Se Papa Francesco a Torino si rivolge al mondo del lavoro

di Mario Bocchio

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Bagno di folla per Papa Francesco in piazza Vittorio.

“Affido alla Consolata la città e il suo territorio, sono nipote di questa terra lontana”. Una frase emblematica quella pronunciata da Papa Francesco al termine dell’Angelus in piazza Vittorio a Torino, ricordando le sue origini piemontesi. I nonni sono infatti partiti da qui per l’Argentina.
Non solo la Sindone, ma tanti altri momenti hanno caratterizzato la visita del Pontefice.
Che nel discorso tenuto a braccio alla basilica di Santa Maria Ausiliatrice, ha voluto ricordare come “Nell’Ottocento il Piemonte era anticlericale, ma quanti santi sono usciti da qui”. Uno fra tutti, Giovanni Bosco, nato esattamente duecento anni fa a Castelnuovo d’Asti.

Il lavoro e i malati del Cottolengo

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Il Pontefice sta per entrare al Cottolengo.

Uno dei momenti più interessanti della visita di Papa Francesco a Torino, è stato l’incontro con il mondo del lavoro.
Dopo i saluti di un’operaia, di un agricoltore e di un imprenditore, il Pontefice ha detto con forza “No a un’economia dello scarto, no all’idolatria del denaro, alla corruzione, all’iniquità che genera violenza”, si ad un patto sociale e generazionale per un lavoro a misura dell’uomo.
Un discorso in cui Francesco ha messo insieme, rispondendo alle storie di sacrificio e difficoltà raccontate da una donna operaia, da un lavoratore della terra e da un imprenditore, i temi del lavoro, della crisi economica, della famiglia e dell’immigrazione. Passa per il lavoro, afferma il Papa, la via della ripresa economica, ma soprattutto per l’affermazione del ruolo che la persona deve avere nella società.

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Il saluto e la benedizione alle persone malate e sofferenti.

Nella Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta come “Cottolengo”, ha poi incontrato gli anziani, i malati e i disabili.
Da Bergoglio parole di compassione per quelli che ha definito “membra preziose della Chiesa”, e ancora di denuncia contro la cultura dello scarto (termini sul quale ha voluto insistere) e quel sistema sbagliato che non pone più l’uomo al centro ma il consumo e gli interessi economici.
“L’esclusione dei poveri e la difficoltà per gli indigenti a ricevere l’assistenza e le cure necessarie, è una situazione che purtroppo è presente ancora oggi — ha voluto evidenziare il Ssnto Padre — .Sono stati fatti grandi progressi nella medicina e nell’assistenza sociale, ma si è diffusa anche una cultura dello scarto, come conseguenza di una crisi antropologica che non pone più l’uomo al centro”.

Il messaggio ai giovani

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L’incontro con i giovani.

L’amore sempre si comunica, l’amore sempre si fa nel dialogo. Il Papa ha chiuso la prima giornata della sua visita a Torino incontrando 90 mila giovani in piazza Vittorio. Francesco li ha invitati anche a vivere il loro amore castamente, evitando così l’edonismo. L’atmosfera a piazza Vittorio a Torino è quella delle grandi feste. Sono state mobilitate tutte le parrocchie del Piemonte per far arrivare le migliaia di ragazzi. La grande croce della Gmg campeggia tra di loro. Il Papa invita quei ragazzi a vivere in pieno la loro vita, con amore, andando “controcorrente”, seguendo le parole del beato Pier Giorgio Frassati: “Vivere, non vivacchiare”:
“A me danno tanta tristezza al cuore i giovani che vanno in pensione a 20 anni! Eh, sì! Sono invecchiati presto … Quello che fa che un giovane non vada in pensione è la voglia di amare”.
E questo perché per l’amore si “fa nel dialogo”, non è un sentimento romantico del momento, “è concreto…si sacrifica per gli altri”. E allora bisogna fare scelte radicali, Francesco le indica ai giovani anche a costo di essere impopolare:

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La visita al Santuario di Maria Ausiliatrice.

“Ma l’amore è molto rispettoso delle persone, non usa le persone e cioè l’amore è casto. E a voi giovani in questo mondo, in questo mondo edonista, in questo mondo dove soltanto ha pubblicità il piacere, passarla bene, fare bene la vita, io vi dico: siate casti, siate casti”.
Il Papa poi nota che spesso respiriamo un senso di sfiducia. D’altronde come non potrebbe essere se pensiamo alle guerre, stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi. Un sentimento, la sfiducia, dettato anche dall’ipocrisia: “A me fa pensare una sola cosa: gente dirigenti, imprenditori che si dicono ‘cristiani’, e fabbricano armi. E quello dà un po’ di sfiducia: ma si dicono ‘cristiani’!”
Un’ipocrisia che nel secolo scorso è passata anche attraverso l’indifferenza degli Stati: pensiamo alla “grande tragedia dell’Armenia. Tanti milioni sono morti. Dove erano le grandi potenze di allora?”. Ed ancora: la Shoah, perché non intervennero per fermare, bombardando, i treni che portavano ad Auschwitz? Nel pomeriggio, breve fuori programma: nel trasferimento dal Cottolengo a Piazza Vittorio, il Papa si è fermato nella Chiesa di Santa Teresa dove si sono sposati i suoi nonni. Nel corso della breve visita, ha baciato il battistero e ha scritto una piccola dedica con riferimento al valore della famiglia e al prossimo Sinodo.

Lo storico in contro con i valdesi

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L’abbraccio con la Chiesa valdese.

Mea culpa di Papa Francesco per le persecuzioni contro i valdesi, avvenute nel Medio Evo fino al XVII secolo. “Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che nella storia abbiamo avuto con voi, in nome del Signore perdonateci”. È un momento storico, commovente, quello che il Papa e i vertici della Chiesa valdese hanno vissuto nel Tempio di Corso Vittorio. La benedizione finale, alla storica visita del Papa (il primo a mettere piede in un tempio valdese), è spettata a una pastora metodista, Alessandra Trotta, di origine palermitana che con grazia e per nulla a disagio ha impartito la benedizione ai presenti, Papa compreso. “L’unità è frutto dello spirito santo ma non significa uniformità — aveva detto poco prima Bergoglio — I fratelli sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra loro”.
Storico davvero questo incontro: Bergoglio è il primo pontefice a visitare un tempio riformato Ad accoglierlo nella chiesa un canto in spagnolo, Cada cosa en la vida. Dopo i discorsi,il moderatore Eugenio Bernardini, che gli ha dato il benvenuto, hanno pregato insieme il Padre.

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Papa Bergoglio all’uscita dal Tempio valdese.

Le persecuzioni contro i valdesi furono particolarmente efferate e sanguinose. Iniziarono nel 1208 su ordine di Innocenzo III per combattere tutti gli eretici, tra i quali ci furono anche i valdesi. Il movimento valdese aveva fatto la sua comparsa in Francia durante l’ultimo quarto del dodicesimo secolo. Aveva preso il nome da Pietro Valdo, un ricco mercante di Lione che convertitosi al Vangelo verso il 1176 aveva organizzato una compagnia nota col nome di “Poveri di Lione”. Egli voleva assieme ai suoi seguaci predicare l’Evangelo rimanendo “laico”, ma questo gli fu vietato dal Papa che scomunicò sia lui che i suoi seguaci perché essi si rifiutarono di smettere di predicare. Molti di loro, in seguito alla grande persecuzione che ci fu nel sud della Francia sotto Innocenzo III, si ritirarono nell’Italia settentrionale, soprattutto nelle valli del Piemonte. Durante la persecuzione che essi subirono in alcune valli Piemontesi nel 1655 (per citare solo una delle tante), essi furono minacciati di morte e di confisca dei beni dalle autorità nel caso non avessero abiurato la “religione riformata” e non fossero tornati alla Chiesa romana. Ma essi preferirono fuggire e lasciare i loro beni anziché rinnegare la loro fede.

La poesia in piemontese

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L’omelia durante la Messa in piazza Vittorio.

“Dritti e sinceri, quel che sono, appaiono”: è l’inizio di una poesia piemontese di Nino Costa, “Razza nostrana”, o “Rassa nostrana”, come è titolata in dialetto. Papa Francesco ne ha recitato una parte durante l’omelia nella Messa a piazza Vittorio definendo Costa “Un famoso poeta nostro”, sottolineando così le origini piemontesi della sua famiglia. “Cari fratelli e sorelle torinesi e piemontesi i nostri antenati sapevano bene che cosa vuol dire essere ‘roccia’, cosa vuol dire ‘solidità’”.

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