Politiche del lavoro, cantiere aperto

IL JOBS ACT PREVEDE UN PROGRESSIVO RITORNO ALLO STATO DELLE POLITICHE ATTIVE GESTITE SUL TERRITORIO MA NON MANCANO NODI CRITICI ANCORA DA SCIOGLIERE

di Mara Anastasia

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Jobs Act, legge Delrio, proposta di modifica del titolo V della Costituzione: sono questi i tre pilastri normativi su cui si sta costruendo un nuovo assetto di programmazione e gestione delle politiche

attive per il lavoro, quelle cioè che puntano ad aiutare l’inserimento nel tessuto produttivo di coloro che hanno perso il lavoro o che non sono mai riusciti a trovarne uno.

Una riforma che ha come obiettivo finale aumentare la qualità dei servizi offerti ai cittadini e alle imprese e, soprattutto, uniformarne il livello su tutto il territorio nazionale. Per ottenere questo risultato si è puntato a un progressivo riaccentramento in capo a una neocostituita Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal) di funzioni fino a questo momento svolte da Regioni e Province, invertendo il processo di decentramento attuato dalle leggi Bassanini a partire dagli anni ’90 del Novecento.

La costruzione del “modello Piemonte”

Le funzioni e i compiti in materia di mercato del lavoro, in origine svolte dallo Stato attraverso le articolazioni territoriali del Ministero del Lavoro, sono state assegnate alle Regioni e agli enti locali dal decreto n. 469 del 1997, attuativo delle leggi “Bassanini” di decentramento amministrativo. Il provvedimento prevedeva che le Regioni esercitassero le funzioni di programmazione, indirizzo, coordinamento e valutazione del sistema territoriale dei servizi pubblici per il lavoro, attribuendo alle Province il compito della costituzione e dell’organizzazione dei Centri per l’impiego, incaricati di svolgere le attività di collocamento (informazione, orientamento, preselezione, incontro fra domanda e offerta di lavoro). Il senso della riforma, allora, fu quello di avvicinare l’erogazione dei servizi d’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a livello territoriale per valorizzare i mercati locali del lavoro e la prossimità degli enti locali ai problemi e alle soluzioni.

Il Piemonte, nell’ambito del processo di decentramento conseguente all’introduzione nella legislazione del principio di sussidiarietà, scelse inoltre, con la legge n. 41 del 1998, di delegare alle Province tutti i compiti relativi alla gestione e all’erogazione delle politiche attive, fatti salvi quelli richiedenti un esercizio unitario.

Il radicamento locale ha consentito, nel tempo, agli operatori di realizzare sinergie positive con tutti gli attori del territorio, dai sindacati alle associazioni datoriali, a garanzia di risposte più efficaci alle richieste di collocamento. In questo senso, vanno lette anche le novità introdotte nel 2008, quando, a seguito del decreto legislativo n. 276 del 2003, la Regione ha adottato un testo unico aggiornato in materia di lavoro (legge n. 34), con cui è stata recepita l’indicazione di superare il monopolio pubblico nell’intermediazione di manodopera, aprendo la porta agli operatori privati.

Si è quindi avviata la costruzione di un modello misto, operazione che si è conclusa nel 2012 con l’istituzione di un elenco di soggetti pubblici e privati accreditati a realizzare le politiche attive del lavoro e con la messa a punto di una rete capillare di punti d’accesso alle prestazioni, costituita oggi da 30 Centri per l’impiego e da 78 operatori accreditati, per un totale di oltre 250 sportelli a disposizione dei cittadini.

Il ritorno al centralismo

Alla prova del decentramento, però, non tutte le Regioni sono riuscite a garantire un livello adeguato di servizi per il lavoro. Si è venuta quindi a creare una condizione di disparità che ha pregiudicato il mantenimento di quei livelli essenziali delle prestazioni tutelati dalla Costituzione.

Nell’ambito della riforma del lavoro denominata Jobs Act, insieme agli ammortizzatori sociali e alle regole dei rapporti di lavoro, il Governo ha quindi deciso di riordinare anche la normativa in materia di servizi per il lavoro e politiche attive, puntando a un nuovo progressivo accentramento. Con il decreto legislativo n. 150 del 2015 è stata così istituita la rete dei servizi per le politiche attive del lavoro, formata da Anpal, strutture regionali per le politiche attive del lavoro, Inps, Inail, agenzie per il lavoro e altri soggetti autorizzati all’attività d’intermediazione, enti di formazione, Italia lavoro, Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori (Isfol) e dal sistema delle Camere di commercio, dalle Università e dagli altri istituti di scuola secondaria di secondo grado.

All’Anpal sono state attribuite funzioni di coordinamento, indirizzo e definizione degli standard di servizio, oltre alla tenuta di un Albo nazionale degli operatori accreditati e del sistema informativo unitario delle politiche attive del lavoro, accanto a un ruolo di supporto delle Regioni che meno sono riuscite a sviluppare un modello d’intervento efficace.

In realtà, il decreto n. 150 ha lasciato insoluto il tema della gestione diretta dei servizi per il lavoro, in attesa del termine dell’iter di approvazione della riforma di modifica del titolo V della Costituzione, che prevede che la legislazione in materia, da concorrente, diventi competenza esclusiva dello Stato e che potrebbe tradursi anche nel passaggio della gestione dei Centri per l’impiego in capo al Governo. Una eventualità, questa, che non trova d’accordo quelle Regioni che, come il Piemonte, dispongono già di una rete articolata di servizi e che temono quindi che un nuovo centralismo ne possa pregiudicare il funzionamento, ritornando a una logica meramente burocratica.

La discussione è tutt’ora aperta e nelle more di questo ulteriore cambiamento si è aperta una fase di transizione per gestire la quale ciascuna Regione ha dovuto siglare un’apposita convenzione con il Ministero del Lavoro.

Nel caso del Piemonte, la convenzione è stata sottoscritta nel dicembre scorso. Nell’ambito della sua stesura si è però dovuto tenere conto anche degli effetti conseguenti l’entrata in vigore della legge n. 56 del 2014, la cosiddetta Delrio, che ha escluso la materia delle politiche attive per il lavoro dal novero delle competenze assegnate alle Province e alle Città metropolitane. Di conseguenza, i compiti che la Regione nel 1998 aveva attribuito alle Province sono tornati in capo ad essa.

Dal 1° gennaio, quindi, il personale provinciale impegnato nelle politiche attive del lavoro, 32 persone, è passato nei ranghi della Regione, mentre i 447 dipendenti dei Centri per l’impiego, pur rimanendo provvisoriamente nell’organico delle Province, sono stati distaccati in comando all’Agenzia Piemonte Lavoro, ente strumentale della Regione per la gestione delle politiche attive del lavoro.

Le novità organizzative sono state illustrate ai dipendenti coinvolti direttamente dall’assessore regionale al Lavoro Gianna Pentenero, che nei mesi di gennaio e febbraio ha effettuato un tour nelle diverse province per fornire chiarimenti e ascoltare i diretti interessati. In tutte le sedi visitate, Pentenero ha ribadito la ferma intenzione dell’amministrazione regionale di difendere il modello consolidato e la professionalità maturata dagli operatori, senza escludere la possibilità, peraltro prevista dal Jobs Act, che a livello centrale vengano messi a disposizione nuovi fondi per il rafforzamento degli organici. n

www.regione.piemonte.it/lavoro

www.agenziapiemontelavoro.it

Dal mercato del lavoro confermati i segnali di ripresa

CALANO I DISOCCUPATI E CRESCONO GLI AVVIAMENTI SOPRATTUTTO PER I CONTRATTI A TEMPO INDETERMINATO

di Mauro Durando*

Occupazione, avanti piano. Un moderato ottimismo emerge dalle stime ufficiali, ferme per ora al periodo gennaio-settembre, che evidenziano un progressivo miglioramento della situazione sul mercato del lavoro regionale: gli occupati aumentano di 18.000 unità, grazie soprattutto alla spinta impressa dall’industria manifatturiera, e i disoccupati sono 14.000 in meno, concentrati fra le persone senza esperienze di lavoro, a evidenziare l’incisività delle azioni di politica attiva in corso rivolte ai giovani. La posizione piemontese si mantiene peraltro critica nel contesto del Nord Italia, soprattutto in relazione al tasso di disoccupazione, che si attesta al 10,5%, il valore più elevato nell’area; i livelli occupazionali, inoltre, restano ancora lontani da quelli pre-crisi, perché all’appello mancano ancora 55.000 posti di lavoro.

Dati contrastanti

Molto resta ancora da fare, quindi, ma il mercato si sta muovendo nella giusta direzione, e anche i dati amministrativi, ormai definiti su base annua, confermano le tendenze prima evidenziate. Nel 2015 si è ridotto sensibilmente il ricorso all’integrazione salariale: il monte ore complessivo di Cig (cassa integrazione guadagni) passa da 118 a 80,5 milioni di ore (-32%), con una flessione diffusa sul territorio, dove solo la provincia di Asti risulta in controtendenza. Il numero di lavoratori coinvolti in procedure di Cigs (cassa integrazione guadagni straordinaria) attive, misurato a fine anno, scende dalle 40.000 unità del 2013 alle 27.000 del 2014, fino alle 16.500 di dicembre 2015. Anche in questo caso, però, il Piemonte continua a essere la regione più colpita nel Nord Italia, con 175 ore di Cig in media per addetto all’industria, contro le 98 di Veneto ed Emilia e le 132 della Lombardia, ma le tensioni occupazionali si vanno riducendo, come l’andamento nel tempo del monte ore totale ben evidenzia, pur rimarcando il divario che ancora ci separa dalla situazione precedente al 2009.

Il quadro statistico che ci offre il sistema delle comunicazioni obbligatorie, che registra in tempo quasi reale i movimenti occupazionali occorsi sul territorio, ribadisce l’innescarsi di dinamiche positive: le procedure di assunzione effettuate dai datori di lavoro piemontesi segnano un significativo aumento, passando, al netto degli avviamenti giornalieri, dalle 520.700 unità del 2014 a 585.270 (+12,4%). Si va consolidando così la crescita, più contenuta (+5,6%), registrata l’anno precedente: la domanda di lavoro ha iniziato a risalire nel 2014, dopo una flessione accentuata nel biennio 2012–2013, che ha portato il livello degli avviamenti al lavoro al di sotto delle 500.000 unità, peggio ancora del picco negativo registrato nella prima fase di crisi.

Le note salienti nel 2015 sono le rilevanti modifiche nella composizione delle assunzioni per tipologia contrattuale: aumentano sia i contratti a tempo indeterminato (+60.000 unità circa), sospinti dagli incentivi introdotti con la Legge di Stabilità 2015, sia, per contro, le missioni di somministrazione di lavoro (+19.000 movimenti), una delle forme di impiego più flessibili. L’espansione dei contratti stabili spiazza però l’apprendistato (-21,4%), meno appetibile per le imprese, mentre la revisione apportata dal Jobs Act produce una progressiva caduta dei rapporti di tipo parasubordinato, in specie dei contratti a progetto. Le altre tipologie contrattuali (tempi determinati standard, lavoro intermittente e domestico) mantengono invece una relativa stabilità.

Sul territorio, si osserva una crescita delle assunzioni diffusa, oscillante fra un massimo a Torino (+14,3%) e un minimo ad Asti (+6,3%), che conferma anche su questo versante di detenere un profilo basso nel contesto regionale. I dati dei singoli bacini del lavoro mostrano andamenti diversificati sul piano settoriale, ma sempre in un quadro generale di crescita: tira l’industria manifatturiera in alcuni bacini della cintura torinese (Chivasso, Venaria, Susa) e dell’Alessandrino (Alessandria e Tortona), con una tendenza discreta anche a Cuneo, nell’Ossola e a Vercelli; la dinamica dei servizi sembra in generale meno brillante, con punte di spicco solo a Ivrea e a Venaria. L’agricoltura resta sui livelli 2014, peraltro molto alti, perché l’attività nel settore non ha registrato battute d’arresto durante la crisi; il ramo edile ha invece sofferto una severa contrazione, da cui si sta lentamente riprendendo, con una risalita più evidente nelle province di Torino e Cuneo. Un quadro variegato, che dimostra la ricchezza e la diversità delle comunità locali, e conferma nell’insieme un bilancio positivo. Il Piemonte sta ripartendo, ma è ancora presto per dichiarare l’uscita dalla recessione: saranno i dati 2016 a dirci se la ripresa è solida e destinata a durare.

www.regione.piemonte.it/lavoro/osservatorio

  • responsabile dell’Osservatorio del mercato del lavoro della Regione Piemonte

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