Teatri storici

e cultura locale

NEL 2014 CI SONO STATE 330 RAPPRESENTAZIONI DI PROSA, 85 DI DANZA E 150 CONCERTI, GRAZIE ALLA FONDAZIONE PIEMONTE DAL VIVO

di Laura Dellocchio

Possiamo noi spettatori piemontesi godere della stessa magia di cui si appagano gli spettatori che entrano negli anfiteatri greci e romani? Può il Piemonte vantare una tradizione di architettura teatrale importante? Pare proprio di sì, tanti e tali sono i teatri in tutte le province del territorio che animano la vita culturale piemontese e che vanno a riempire la lista dei teatri storici italiani.

Non ci si deve aspettare di imbattersi tra le dolci colline del Monferrato o nei dintorni dei laghi in teatri come quello Antico di Taormina; la nostra tradizione parte un po’ dopo, ma non è meno importante. E tutto sommato assistere a una “Medea” o a una “Ifigenia” in un teatro barocco non toglie certo incanto ed emozione. Anzi!

Ente che valorizza la cultura teatrale piemontese e che s’impegna anche per il sostegno delle strutture teatrali, per tenerle in vita e dare loro nuovo vigore è la Fondazione Live Piemonte dal Vivo, circuito regionale multidisciplinare al servizio del territorio e al fianco della Regione Piemonte nella definizione di una visione strategica condivisa di conservazione e rivitalizzazione. Vocazione della Fondazione è diffondere sul territorio piemontese lo spettacolo dal vivo — teatro, danza, musica e circo — attraverso la collaborazione tra soggetti e strutture per la valorizzazione del patrimonio storico-architettonico e artistico del territorio.

Secondo i numeri di Piemonte dal Vivo, nel 2014 in Piemonte si contano circa 330 rappresentazioni di teatro di prosa, 85 di danza, 150 concerti, cui si aggiungono oltre 15 rappresentazioni di circo contemporaneo; quasi 45 le piazze attualmente raggiunte e circa 70 gli spazi coinvolti nei diversi comuni. Un teatro piemontese in piena salute, che merita di essere conosciuto ed esplorato non solo per assistere alle rappresentazioni, numerose e variegate, ma anche per apprezzarne i luoghi in cui vengono messe in scena. Iniziamo quindi il nostro viaggio nei teatri piemontesi, immaginandoli tutti per noi, senza attori, registi e trovarobe. Luoghi in cui possiamo entrare e in cui possiamo ammirare l’ingegno e la perizia di chi li ha ideati, progettati e costruiti. Il territorio di Alessandria ci offre alcuni importanti esempi. A Casale Monferrato troviamo il Teatro Municipale Monferrato, edificato verso la fine del 1700 grazie ai disegni dell’abate spoletino Agostino Vitoli. La costruzione, disposta su quattro ordini di palchi e loggioni, è un vero esempio della maestria dell’epoca nel decorare con stucchi, dorature e velluti. Inaugurato il 26 novembre 1791, venne chiuso durante l’epoca francese e poi sottoposto a un radicale restauro interno durante il regno di Carlo Alberto. Magazzino durante la guerra, successivamente restaurato, fu inaugurato da Vittorio Gassman con una pièce dal titolo “Brindisi per un teatro” nel 1990. Mentre Novi Ligure ci offre il Teatro Marenco, attualmente in ristrutturazione, ma di grande prestigio storico-architettonico, a Valenza possiamo assistere a molte rappresentazioni al Teatro Sociale. Punto di riferimento culturale nel cuore della città, fu inaugurato nel 1861. Restaurato nel 2006, dal 2014 è non solo teatro ma anche un vero e proprio punto di incontro, partecipato e attivo per lunghi periodi dell’anno.

Il Teatro Alfieri è invece il gioiello di Asti. Inaugurato nel 1860, ha ospitato le maggiori compagnie e i più famosi nomi del teatro di prosa e di lirica. È stato ristrutturato e successivamente riaperto nel 2002, dopo 22 anni di lavori. L’Astigiano vanta anche il Teatro Municipale di Costigliole d’Asti. Inaugurato nel 1892, fu oggetto di rimaneggiamenti e migliorie, come per esempio l’aggiunta della galleria. Nel 1958 divenne sala cinematografica e riprese le attività teatrali negli anni Settanta del Novecento.

Il Teatro Sociale Villani di Biella, costruito nel 1863, fu inaugurato nell’agosto 1865 con la rappresentazione dell’“Aida” di Giuseppe Verdi. Distrutto da un incendio nel 1892, da cui si salvò solo la facciata neoclassica, fu ricostruito, su progetto dell’architetto Achille Sfondrini, il medesimo progettista del Teatro Lirico di Milano. Da più di duecento anni ospita le più importanti rappresentazioni della stagione teatrale italiana, che lo hanno reso un teatro importante e prestigioso tra quelli presenti sul territorio nazionale. Nella “Provincia granda”, nel Cuneese, doveroso è ricordare il Teatro Civico Milanollo di Savigliano. Dedicato alle violiniste saviglianesi Teresa e Maria Milanollo, fu costruito tra il 1834 e il 1836 su progetto dell’architetto Maurizio Eula. La facciata, sobria ed elegante, rappresenta un perfetto esempio di gusto neoclassico e l’interno è un vero gioiello: i velluti rossi e le ricche decorazioni in oro di palchi, galleria e loggione fanno da cornice al sipario, opera di Pietro Ayres, raffigurante Apollo e le nove Muse ispiratrici sul Monte Parnaso. L’ottima acustica rende ancora oggi il teatro luogo ideale per spettacoli di alto livello. Nel cuore del centro storico di Fossano, invece, sui resti dell’antico Teatro Sociale costruito nel 1870, il Cinema Teatro I Portici è oggi la Casa dello Spettacolo della Città, con sessantamila presenze annue. Vi si svolgono regolarmente spettacoli teatrali e di danza, convegni e incontri letterari, proiezioni di lirica e balletto dai principali teatri del mondo e concerti musicali.

Capitolo a parte merita il Teatro Toselli di Cuneo. Antica istituzione voluta da trentanove cittadini che, nel 1803, d’intesa con il Municipio, si costituirono in Società per l’occasione. Successivamente venne acquistato dal Comune di Cuneo, che ne iniziò una ristrutturazione generale. Nel 1857 il cuneese Giovanni Toselli vi costituì la Compagnia drammatica nazionale e, dopo la sua morte, la struttura prese il suo nome. Durante il primo conflitto mondiale, il Civico cadde in totale abbandono e soltanto nel 1927 venne decisa una radicale ristrutturazione. Nel dopoguerra, complice il grande successo delle sale cinematografiche, il Teatro Toselli attraversò una delle fasi più difficili e rimase in stato di abbandono per molto tempo. Venne nuovamente inaugurato nel 1968 ed è tutt’ora un teatro molto importante per il territorio. Ceva conserva il celebre Teatro Marenco, intitolato al suo illustre cittadino Carlo Marenco. Venne edificato nei primi decenni dell’Ottocento — e terminato nell’agosto 1861 -

dal Comune di Ceva nei locali del vecchio carcere, grazie alla volontà di una compagnia di attori dilettanti che volevano offrire alla comunità un luogo adatto alle rappresentazioni. Nel 2007 l’edificio ha di nuovo subito importanti restauri, per essere riportato allo splendore d’un tempo, e vi si può ammirare il soffitto affrescato, che fa da cornice al grande lampadario della sala.

Teatro particolare è quello di Oleggio, in provincia di Novara. Il complesso architettonico del Teatro Civico ed ex Casa del Littorio risale ai primi decenni del secolo scorso. Realizzato sulla base di un progetto dell’architetto Gino Franzi e degli ingegneri Mario Martelli e Wilelmo Torri, vincitori di un concorso pubblico di progettazione bandito nel 1932 per dotare la città di una Casa dal Fascio, è infatti costruito in tipico stile Littorio, costituito da blocchi distinti collegati tramite un basso fabbricato che funge da intercapedine. Il corpo est (la ex Casa del Littorio) è distribuito su tre piani fuori terra e completamente rivestito con lastre in travertino. Il corpo adiacente ospita il Teatro Civico. A Novara, infine, possiamo ammirare il Teatro Coccia, uno dei più importanti teatri storici d’Italia, inaugurato nel 1888 sulle spoglie del vecchio teatro eretto nella seconda metà del XVIII secolo. Così chiamato in onore di Carlo Coccia, maestro di cappella del Duomo di Novara, fu edificato grazie alla concessione dell’area da parte del Comune di Novara e a un suo cospicuo intervento finanziario. Fu inaugurato con l’opera “Gli Ugonotti” di Meyerbeer, diretta da un giovanissimo Arturo Toscanini, che scrisse in seguito di quanto fosse stato onorato di avere inaugurato il Coccia. La facciata principale, con primo piano in stile dorico e i successivi in stile ionico, venne circondata da un porticato in granito rosa di Baveno. L’esterno fu dipinto di color grigio granito. L’atrio, con pavimento a mosaico, fu abbellito anche da quattro colonne di ghisa e altrettante nicchie contenenti i busti di Giuseppe Verdi, Vincenzo Bellini, Gioacchino Rossini e Gaetano Donizetti; in platea furono posizionati i busti di Saverio Mercadante e di Carlo Coccia. Ancor oggi la grande sala interna, a ferro di cavallo, ha tre ordini di palchi, al di sopra dei quali vi è la galleria. Il Teatro degli Scalpellini di San Maurizio d’Opaglio, piccolo comune di poco più di tremila abitanti sul lago d’Orta, fu edificato dai numerosi scalpellini di San Maurizio, che lo adibirono a teatro e cinematografo. Dopo anni di chiusura, è stato ristrutturato. Dal 2013 è sede di una delle botteghe del progetto “Adotta una compagnia”: si trasforma e diviene luogo d’incontro con il resto della comunità.

A Vercelli troviamo il Teatro Civico. La sua costruzione risale all’epoca della dominazione francese. In quel periodo una società di nobili cittadini vercellesi affidò all’architetto Nicola Nervi la progettazione di quello che costituirà il teatro in uso fino agli Anni Venti. Distrutto da un incendio doloso nel 1923, il nuovo Teatro, così come si presenta oggi, fu ricostruito tra il 1929 e il 1931 su progetto di Guido Allorio, Paolo Verzone e Giuseppe Rosso. La struttura da quasi 800 posti venne inaugurata nel 1931 con L’“Aida” di Giuseppe Verdi. E a Fontanetto Po sorge un alto gioiello, il Teatro Giovan Battista Viotti, dedicato all’omonimo musicista. Inaugurato nell’autunno del 2011, dopo un accurato restauro del preesistente cinema-teatro risalente agli anni Venti del secolo scorso. Sono stati riportati alla luce i decori liberty presenti sul boccascena, sul soffitto e sulle pareti laterali, che contribuiscono a rendere questo piccolo teatro storico un luogo davvero prezioso.

Il Teatro Carignano di Torino nacque come un teatrino per le famiglie nobili e a uso esclusivo dei regnanti. Realizzato in legno per favorire l’acustica, era dotato di retropalchi per svestire gli abiti da viaggio impolverati e vestire gli abiti di rappresentanza. La costruzione del teatro originario avvenne tra gli ultimi anni del Seicento e i primi del Settecento, a cura di Luigi Amedeo figlio di Emanuele Filiberto, per ospitare spettacoli minori, come il “ballo di corda” o il “ballo di spada”. Il teatro vero e proprio fu inaugurato nel 1753 con la “Calamita dei cuori” di Carlo Goldoni. L’incendio del 16 febbraio 1786 impose una nuova costruzione su progetto di Giovanni Battista Feroggio con quattro ordini di palchi, dei quali venti al primo ordine, ventuno al secondo e ventidue rispettivamente al terzo e quarto ordine. Il soffitto e il sipario furono dipinti da Bernardino Galliari. Nel 1845 il pittore Francesco Gonin realizzò la decorazione del soffitto della platea, dipingendo un “Trionfo di Bacco”: è uno dei più importanti teatri d’Italia. L’edificio che ospita il Teatro Gobetti di Torino venne invece costruito tra il 1840 e il 1842 ad opera dell’Accademia filodrammatica, i cui soci desideravano dotarsi di una sede stabile per le loro rappresentazioni, fino a quel momento allestite nei salotti di palazzi privati. L’inaugurazione ebbe luogo il 21 gennaio 1842 alla presenza del principe Vittorio Emanuele II. Il Gobetti fu sede della prima esecuzione assoluta dell’Inno di Mameli. La sala teatrale, dopo anni di restauri, fu inaugurata nel 2001. E, sempre a Torino, va ricordato il Teatro Gianduja, piccolissimo teatro in centro città che ospita esclusivamente deliziosi spettacoli di marionette. Nelle sue stanze è allestito il Museo della Marionetta, uno tra i maggiori d’Italia. Vi sono esposte centinaia di marionette, dalle più preziose e antiche alle più recenti. Il Torinese offre molte realtà, tra cui il Teatro Baudi di Selve di Vigone, edificato in pochissimo tempo nel centro dell’abitato. Tipico teatro all’italiana ottocentesco, progettato dall’architetto torinese Domenico Berutto soprattutto per il melodramma, è in stile neoclassico, con pianta a ferro di cavallo. E, ancora, il Teatro Bertagnolio di Chiaverano, che sorge in questo piccolo comune fin dal 1890, grazie al maestro elementare Bonaventura Bertagnolio, prestigioso animatore e bravo organizzatore cui è stato poi intitolato. Realizzato interamente dagli artigiani di Chiaverano sul tipico modello del teatro all’italiana, dispone di un loggione-galleria in legno sostenuto da un’unica putrella a ferro di cavallo, di quattro palchi: due al piano della galleria e due a livello dell’ampia platea, un palco di grandi dimensioni e 150 posti a sedere.

Sulle scene passione e impegno civile

IL TEATRO PIEMONTESE VIVE LA PROPRIA STAGIONE INIZIATA NELLA SECONDA METÀ DELL’OTTOCENTO, QUANDO SI RAPPRESENTAVANO I TEMI DELLA SOCIETÀ E DELLA POLITICA

di Daniela Roselli

Tutto nasce da un quiz di Loretta Goggi. Per Oscar Barile, attore amatoriale in lingua piemontese, che da più di trentacinque anni porta la propria creatività in giro per il territorio, l’opportunità di partecipare al restauro del piccolo teatro di Sinio, in provincia di Cuneo, viene, infatti, dalla partecipazione alla nota trasmissione televisiva “Loretta Goggi in quiz”, che la Rai trasmetteva nel 1985.

“Mi sono detto — esordisce Barile — perché non provare a vincere una modesta somma da destinare al nostro teatro? Una di quelle idee che ti saltano in mente all’improvviso e che cogli al volo, senza pensarci troppo su”.

Con la vincita di poco più di tredici milioni di lire e l’idea di coinvolgere i concittadini in una raccolta di fondi destinata ai lavori di restauro, Barile riesce nell’impresa e, insieme agli amici di sempre, con cui condivide ancora oggi l’amore per la recitazione, fonda la Compagnia del Nostro Teatro di Sinio. Un teatro che vuole e deve essere di tutti, di quanti ne usufruiranno come spettatori o come interpreti e di ogni cittadino che lo sentirà come parte integrante della propria vita.

“Il teatro in lingua piemontese — spiega l’artista — ha una produzione soprattutto a livello provinciale. Anche a Torino, certamente, esistono valide compagnie che lo esercitano come vera e propria professione, ma chi oggi può permettersi di cimentarsi ancora in quest’arte lo fa prevalentemente in maniera amatoriale, perché purtroppo è un mestiere che viene svolto soprattutto per passione e non certo per guadagnare il denaro sufficiente a vivere”.

Il Piemonte vive la propria âge d’or nella seconda metà dell’Ottocento, quando Torino è ancora capitale del Regno d’Italia e arte, cultura e divertissement attraversano il periodo di massima diffusione. Prima di questi anni non sono documentati testi teatrali in piemontese, almeno fino a quando Giovanni Toselli, capocomico cuneese, si fa promotore della nascita di una realtà artistica completamente nuova.

“In quegli anni — prosegue Barile — i temi rappresentati sul palco erano legati all’impegno civile. Gli spettatori, perlopiù gente del popolo, sentivano come propri gli spettacoli che raccontavano la società e la politica che stavano vivendo”.

Per il Piemonte la svolta vera e propria arriva poi con Erminio Macario, storica figura torinese che ha in comune con i grandi comici dell’epoca tre caratteristiche: la precocità, l’indigenza familiare e la vocazione. Macario inizia, infatti, a recitare fin da bambino nella filodrammatica della scuola, presto interrotta per lavorare e aiutare la famiglia. Fra un mestiere e l’altro, appena maggiorenne, entra in una compagnia di “scavalcamontagne”, termine con cui erano definite in piemontese le formazioni di paese che rappresentavano drammi e farse nei giorni di fiera. Nel 1921 il debutto ufficiale nel teatro di prosa e nel 1924 il passaggio a quello di varietà, con una scritturazione nella compagnia di balli e pantomime di Giovanni Molasso. La sua prima entrata in scena con il ruolo di secondo comico fu al Teatro Romano di Torino, con le riviste “Sei solo stasera” e “Senza complimenti”.

Poco a poco Macario costruisce una comicità personale, fatta di una maschera clownesca le cui caratteristiche più appariscenti sono un ciuffo di capelli sulla fronte, gli occhi arrotondati, la camminata ciondolante e uno spiccato accento del nord.

Negli Anni Settanta si dedica al teatro in lingua piemontese ottenendo, complice la popolarità ormai consolidata, un grande successo con la rivisitazione del famoso testo “Le miserie ‘d Monsù Travet”, messo in scena allo Stabile di Torino proprio nel 1970.

Massimo Scaglione e Gipo Farassino sono coprotagonisti della grande stagione artistica di quegli anni e sono soprattutto personaggi che condividono la dedizione e la volontà di recupero della cultura piemontese.

“Nel repertorio in lingua — sottolinea Barile — Farassino, in particolare, si è spesso avvicinato al cabaret e all’umorismo. Nei suoi anni migliori ha raccontato le miserie e la nobiltà della gente comune, le tribolazioni dei ‘travet’ torinesi e gli amori beffardi o infelici consumati nell’atmosfera parigina, e profondamente francese, del capoluogo piemontese. Ha inoltre portato alla ribalta composizioni di grandi poeti della tradizione nostrana come Nino Costa e Angelo Brofferio. La sua carriera vanta anche una prolifica attività come attore di prosa teatrale, sempre in lingua piemontese, iniziata nel 1970 con la compagnia fondata proprio insieme a Massimo Scaglione. Il duo ha rappresentato il nuovo che avanzava, con testi più attuali e messe in scena più rispondenti ai criteri del teatro moderno”.

A metà degli Anni Settanta non si può ignorare, inoltre, l’apporto della Radiotelevisione che manda in onda nella rubrica “Seguirà una brillantissima farsa” alcuni dei testi inscenati nei teatri piemontesi da Macario e Farassino. E la Terza Rete fa ancora di più, affidando al Centro di produzione di Torino il compito di realizzare in studio tre commedie del repertorio nostrano. Vedono così la luce “Le miserie ‘d Monsù Travet” di Vittorio Bersezio, “’L cotel” di Luigi Pietracqua e “Ij mal nutrì” di Mario Leoni. Anche la critica, alla fine, prende coscienza che — come le cronache del Corriere della Sera dell’epoca riportano — “l’Italia possiede un formidabile patrimonio linguistico, anch’esso da salvare perché garanzia del pluralismo culturale e dunque lievito e baluardo di democrazia”.

“Che dire? La storia del teatro piemontese — conclude Barile — sembra oggi destinata a un lento declino. Colpa dei tempi che incedono, della crisi, delle grandi compagnie professionali che rappresentano solo in lingua nazionale. Siamo in pochi a credere ancora in un futuro, almeno in ambito amatoriale, del teatro dialettale. Il piemontese è una vera e propria lingua che ha attraversato i secoli, le guerre e le critiche raccontando sempre, con sentimento e passione, la quotidianità. Per dirla alla Orio Vergani, celebre giornalista e scrittore, i dialetti sono l’ossigeno che permette di respirare anche sotto i cristalli della parola scritta perché sono la forza sotterranea della lingua parlata e la sua intima vibrazione vitale”.

La rivincita ‘d Monsù Travet

Compie settant’anni la pellicola diretta da Mario Soldati, “Le miserie del signor Travet”, ispirata a una delle più note opere teatrali piemontesi.

Il film del 1945, diretto da Mario Soldati e interpretato da Carlo Campanini, nel suo primo ruolo da protagonista al fianco di Alberto Sordi e di Gino Cervi, è tratto dall’omonima commedia ottocentesca di Vittorio Bersezio, in lingua piemontese.

Prima ancora, il Teatro Alfieri di Torino, nel 1863, ospita per la prima volta la commedia “Le miserie ‘d Monsù Travet”, nell’interpretazione della Compagnia di Giovanni Toselli.

Bersezio, commediografo e giornalista, è legato soprattutto a questo grande capolavoro teatrale, con cui si sono misurati tutti i migliori interpreti della scena regionale e non solo. La commedia, molto apprezzata da Alessandro Manzoni, è un testo sul cambiamento ed è dedicata al rito di passaggio dal Risorgimento alla costruzione dell’Unità nazionale. In un momento così cruciale per Torino si colloca la vicenda umana e struggente del vessatissimo Travet, il cui cognome — “Travicello” — rievoca il suo ruolo nella grande macchina burocratica statale, entrando poi nel vocabolario nazionale per designare la figura dell’impiegato umile, maltrattato e laborioso.

L’autore ha voluto colpire il mondo lavorativo tipico della capitale piemontese: l’illusione del povero Travet di procurarsi sicurezza economica e decoro sociale, nel ruolo di funzionario statale, desta tanta simpatia nel pubblico italiano perché identifica un’aspirazione nazionale che ha caratterizzato tutta la borghesia nei decenni successivi.

L’opera è diventata un classico del teatro e della tv. Nel 1954 è stato inoltre il primo film in assoluto trasmesso dalla Rai e rappresenta, ancora oggi, un capolavoro intramontabile della tradizione culturale piemontese.

Recite in piemontese, stagione al tramonto?

Intervista a Mario Brusa

Mario Brusa, attore e voce torinese d’eccellenza nel panorama del doppiaggio cinematografico e televisivo, racconta come è cambiato, negli anni, il teatro in lingua piemontese

Il piemontese è, innanzitutto, un dialetto o una lingua?

A onore della precisione possiamo dire che è una forma linguistica locale. Non è certamente un dialetto, piuttosto una lingua a tutti gli effetti: esistono, infatti, riscontri, già nel Trecento, di sermoni scritti da sacerdoti per il popolo. È una parlata nobile che ha generato molta della produzione letteraria che oggi conserviamo e che testimonia le nostre radici. A partire dall’Ottocento il piemontese viene utilizzato soprattutto nei testi teatrali e da quel momento in poi l’attività delle compagnie diventa fondamentale per la diffusione e la divulgazione della lingua del nostro territorio.

Quali sono i temi che venivano rappresentati nelle opere teatrali?

Nell’età d’oro del teatro in lingua ci si ispirava in modo particolare ai temi sociali, non solo comici, come testimoniano le prime opere di Luigi Pietracqua e Mario Leoni. Nell’Ottocento fonte di grande ispirazione per gli scrittori sono stati soprattutto l’atmosfera e il carattere leggero del vaudeville francese. Oggi purtroppo il teatro in piemontese non esiste quasi più, se non a livello amatoriale. È necessario proporre, a un pubblico sempre più ristretto, tematiche legate ai grandi classici oppure tentare il genere della commedia. Personalmente sono convinto che la stagione delle rappresentazioni in piemontese sia ormai tramontata.

Chi ha influenzato maggiormente la produzione artistica in Piemonte?

I padri fondatori del nostro teatro sono tre: Giovan Giorgio Alione, Angelo Brofferio e Padre Ignazio Isler. Alione è stato tra i più eruditi e arguti poeti rinascimentali del Piemonte. Della sua produzione ricordiamo soprattutto le farse e una commedia in dialetto astigiano, veri e propri documenti della vita quotidiana di Asti nel XVI secolo. Non si può non riconoscere la singolarità tutt’altro che trascurabile dei suoi scritti nella storia del teatro e della cultura italiana. Brofferio, poeta e politico ottocentesco, di educazione illuminista e anticlericale, inizia presto a scrivere drammi sulla libertà, immancabilmente censurati dal governo dell’epoca. Fortemente legato alla cultura, ha scritto numerose canzoni in piemontese, legate, in particolare ai concetti di patria e indipendenza. Padre Isler, infine, è considerato tra i più eruditi francescani del Settecento e antesignano della moderna letteratura in piemontese. Tra le sue opere certamente vanno ricordati i canti satirici, tristi ma goderecci, quadro di una società in cui imperavano miseria, carestia e morte. Partendo, insomma, da questi tre autori si ricostruiscono la storia e le tappe salienti del teatro piemontese.

Quanto è importante la riscoperta, oggi, degli autori piemontesi?

Sarebbe come ridare nuovo impulso a una tradizione quasi dimenticata. Oggi mancano i mezzi e soprattutto non esistono più grandi compagnie che si dedichino unicamente al teatro in lingua piemontese. Il nostro teatro ha vissuto una grande stagione e ha regalato moltissimo alla cultura italiana in termini di produzione, letteratura e autori. Guardo indietro con un pizzico di nostalgia, ma chissà, che prima o poi non nasca qualcosa di innovativo, magari riscoprendo proprio i grandi che hanno fatto la storia. Sono necessari sacrifici, denaro e una forte motivazione, doti difficili da trovare nella società moderna. Ma d’altronde, come diceva Eduardo De Filippo, “teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male”.

Il canale Medium ufficiale del Consiglio regionale del #Piemonte, dove raccogliamo notizie e approfondimenti. I video su http://www.crpiemonte.tv

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