ( recentemente scomparso l’estate scorsa) . “Il piatto piange” di Paolo Nuzzi (1974), è il più “felliniano” dei film tratti dai racconti di Chiara. Le interminabili partite a carte, il profumo delle donne, i sotterfugi sentimentali, gli amici, i coprifuochi imposti all’epoca del regime fascista. Le avventure del Càmola (Aldo Maccione) nella Luino degli anni ’30, vennero adattate per il grande schermo da Chiara su indicazione del regista. Un ottimo Macario, in una delle sue ultime apparizioni, vestì i panni dello scemo del paese mentre una splendida Agostina Belli interpretò la conturbante Ines.

Girato a Orta, con una incursione dalle parti di Luino per le scene finali, è un film dove quasi si avvertono l’odore del lago e la carezza dell’Inverna quando soffia, costituendo — con la Tramontana — il “regime di brezza” del lago Maggiore. Nel 1976, firmato da Francesco Massaro, giunse nei cinematografi “La banca di Monate”, tratto dall’omonimo racconto con Walter Chiari, Magali Noël e Vincent Gardenia. La storia è ambientata nel varesotto, tra la sponda “magra” del Verbano e il lago di Varese, ma il film venne girato a Omegna, sul lago d’Orta. E il comune ci guadagnò la tinteggiatura del municipio che nella pellicola ospitò la sede della banca. Con la regia di Dino Risi, un anno dopo, nel 1977, il film forse più famoso e conosciuto: “La stanza del vescovo”, con Ugo Tognazzi, Ornella Muti e Patrick Dewaere. Tre protagonisti — un giovane avventuriero in barca a vela, un libertino decadente e senza scrupoli, una fanciulla sposata per procura — inrecciano le loro storie tar le due sponde del lago Maggiore, le isole Borromee e i castelli di Cannero. Tratto dall’omonimo romanzo, questo film d’autore giocò molto sulle atmosfere lacustri più inquietanti. Tre anni dopo fu la volta de “Il cappotto di Astrakan”, per la regia di Marco Vicario con Johnny Dorelli, Carole Bouquet e Andréa Ferréol. Da Luino a Parigi, ospite dell’ambigua madame Lenormand (Andréa Ferréol) e innamorato di Valentine (Carole Bouquet), quella di Piero (Johnny Dorelli) è un’odissea surreale perché le due donne sono rispettivamente moglie e amante del suo sosia Maurice, temutissimo rapinatore che ama indossare un cappotto di astrakan.

Il regista, dirigendo un composito cast internazionale, sfruttò in questo caso il tema del doppio, caro alla commedia italiana quanto alla grande letteratura, da Pirandello a Oscar Wilde e Dostoevskij, confezionando uno dei film che hanno incassato di più tra quelli tratti dai romanzi di Chiara. “Una spina del cuore” , nel 1986, è l’ultimo diretto da Alberto Lattuada per il grande schermo, tratto anche questo dall’omonimo racconto di Chiara. Il romanzo da cui venne tratta la sceneggiatura del film, ambientato negli anni ’30, si sviluppava attorno alla trama di un giallo amoroso dove la protagonista — gran bella ragazza, dal profilo enigmatico, di nome Caterina — si destreggia tra vari spasimanti. Il film venne girato in gran parte sul lago d’Orta con un cast nel quale, accanto ai collaudati Gastone Moschin e Antonella Lualdi, recitarono i due giovani protagonisti:Sophie Duez, nei panni della misteriosa Caterina, e l’affascinante Anthony Delon che prestava il volto a Guido, impenitente giocatore di poker e tombeur de femme. Dovranno passare 28 anni per vedere nei cinema ( nell’aprile 2014 ) un nuovo film tratto da un racconto del maestro della letteratura di lago : è “Il Pretore”, diretto da Giulio Base e interpretato da Francesco Pannofino.

Anche in questo caso di è trattato della trasposizione cinematografica di un racconto breve — “Il pretore di Cuviopubblicato da Mondadori nel 1973, che divenne uno dei migliori successi dello scrittore luinese. Oltre ai film occorre anche menzionare gli sceneggiati per la tv, a partire da “I giovedì della signora Giulia” del 1970, diretto da Massimo Scaglione con un grande Claudio Gora, tratto dall’omonimo romanzo di Chiara. Nel 1975 lo scrittore collaborò alla realizzazione dello sceneggiato Rai “Un uomo curioso”, con Gabriele Ferzetti nella parte del protagonista, tratto dal racconto “L’uovo al cianuro” , ambientato sul lago Maggiore. Un altro film per la tv è stato “Il balordo”, uno sceneggiato di Pino Passalacqua andato in onda su Rai 2 in tre puntate nel 1978, girato anche a Orta e Pallanza con un grande Tino Buazzelli e una straordinaria interpretazione ( nei panni del “ginetta”) di un giovane Teo Teocoli. Infine, la passione per il nobile veneziano Giacomo Casanova, spinse Piero Chiara a sceneggiare nel 1980 per Pasquale Festa Campanile il film per la Rai intitolato “ Il ritorno di Casanova” con Giulio Bosetti, grande attore di teatro nei panni del famosissimo veneziano.

Le storie di Piero Chiara, anche attraverso film e sceneggiati, sono arrivate così al grande pubblico. E con esse la “provincia” profonda, i laghi, i piccoli paesi. Insomma, quell’Italia minore che in realtà è il volto del paese vero.

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