Rete Natura 2000 per tutelare la biodiversità

IL NETWORK ECOLOGICO EUROPEO CHE PROTEGGE HABITAT, FAUNA E FLORA, INTERESSA IL 15% DEL SUOLO PIEMONTESE E SI INTEGRA ANCHE CON LE ATTIVITÀ UMANE CHE SI SVOLGONO NELLA STESSA ZONA

di Pasquale De Vita

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Centoventitrè Siti d’interesse comunitario (Sic), 51 Zone di protezione speciale (Zps) e 56 habitat protetti, per una superficie totale pari a circa il 15% di tutto il territorio regionale. Sono i numeri per il Piemonte della rete Natura 2000, il network ecologico diffuso su tutto il territorio dell’Unione europea istituito da due direttive comunitarie, “Habitat” e “Uccelli”, per garantire il mantenimento a lungo termine degli ambienti naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari.

La rete, nata nel 1992, è costituita dai Siti d’interesse comunitario, identificati dagli Stati membri secondo quanto stabilito dalla “direttiva habitat”, successivamente designati come Zone speciali di conservazione, comprende anche le Zone di protezione speciale, istituite in base alla direttiva sulla conservazione degli uccelli selvatici.

Le aree che compongono il network non sono riserve rigidamente protette dove le attività umane sono precluse: la normativa intende garantire la protezione della natura tenendo anche conto delle esigenze economiche, sociali e culturali e delle particolarità regionali e locali. I territori dei Siti, che spesso coincidono con i parchi e le riserve piemontesi, devono essere gestiti tenendo conto del rapporto tra le esigenze di conservazione e la sostenibilità socio-economica dei territori tutelati. Una tutela che non vuole quindi essere sinonimo di vincolo o di ostacolo, ma una opportunità, sia per l’ambiente sia per il territorio.

Fra le specie tutelate in regione ci sono 33 tipi d’invertebrati, 13 di pesci, 12 di anfibi, 9 di rettili, 12 di mammiferi e 18 di piante. Un catalogo ampio, la cui conoscenza non è ancora molto diffusa tra i cittadini, anche se gran parte della rete ricade all’interno di aree naturali protette già esistenti.

Per questa ragione nel 2014 la rivista on-line Piemonte Parchi, storico magazine edito da trent’anni dalla Regione Piemonte, ha realizzato uno speciale dal titolo “Rete Natura 2000, è il cammino che fa la strada”. Una pubblicazione in cui vengono spiegate con approccio divulgativo complesse questioni tecnico-scientifiche. Di non facile interpretazione sono anche i problemi di carattere giuridico connessi alla normativa comunitaria, legati ai ritardi nella designazione delle Zone speciali di conservazione, per cui l’Italia è stata sottoposta a una procedura d’infrazione da parte dell’Unione europea.

Sul fronte comunitario, nel febbraio scorso il Parlamento europeo ha approvato una relazione della Commissione per l’ambiente, la “Mid-term review”, sulla strategia per la biodiversità fino al 2020. Un’occasione per ribadire che le leggi “salva natura” devono essere attuate in modo più puntuale. Una vittoria per le associazioni ambientaliste come Wwf e Birdlife International che l’anno scorso hanno lanciato una massiccia campagna in difesa dell’eco-normativa, sostenuta da mezzo milione di cittadini europei. Anche i ministri dell’Ambiente dei 28 paesi Ue si sono espressi in difesa della normativa, in particolare l’Italia e altri otto Stati. La Commissione europea dovrebbe a breve presentare una proposta legislativa che punti su controlli efficaci per individuare le violazioni delle direttive ambientali. Nel 2012 solo il 58% dei siti della natura protetta comunitaria della rete Natura 2000 disponeva di piani di gestione.

Sul fronte regionale la Giunta del Piemonte ha approvato lo scorso gennaio nuove modifiche alle Misure di conservazione per la tutela dei Siti della rete Natura 2000 in Piemonte. Le modifiche, oltre a integrare il percorso concordato con il Ministero dell’Ambiente per il superamento della procedura d’infrazione per la “mancata designazione delle Zone speciali di conservazione sulla base degli elenchi provvisori dei Siti di importanza comunitaria”, riguardano principalmente la conservazione della fauna tipica alpina e dei pascoli permanenti, il controllo della diffusione delle specie esotiche, l’impiego di prodotti fitosanitari in aree sensibili e precisazioni in materia di discariche e impianti di trattamento e smaltimento di fanghi, reflui e rifiuti.

A oltre 20 anni dal recepimento delle direttive sulla biodiversità, la strada è ancora lunga.

“La tutela dell’ambiente — secondo l’assessore all’Ambiente della Regione Piemonte Alberto Valmaggia — non può prescindere dalla difesa della biodiversità: spetta a noi creare le condizioni affinché la protezione delle specie e degli habitat non sia limitata solo a un elenco ma trovi applicazione concreta grazie al ruolo delle aree naturali protette, al dialogo con il territorio, a progetti per il recupero, alle attività di comunicazione e di coinvolgimento dei cittadini. Occorre intraprendere azioni che incrementino la consapevolezza di tutti su temi così essenziali anche per l’Europa”. In Regione Piemonte la competenza in materia di biodiversità e rete Natura 2000 è affidata a uno specifico settore: “Biodiversità e aree naturali”.

Un elenco completo degli habitat e delle specie caratteristici del Piemonte è stato pubblicato nel 2008 dalla Regione Piemonte. Fra gli habitat inclusi nella rete Natura 2000 c’è per esempio il bosco dell’Alevè, la più estesa foresta di pino cembro della cerchia alpina. Un vero e proprio miracolo di adattamento in piena Val Varaita, nel Cuneese: nel bosco ai piedi del Monviso si trovano esemplari isolati fino a 2.800 metri di quota e la foresta dell’Alevè è stata inserita, a partire da gennaio, nel Parco Naturale del Monviso, che la Regione Piemonte ha istituito nell’ambito del riordino delle Aree naturali protette piemontesi ad agosto 2015. Fra i luoghi di conservazione della flora piemontese è da segnalare la Banca del germoplasma vegetale del Piemonte, situata nella sede del Parco naturale del Marguareis a Chiusa Pesio, in provincia di Cuneo. Una struttura che opera per la conservazione della flora spontanea delle Alpi sud occidentali e custodisce nelle sue collezioni oltre 1.400 lotti di semi, bulbilli e spore di circa 500 diverse entità botaniche di pregio. Un’eccellenza tutta piemontese, che studia le modalità di conservazione delle cellule germinali volte a preservare la biodiversità a livello genetico.

Quanto alle specie animali protette, il caso della libellula è sicuramente significativo. Il Piemonte condivide con la Lombardia il primato a livello italiano del numero di specie ospitate, che sono ben 68. La Società italiana per lo studio e la conservazione delle libellule ha sede nel Museo civico di storia naturale di Carmagnola, in provincia di Torino, ed è all’avanguardia nella conoscenza di questi insetti. La Sympecma paedisca è una delle specie di libellule protette dalla rete Natura 2000. Presente in modo molto frammentato in tutta Europa, le popolazioni italiane sono localizzate esclusivamente nelle baragge piemontesi, in provincia di Novara, Biella e Vercelli. Secondo quanto riportato dal manuale regionale di Piemonte Parchi, alcune specie sono considerate di interesse prioritario: alcuni tipi di coleotteri e lepidotteri, lo storione, il pelobate e il lupo. Si tratta di una lista in continuo divenire, dato che, stando a quanto segnalato sul sito del Ministero dell’Ambiente, la Commissione europea ha approvato l’ultimo elenco aggiornato dei Sic per le tre regioni biogeografiche che interessano l’Italia (alpina, continentale e mediterranea), soltanto nel mese di novembre del 2015.

www.minambiente.it/pagina/rete-natura-2000

http://goo.gl/wTpzAv

http://goo.gl/angNkY

http://gis.csi.it/parchi/Testo/Manuale_Habitat.pdf

Dalla misteriosa lince alle cicogne di Racconigi

ANIMALI RARI CHE TORNANO A VIVERE NEI NOSTRI BOSCHI, GRAZIE ALL’AZIONE DI RECUPERO NATURALE E DI TUTELA DEGLI ULTIMI DECENNI

di Mario Bocchio

Non più luoghi del mistero, boschi e foreste custodiscono ancora importanti segreti, di cui trattengono tracce e memoria. Segni a volte minimi, transitori, fonti però di utili informazioni. Il pensiero corre alla lince, sfuggente e misteriosa come sempre, animatrice della fantasia degli uomini a produrre nuove leggende. La lince è un animale mitico, presente nei bestiari medievali con connotazioni sia positive, legate ad esempio alla vista proverbiale, sia negative, come simbolo di meschinità e lussuria. Ha iniziato il proprio ritorno sulle Alpi italiane, provando a recuperare parte di quell’immenso regno strappatogli oltre un secolo fa, grazie a reintroduzioni avvenute negli anni Settanta del Novecento.

Come spiegato in un ampio servizio pubblicato da Piemonte Parchi nel 2014 a firma di Mariano Salvatore, nella nostra regione è ormai accertata la sua presenza nelle valli del Verbano Cusio Ossola, grazie alla prossimità con la Svizzera dove nella regione del Jura si contano un centinaio di esemplari stabili. Anche nel Parco delle Alpi Marittime si sono registrate furtive apparizioni di linci francesi. Negli ultimi vent’anni si è riscontrato un progressivo aumento di avvistamenti anche nelle vallate torinesi: Val Pellice, Chisone, Susa, Sessera, Sesia, fino ad arrivare al basso Pinerolese.

“Uccello più sfolgorante da noi non esiste”, scriveva Jules Renard nelle sue “Storie naturali”: è un gioiello colorato che in mezzo agli anonimi passeri e agli scialbi usignoli sembra ancora più prezioso: un’inaspettata esplosione di azzurro, arancio e rubino. Stiamo parlando del martin pescatore. Sta bene fino ai 400 metri d’altitudine ed è un subacqueo da fiume di pianura, non da acque impetuose di torrente: ha bisogno di un paesaggio riposante dove i rami dei salici si allunghino sull’acqua, o dove i sassi sporgano alti, per le sue immobili vedette. Come ha scritto bene Caterina Gromis, il suo tempo è fatto di attese, di agguati sulle acque dove precipita a piombo per insidiare i piccoli pesci. I suoi principali nemici sono stati un tempo i suoi rivali, i pescatori. L’idea che il martin pescatore impoverisse le acque pescose dei fiumi e fosse responsabile della scomparsa di molte trote, dei cui avannotti è irrimediabilmente ghiotto, è stata per molto tempo una sua disgrazia, finché si è capito che il danno che provoca al pesce è minimo.

Il latino “ciconia” pare derivi da un’antica forma sumera indicante “colui che protegge la prole”, per l’abitudine delle cicogne di ombreggiare i pulcini con le ali se il caldo è feroce. Forse è l’aspetto, aggraziato ed elegante, una sagoma in cui il bianco — la purezza — è il colore predominante, o il ciglio nero e la linea alla base del becco, che le donano una sorta di sorriso perenne. Oppure la regolarità con cui, anno dopo anno, torna sulle case dei villaggi. Eppure la storia odierna della cicogna è la cronaca di un rapido declino, per la quale non si intravede un lieto fine.

È un tipico animale migratore: le popolazioni orientali migrano attraverso Siria e Medioriente verso l’Africa orientale e meridionale, mentre quelle occidentali passano per Gibilterra e svernano nell’Africa sub-sahariana. Sulla cicogna bianca in Piemonte sono interessanti le note di Vitantonio dell’Orto e Chiara Spandetti: un tempo ben diffusa in tutto il continente europeo, ha registrato un drastico calo delle nidificazioni negli ultimi decenni. Le cause? Sparizione degli habitat naturali e dei siti adatti, impatto con linee elettriche, trasformazione dell’agricoltura in monocolture estensive che eliminano gli ambienti agresti tradizionali, fondamentali per la cicogna come per molti altri animali. In molti paesi europei è nato uno sforzo comune per tentare di salvare la cicogna. Il primo centro-cicogna nacque negli anni Quaranta in Svizzera, ad Altreu, per opera di Max Bloesch, da allora esempio e ispirazione per tutti gli altri, che ne hanno mutuato le metodologie d’intervento. Nel cielo di Racconigi, in provincia di Cuneo, le cicogne sono una presenza costante da una ventina d’anni e alcune coppie nidificano in pieno paese suscitando regolarmente lo stupore dei visitatori della seicentesca residenza sabauda. Viene da chiedersi quale spettacolo possa regalare allora la presenza non di pochi esemplari, ma di centinaia di questi grandi uccelli sui tetti di un piccolo centro abitato: è quanto si verifica nel paese spagnolo di Alfaro, che sorge nella Valle dell’Ebro a un centinaio di chilometri da Pamplona.

Il timido dei boschi lo ha definito Patrizia Gavagnin. Un’inchiesta del Museo di Storia naturale di Milano negli anni Settanta del Novecento aveva fornito informazioni circa la presenza del gatto selvatico nella parte pedemontana delle valli Stura, Gesso, Tanaro, Po e Varaita. La specie ha sofferto di un grave pregiudizio ed è stata descritta per lungo tempo come feroce e sanguinaria, pericolosa anche per l’uomo. Alcune sue caratteristiche: l’essere un predatore molto discreto, dalle abitudini essenzialmente notturne, con canini affilati e artigli appuntiti, gli ha conferito la fama immeritata di una particolare ferocia. La fama di carnivoro sanguinario che “beve” il sangue delle sue prede lo ha accompagnato nei disegni e nelle preparazioni naturalistiche dove è rappresentato, il più delle volte con il muso spalancato e i denti in mostra, spesso con qualche preda. Paul Schauenberg, zoologo svizzero, ricorda a questo proposito la difficoltà di reperire crani nei musei perché venivano utilizzati nelle naturalizzazioni per rappresentare l’animale con attitudine più feroce. Alla rappresentazione di una ferocia inusitata non sfuggono illustri zoologi dell’epoca passata come Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, e uno scrittore come Italo Calvino, che riferisce ne “Il Barone rampante” l’incontro con il più feroce gatto selvatico dei boschi. n

www.regione.piemonte.it/parchi/cms/

Allarme per lo scoiattolo rosso

Lo scoiattolo comune europeo — conosciuto come “rosso” — si sta estinguendo a causa dell’introduzione, da parte dell’uomo, dell’esemplare “grigio” americano. In assenza di un intervento, anche in Italia lo scoiattolo rosso andrà incontro a estinzione certa.

Un gruppo di regioni — tra le quali anche il Piemonte — e di Università, supportate dall’Unione europea e dal Ministero dell’Ambiente, hanno dato il via a un programma internazionale per la tutela di questo roditore, denominato “Ec-Square” o “Rossoscoiattolo”.

Le due specie competono tra loro per il cibo e lo scoiattolo americano sta determinando l’estinzione dello scoiattolo europeo, molto conosciuto da chi ama frequentare i boschi. Questo animaletto svolge un ruolo importante negli ecosistemi forestali: favorendo la dispersione dei semi aiuta la nascita di nuove piante e quindi il rinnovo del bosco. Gli scoiattoli grigi americani mangiano ghiande (i frutti delle querce) in quantità decisamente maggiore rispetto agli scoiattoli rossi e riescono a trovare e consumare parte delle riserve di semi (fino al 50%) che gli scoiattoli rossi si preparano per l’inverno. La sottrazione di risorse alimentari da parte dello scoiattolo grigio fa sì che lo scoiattolo rosso si riproduca con maggiore difficoltà e che i giovani di tale specie crescano meno e abbiano più probabilità di morire nel primo anno di vita. La competizione tra queste due specie è condizionata anche dalla presenza di un virus, chiamato Poxvirus degli scoiattoli. Proprio in Piemonte è presente la più grande popolazione italiana di scoiattoli americani, originata dall’introduzione di soli quattro animali nel lontano 1948 a Stupinigi, vicino a Torino. Da allora gli animali si sono riprodotti e hanno iniziato a diffondersi. Lo scoiattolo rosso può ancora essere salvato, ma bisogna arrestare l’avanzamento della specie americana. È quello che le autorità locali con l’aiuto dei ricercatori, del Ministero dell’Ambiente e della Comunità europea stanno cercando di fare all’interno di un progetto Life.

www.rossoscoiattolo.eu

Piante esotiche invasive una minaccia per l’ecosistema

Che cos’era, per gli antichi, la filosofia se non la conoscenza della natura? Non importa tanto il fatto che distruggendo la natura l’uomo inevitabilmente finisca per distruggere sé stesso, quanto piuttosto il fatto che tutte le manifestazioni di vita hanno il diritto di essere rispettate. La legge regionale n. 32 del 1982 tutela le specie botaniche definite “a protezione assoluta”.

Una delle principali cause — riconosciute a livello internazionale — della riduzione del livello di biodiversità nel mondo è rappresentata dalla presenza e dallo sviluppo di specie esotiche, denominate anche specie aliene o alloctone. Nell’ambito vegetale, per “esotica” s’intende una specie o sottospecie introdotta dall’uomo volontariamente o involontariamente in un nuovo territorio, al di fuori del naturale areale di distribuzione. La problematica — tutt’altro che da minimizzare — è al centro di un’attenta analisi da parte della Regione Piemonte, che nell’aprile dello scorso anno ha promosso un importante convegno.

Le specie esotiche — spiegano gli esperti del gruppo regionale di lavoro, coordinato dalla direzione Ambiente — possono fiorire o anche riprodursi occasionalmente in un’area, non formando popolamenti stabili nel tempo, e per persistere hanno quindi bisogno di ripetute introduzioni. Oppure sono in grado di riprodursi e generare popolazioni capaci di sostenersi per molti cicli vitali senza l’intervento umano. Le più pericolose sono le cosiddette specie invasive, ovvero tipologie naturalizzate la cui introduzione o diffusione minaccia la biodiversità e causa gravi danni, anche economici, alle attività dell’uomo, e addirittura alla sua salute.

Le stesse specie invasive possono quindi, più in dettaglio, causare problemi ambientali, dove l’impatto sugli ecosistemi può portare a una graduale degradazione e alterazione dell’habitat invaso e al declino delle specie native a volte fino all’estinzione delle popolazioni locali.

Ma anche problemi economici. Un esempio eclatante è dato dall’ailanto. La presenza della pianta infestante — fenomeno che interessa anche la storica Cittadella di Alessandria — è un problema sempre più diffuso e pericoloso, in quanto le radici dell’arbusto, che possono raggiungere anche i 30 metri di lunghezza, sono potenzialmente distruttive per le bellezze artistiche del nostro paese.

Alcune specie esotiche presentano caratteri di nocività anche per l’uomo, in quanto producono sostanze che possono provocare reazioni allergiche o di altro tipo, anche gravi, tramite contatto con parti della pianta o per inalazione del polline, ad esempio l’Heracleum mantegazzianum e l’Ambrosia artemisiifolia.

Le piante sono in equilibrio naturale con l’ambiente: producono semi, una parte di questi va perduta, un’altra germina dando origine a nuove piante, che sostituiscono via via quelle morte, le quali costituiscono alimento per insetti e per erbivori. Un prelievo eccessivo e generalizzato di fiori, soprattutto se rari e protetti, può determinare effetti indiretti sul livello di biodiversità di una data area. Spiegano gli esperti che la riduzione del livello di diversità di specie vegetali presenti determina la riduzione o la scomparsa anche di animali che si nutrono o che necessitano della presenza di una determinata pianta per la loro sopravvivenza, come gli insetti impollinatori o alcune farfalle che si riproducono solo in presenza di determinate specie vegetali. La scomparsa di questi ultimi si riflette sui loro predatori, determinando una semplificazione della catena alimentare e la riduzione del livello di biodiversità di un determinato luogo.

http://goo.gl/bVoDWS

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