NELLA PRIMAVERA DEL 1946 VOTARONO PER LE AMMINISTRATIVE 13 MILIONI DI DONNE ITALIANE, NELLE PRIME ELEZIONI LIBERE

di Federica Calosso

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L’ Italia non era ancora completamente liberata quando, venerdì 2 febbraio 1945, entrò in vigore il decreto Bonomi che introdusse il suffragio universale: finalmente in Italia potevano votare anche le donne che avevano compiuto la maggiore età, 21 anni. Mancava ancora, però, la possibilità di essere elette: questa venne raggiunta soltanto un anno dopo, il 10 marzo 1946, con un secondo decreto.

Per festeggiare quella storica data, così vicina alla Festa della Donna dell’8 marzo, Teresa Mattei, giovane dirigente dell’Udi, scelse un fiore da poter regalare facilmente a tutte: la mimosa, un fiore povero che sboccia spontaneo, bello e profumato, all’inizio di marzo in città e in campagna. Tra marzo e novembre 1946 circa 13 milioni di donne italiane votarono effettivamente per la prima volta alle amministrative e duemila donne vennero elette nei Consigli comunali. In quelle prime elezioni libere, dopo il fascismo e la guerra, furono coinvolti più di settemila Comuni in varie tornate. A Torino si votò il 10 novembre 1946.

Ma la data storica che tutti ricordano è il 2 giugno 1946, esattamente 70 anni fa, quando uomini e donne insieme (votò l’89% delle aventi diritto) andarono ai seggi per mettere una croce sulla scheda del referendum che scelse la nuova forma dello Stato, tra monarchia e repubblica, ed anche per eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente (tra cui le due piemontesi Teresa Noce e Rita Montagnana).

Per l’Italia il diritto di voto concesso alle donne fu un traguardo importante, che però la maggior parte degli altri paesi aveva già raggiunto da tempo. Per primi i paesi scandinavi: Finlandia (1906), Norvegia (1913) e Danimarca (1915). Seguirono Irlanda (1915), Russia (1918), Germania (1919), Svezia (1919), Austria (1920), Ungheria (1920) e Cecoslovacchia (1921). Alla fine degli anni ’20, soprattutto grazie al movimento delle “suffragette”, le donne votarono anche nel Regno Unito (1928). La Spagna (1931) e la Turchia (1934) ci arrivarono poco dopo, mentre gli altri paesi europei dovettero aspettare la fine della Seconda guerra mondiale: Francia (1944), Italia (1945), Albania (1946), Bulgaria (1947), Jugoslavia (1947), Belgio (1948), Romania (1948). La Grecia ci arrivò nel 1952 mentre le donne della Svizzera (1971) e del Portogallo (1976) attesero ancora una ventina d’anni.

Il diritto all’elettorato attivo e passivo, cioè la possibilità di votare ma anche di essere elette come vere “cittadine”, le donne italiane se l’erano duramente conquistato: durante gli anni di guerra, infatti, avevano sostituito gli uomini in ogni genere di lavoro (autiste, fattorine, operaie alla catena di montaggio) e tra il ’43 e il ’45 avevano avuto un ruolo importante nella Resistenza, prima di tutto per proteggere e sfamare i partigiani, ma anche come coraggiose staffette che tenevano in contatto i vari gruppi attestati sulle montagne. Circa 70.000 ragazze fecero parte dei Gruppi di difesa della donna, 35.000 sono le partigiane riconosciute, 4.600 le arrestate, torturate e condannate, 2.750 le deportate nei campi di concentramento, 623 le donne fucilate o cadute in combattimento, 16 quelle insignite di medaglia d’oro al valor militare e 17 di quella d’argento.

Durante i mesi della Liberazione la questione del riconoscimento dei diritti delle donne incominciò ad essere affrontata. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (Democrazia cristiana) e Palmiro Togliatti (Partito comunista). Nacquero in quel periodo numerose formazioni femministe, tra cui l’Ande — Associazione nazionale donne elettrici (Ande), che aveva proprio lo scopo di preparare le donne a esercitare questo loro nuovo diritto. L’Unione donne italiane (Udi), vicina al Partito comunista, insieme al Centro italiano femminile (Cif), di matrice cattolica, furono promotori dell’opuscolo “Le donne italiane hanno diritto al voto”, scritto da Laura Lombardo Radice. Molte furono le “indicazioni” che vennero rivolte alle donne per esercitare questo loro nuovo diritto-dovere: i giornali consigliarono di andare a votare senza rossetto, per evitare di lasciare segni di riconoscimento sulla scheda e, visto che per la prima volta le donne lavorarono anche all’interno dei seggi elettorali, l’Ande pubblicò un apposito libretto di istruzioni “per le scrutatrici e le rappresentanti di lista”. n

Un compleanno da ricordare

Il 2016 è un anno ricco di anniversari e ricorrenze per i vari organismi regionali che si occupano della storia e della vita delle donne in Piemonte.

La ricorrenza del 70 anni del diritto di voto per le donne italiane coincide quest’anno non solo con la Festa internazionale della Donna, ma anche con i 40 anni dalla fondazione della Consulta regionale femminile (5 febbraio 1976) e con i 20 anni della Consulta delle elette del Piemonte (9 luglio 1996). Due organismi che in tutti questi anni hanno promosso attività importanti per la promozione e la valorizzazione della presenza delle donne nella vita sociale nelle istituzioni elettive e nella vita politica.

La Consulta femminile ha 40 anni

A marzo la Consulta femminile, presieduta da Cinzia Pecchio, ha organizzato due momenti di incontro pubblici. Il seminario “Il lavoro delle donne nell’area piemontese: dati e proposte” ha fornito un’analisi aggiornata dello stato dell’occupazione femminile in Piemonte. All’evento, realizzato dal gruppo di studio “Donne e lavoro” della Consulta hanno partecipato: Daniela Ruffino vicepresidente del Consiglio regionale, Cinzia Pecchio presidente della Consulta, Monica Cerutti assessora alle Pari opportunità, Gianna Pentenero, assessora al Lavoro. L’incontro è stato diviso in tre sessioni: “Lo stato dell’arte della ricerca”, “Le buone pratiche” e le conclusioni Il convegno “Società multietniche, culture femminili a confronto” ha invece approfondito i rapporti tra donne che provengono da culture differenti. Inoltre la Consulta femminile, per celebrare i propri 40 anni di attività, ha intrapreso un percorso per farsi conoscere nei Comuni dell’hinterland torinese. Nei vari incontri, oltre alla presentazione delle attività della Consulta, viene presentato il video “Mezz’ora per te” realizzato in collaborazione con la Consulta regionale del Giovani e con l’Associazione Donne operate al seno (Andos).

Spot per la Consulta elette

La Consulta delle elette, presieduta dalla consigliera Stefania Batzella, ha promosso lo spettacolo teatrale “Donne”, realizzato dall’associazione Tedecà, lo spettacolo è stato presentato in diverse sedi a Torino, Cuneo, Asti e Biella. Nell’ambito delle attività rivolte alle scuole, la Consulta ha promosso la presentazione del film “Suffragette” di Sarah Gavron, che racconta le lotte delle donne inglesi per conquistare il diritto al voto. Il film è stato proiettato per le classi delle scuole superiori in contemporanea il 9 marzo in 13 sale del Piemonte: a Bardonecchia, Ivrea, Pinerolo, Alessandria, Asti, Cuneo, Barge, Biella, Novara, Vercelli e Omegna. Prima dell’inizio di ogni proiezione gli studenti hanno potuto vedere il videomessaggio registrato da tutte le consigliere regionali. Inoltre la Consulta della elette ha pubblicato il bando per l’annuale concorso scolastico, dedicato quest’anno alla produzione di un breve video sul 70° anniversario del voto alle donne in Italia. Altre iniziative verranno realizzate nei mesi estivi per ricordare i 20 anni di attività della Consulta delle donne elette del Piemonte.

http://goo.gl/dAJEUy

Testimonianze di Resistenza

Per celebrare al meglio l’anniversario del primo voto alle donne italiane il Comitato Resistenza, presieduto da Nino Boeti, ha organizzato una serie di quattro incontri diretti agli studenti delle scuole piemontesi che si svolgono tra maggio e ottobre con la partecipazione diretta di ex partigiane in dialogo con alcune donne di primo piano del panorama sociale, professionale e culturale di oggi. Gli incontri sono arricchiti da letture, proiezioni di video e intermezzi musicali. Un momento di testimonianza delle lotte sostenute 70 anni fa dalle donne durante la guerra e la Resistenza e di confronto con le donne degli anni Duemila che si trovano a dover fronteggiare ogni giorno altri nuovi ostacoli. Il 6 marzo, in occasione della Festa della Donna, alla Casa della Resistenza di Fondotoce (Vco) il Comitato ha promosso la presentazione dello spettacolo teatrale “Ma la fortuna dei poveri dura poco. Diario di Carolina Bertinotti”. L’8 marzo, nella stessa sede si è anche svolto un incontro intitolato “Donne del nostro mondo”, con un’intervista a Giancarla Codrignani.http://goo.gl/dAJEUy

Una lingua che rispetti il genere

L’8 marzo, alla Cavallerizza di Torino, si è tenuto il convegno intitolato “Io parlo non discrimino”. L’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale ha approvato una Carta d’intenti che recepisce i principi e i valori del linguaggio di genere, e che si applicherà alle attività amministrative e di comunicazione dell’intero Ente. Il documento è stato condiviso con la Giunta regionale, il Comune e la Città metropolitana di Torino e l’Università degli Studi di Torino. La Carta d’intenti recepisce gli stimoli emersi a livello nazionale e internazionale, a seguito delle numerose iniziative per l’eliminazione delle forme discriminatorie nel linguaggio dal punto di vista di genere. Prima l’Unesco e poi, nel 2008, il Parlamento europeo hanno elaborato linee guida per la neutralità del linguaggio, per eliminare il sessismo linguistico e per promuovere un uso corretto del linguaggio senza discriminazioni di genere. Anche in Italia sono stati effettuati numerosi studi al riguardo, fino ai recenti lavori di Cecilia Robustelli, linguista dell’Università di Modena, che ha preso parte all’evento. Su questo tema il Consiglio regionale del Piemonte ha recentemente approvato una mozione che impegna l’amministrazione a superare le forme discriminatorie nel linguaggio di genere. “Mi piacerebbe che questa esperienza — ha commentato il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus — potesse rappresentare una piccola svolta nell’attività ordinaria del Consiglio. Vorrei portare la nostra esperienza all’attenzione della Conferenza nazionale delle Assemblee affinché possa fare scuola e potenziare gli effetti dell’impegno che insieme ci siamo assunti”. n

Contro la violenza

Dal 16 febbraio il Piemonte ha la sua legge contro la violenza sulle donne. In quella data la legge n. 4 del 2016, “Interventi di prevenzione e contrasto della violenza di genere e per il sostegno alle donne vittime di violenza ed ai loro figli”, — è stata approvata a maggioranza dal Consiglio regionale. La nuova norma amplia il quadro delle disposizioni già esistenti per l’inserimento socio-lavorativo delle donne vittime di violenza, la sperimentazione di interventi per gli autori della violenza, la formazione degli operatori dei servizi, le azioni di sensibilizzazione e prevenzione del fenomeno nell’ambito del lavoro, del sistema scolastico, educativo e del tempo libero, con una costante e specifica attenzione anche alla presenza di eventuali minori vittime di violenza assistita. La legge prevede inoltre l’esenzione dal pagamento del ticket sanitario per le donne che abbiano subito violenza e l’istituzione del Codice rosa, con l’attivazione nei Pronto soccorso di una èquipe multidisciplinare per le vittime di violenza. Per finanziare la legge sono stati stanziati 500mila euro.

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La danza ha segnato la nostra emancipazione

Arrivata in Italia nel 1947 dall’Ungheria al seguito del padre (Ernst Erbstein Egri, allenatore del Grande Torino, morto a Superga nel 1949), la ventunenne Susanna Egri aveva già in tasca un diploma di danza classica. Questa fortissima passione ha guidato tutta la sua vita, fino ai suoi attuali 90 anni che la vedono comunque ogni giorno nel ruolo d’instancabile ed esigente maestra di danza e coreografa della Compagnia internazionale EgriBiancoDanza.

Che impressione ebbe dell’Italia al suo arrivo?

Mi colpì l’arretratezza del paese, anche in senso culturale. Era appena finita la guerra e c’era un grande desiderio di costruzione di un mondo nuovo. Per le donne è stato un momento importante: durante la guerra, per necessità, avevano lavorato al posto degli uomini, occupando ruoli inusuali per loro. In Italia erano sempre state soltanto viste come spose, madri e angeli del focolare. Mi sembrava incredibile che le donne in Italia avessero potuto votare solo nel 1946, mentre nel mio paese e nella maggior parte dei paesi del mondo, questo diritto era già acquisito da molto tempo.

Nel suo lavoro di danzatrice e coreografa che ruolo hanno avuto le tematiche femminili?

Allora nel settore della danza in Italia c’era molto da fare. La ballerina era per antonomasia una donna equivoca. La coreografia, l’arte di comunicare attraverso i movimenti del corpo, non esisteva: la ballerina era solo un’interprete. Io ho portato la cultura e l’arte della danza nelle case della gente attraverso la Tv, che nasceva in quegli anni a Torino. Nel 1975 ho creato il balletto “Condizione donna” per il Festival di Parigi; l’opera presentava i vari aspetti dell’essere femminile: la donna attraente, quella rimasta chiusa nel suo ruolo tradizionale e anche quella destinataria di una nuova libertà, a volte difficile da gestire. Secondo me la donna può essere il motore del cambiamento: non deve cercare di essere come l’uomo, ma essere diversa e forse anche migliore dell’uomo.

L’arte della danza è rivolta esclusivamente alle donne?

Assolutamente no. La danza è alfabetizzazione del corpo, sia maschile sia femminile. Nella mia scuola, da sempre, ci sono maschi e femmine. Molti danzatori, oggi famosi in tutto il mondo, sono usciti da questa scuola e hanno lavorato nella mia Compagnia. Un tempo soltanto gli uomini potevano danzare sul palcoscenico e all’occorrenza si travestivano. Già Filippo d’Agliè, alla corte di Cristina di Francia nel ‘600, era coreografo e ballerino egli stesso. A fine ‘800, durante il Romanticismo, sono nate le scarpette con le punte per rendere la ballerina più leggera ed eterea. Oggi le punte si usano molto meno e la danza, anche in Italia, è adatta a tutti, maschi e femmine, ragazzi e adulti e serve a conoscere il proprio corpo, la mente e lo spirito.

www.egridanza.com

Il diritto di lavorare fu quasi provocazione

Marisa Ombra, classe 1925, nata ad Asti, giovane partigiana nelle Langhe, fondatrice dell’Udi (Unione donne italiane). Oggi scrittrice e vicepresidente nazionale dell’Anpi.

Nel dopoguerra le donne cosa pensavano del diritto di voto?

Sembrerà strano, ma come tutte le ragazze entrate a 18 anni nella Resistenza, al referendum monarchia/repubblica io non ho votato. E nemmeno alle elezioni dell’Assemblea Costituente. La notizia del decreto del febbraio ’45, che riconosceva il voto anche a noi, la appresi molti mesi dopo la Liberazione. Nelle Langhe, dov’ero io, non arrivavano i giornali. Negli ultimi mesi i rastrellamenti erano feroci e continui, i crinali erano coperti dalla neve, farsi strada nei boschi era faticosissimo e l’alimentazione a base di castagne e verze non era l’ideale. Per quanto sognassimo la Liberazione, noi ventenni non avevamo la minima idea di cosa sarebbe successo ‘dopo’, da dove avremmo dovuto incominciare per rifare l’Italia. Finita la guerra ci gettammo nel lavoro “pancia a terra”: riunioni di caseggiato, piccoli comizi in strada, distribuzione di volantini porta a porta. Si entrava nelle case, specie la domenica mattina: il marito che si faceva la barba, la moglie che cucinava e teneva a bada i bambini. Qualche volta ci veniva chiusa la porta in faccia, ma in generale c’era moltissima curiosità.

Dopo la Liberazione, le donne cambiarono?

Il primo congresso nazionale dell’Udi nel novembre 1945, riunì le delegate di circa 450mila donne e “Noi Donne”, il giornale dell’Udi, era diffusissimo. Per le donne fare politica era qualcosa di misterioso e raramente si mettevano in primo piano. Erano impacciate e timide. D‘altra parte ancora negli anni ’60 accadeva che nelle riunioni qualcuno si alzasse a dire “a noi ci ha rovinato il voto alle donne”. Sostenere che le donne avevano il diritto di lavorare era quasi una provocazione, si sentiva dire: “la donna che lavora ruba il posto a un padre di famiglia”.

La libertà si traduce ancora in molti casi di discriminazione, sfruttamento e violenza, perché?

Resta difficile da sradicare l’idea che la donna sia di proprietà dell’uomo. Non se ne accetta l’autonomia, come dimostrano i femminicidi che vediamo ogni giorno. Quasi una vendetta per i passi avanti compiuti dalle donne che si sentono libere. Molto di quel che è stato fatto (per merito soprattutto delle associazioni femminili) negli ultimi anni è stato disfatto. Ricordo, per esempio, che negli anni ’60 noi dell’Udi organizzammo una campagna potente per vietare il “licenziamento per causa di matrimonio”. Oggi le donne devono firmare le dimissioni in bianco se vogliono avere figli… Il cosiddetto “soffitto di cristallo” non è stato ancora sfondato, ma ha molte crepe. Le abbiamo procurate noi con le nostre battaglie, ma, nonostante le straordinarie intelligenze femminili che operano in settori che mai avremmo immaginato, resta un sospetto tenace sull’inferiorità della donna. (mc)

www.anpi.it

La parità? L’ho imparata dalla mia famiglia

Cesarina Bordone, nata a Torino nel 1926, nel ’45 si iscriveva al Politecnico, facoltà di Ingegneria elettronica, laureandosi nel 1950. Una delle prime donne ingegnere in Italia, ha svolto importanti studi sull’acustica.

Come ha vissuto il primo voto alle donne?

Come una cosa giusta e normale. La parità tra uomo e donna l’ho imparata in casa, all’interno della mia famiglia. In occasione delle prime elezioni non avevo ancora l’età per votare, ma prestai servizio come scrutatrice. E pensai: finalmente!

Cosa ha significato per una donna, in quegli anni, frequentare il Politecnico?

Ero l’unica donna tra circa 300 studenti maschi. Al liceo ero in una classe mista, ma intorno ai 14–15 anni i ragazzi partirono quasi tutti a causa della guerra. Rimanemmo solo noi ragazze. Quando arrivai al Politecnico ricordo i resti dell’ottava armata polacca. Molti giovani italiani, che erano stati in guerra o si erano nascosti, riprendevano in quei giorni a studiare. La facoltà era molto affollata per questo motivo ma non mi sono mai sentita a disagio, né qualcuno mi ha mai mancato di rispetto. Ero molto determinata e probabilmente trasmettevo questa mia sicurezza.

Come è nata la passione per l’ingegneria?

Mio papà era ingegnere meccanico, mi ha trasmesso lui questa passione. Lo aiutavo eseguendo a matita le operazioni che doveva fare lui. Ma non nascondo che era un po’ preoccupato per me. Mi disse: “Sei un pulcino, ti schiacciano. Scegli fisica, piuttosto”. Gli dissi di sì, ma poi mi iscrissi a ingegneria. Mia sorella invece scelse una strada diversa: si sposò giovanissima e non proseguì gli studi.

Dopo l’Università, la carriera di ricercatrice presso l’Istituto elettrotecnico nazionale Galileo Ferraris e poi la libera docenza. Come intraprese questa carriera?

Fu un caso fortunato. Appena laureata feci un colloquio in Fiat, ma non mi assunsero. Devo molto a un mio professore, per il quale non nutrivo neppure grande simpatia, che, vedendomi spesso in biblioteca, mi propose una borsa di studio presso l’Istituto, dove poi decisi di rimanere.

Cosa resta da fare oggi, a suo avviso, sul fronte della parità?

Le donne devono meritare la parità ed essere brave almeno quanto gli uomini. Abbiamo un compito molto importante, quello di allevare i figli. Siamo noi che educhiamo le future generazioni e alcune donne sono colpevoli perché, da madri, preferiscono il figlio maschio. Così sono loro stesse a creare uno squilibrio. Ho visto molte donne nella mia vita, che forse anche a causa della dipendenza economica, hanno vissuto involontariamente succubi del marito, quasi vittime della situazione familiare. La parità parte da noi che dobbiamo avere consapevolezza e trattare gli uomini come nostri pari. (em)

Costrette a scegliere tra figli e carriera

Mariella Enoc, classe 1944, imprenditrice e manager nel campo della sanità, è stata la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente di Confindustria Piemonte e vicepresidente della Fondazione Cariplo. Tra le sue molte responsabilità, lo scorso anno è stata chiamata da Papa Francesco, per il tramite del Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, alla guida del Bambin Gesù, l’ospedale pediatrico della Santa Sede, tra le maggiori eccellenze sanitarie del mondo.

Quanto ha influenzato, nel suo percorso, il fatto di essere donna?

Ho seguito il mio percorso con determinazione e con il desiderio di fare bene. Se sono stata penalizzata perché donna, non me ne sono accorta. Ho scelto d’intraprendere la professione d’imprenditrice e manager nel campo della sanità e mai ho pensato che il fatto di essere donna significasse dover conquistare qualcosa di particolare o dover lottare in maniera diversa. Quando ho assunto la responsabilità di guidare il Bambin Gesù qualcuno mi ha fatto notare che il Papa aveva deciso di nominare una donna presidente, ma questa è l’immagine che viene percepita all’esterno. Se immaginassi di essere stata chiamata solo perché donna l’avvertirei come umiliante. Non sei innovativo perché scegli una donna, sei innovativo perché scegli la persona giusta.

Cosa resta da fare oggi?

Molte volte in questi anni mi sono posta il problema. Io ho scelto di non avere una famiglia. Mi sono innamorata della mia professione e non ho più saputo guardare oltre: avevo una meta diritta e chiara davanti. Ho avuto anche vantaggi, perché la remunerazione della mia professione mi ha permesso di avere molti aiuti. Ma per la maggior parte delle donne non è così. Spesso si è costrette a scegliere tra famiglia e carriera, e questa è una vera violenza. È giusto che oggi ci siano delle protezioni perché le donne possano essere più partecipative a tutti i livelli della società civile.

Attraverso quali strumenti?

Penso a risposte concrete, come il telelavoro, gli asili nido aziendali ma anche ai centri diurni per anziani di prossimità, vicini al posto di lavoro. Sulla donna non gravano solo le responsabilità dei figli, ma anche quelle dei genitori anziani. Anzi, quando una donna ha dei figli spesso può contare su una rete di protezione, che con gli anni cede. Penso inoltre che vada migliorata la cultura del rapporto tra uomo e donna, non in modo aggressivo, ma di relazione, ponendoli sullo stesso piano. Infine dobbiamo diffondere questa cultura in tutti i paesi del mondo. Il percorso compiuto in questi 70 anni è stato epocale per le donne italiane. Molto però resta da fare. (em)

Oltre il voto in rosa

LE DONNE IN ITALIA ANDARONO PER LA PRIMA VOLTA ALLE URNE 70 ANNI FA. UN TRAGUARDO, MA ANCHE UN PUNTO DI PARTENZA PER TANTE ALTRE BATTAGLIE. LA RIFLESSIONE DI QUATTRO CONSIGLIERE NEL FORUM DI NOTIZIE

di Elena Correggia

A 70 anni dal suffragio universale femminile in Italia, quale bilancio si può tracciare della partecipazione delle donne alla vita politica del paese? Quali le disparità tuttora da colmare? Notizie lo ha chiesto in una tavola rotonda all’assessora alle Pari opportunità Monica Cerutti, alla vicepresidente del Consiglio regionale Daniela Ruffino, alla presidente della Consulta delle elette Stefania Batzella e alla presidente della Commissione Ambiente Silvana Accossato. Ecco una sintesi dei loro interventi.

Cerutti: Sono stati fatti grandi passi avanti a livello politico mentre ancora molto rimane da fare in tema di occupazione e differenze salariali. Se si guarda all’indicatore del Global gender gap (stilato dal World Economic Forum, ndr), l’Italia nel 2015 si è infatti collocata al 41° posto su 145 Stati guadagnando 28 posizioni in un anno, soprattutto grazie alla crescita della rappresentanza politica. Il paese tuttavia è ben più indietro, ovvero al 111° posto, se però si valuta solo il sottoindicatore della partecipazione femminile alla vita economica, segnale anche della carenza di servizi di supporto ad esempio per le madri che lavorano. Ritengo che per superare le disparità di genere esistenti non bastino le leggi ma sia necessario anche un cambiamento culturale in tutti gli ambiti della società, per far capire come la presenza femminile determini una qualità diversa delle decisioni. Perché ciò avvenga è importante che anche noi donne diventiamo più consapevoli della nostra autorevolezza e non aspettiamo che ciò avvenga attraverso il riconoscimento maschile.

Ruffino: Bisogna parlare ai giovani di questo anniversario perché comprendano l’importante cammino compiuto e il contributo delle donne di allora. Ora, però, rimane il dato preoccupante sull’occupazione femminile, perché l’Italia è solo al 69° posto nell’Unione europea. Ciò significa che le donne hanno meno opportunità e faccio un appello agli amministratori affinché destinino più risorse per servizi come gli asili e le case di riposo, in modo che le donne possano essere supportate nel quotidiano e siano più libere di cercarsi un lavoro o di dedicarsi alla politica, se desiderano. Un altro problema è rappresentato dall’astensionismo, anche in gran parte femminile. Sembra non ci si renda conto di quanto si sia lottato ieri per rendere possibile quel voto. Perché le donne tornino alle urne bisogna allora parlare alla loro concretezza: serve una politica chiara, immediata, che affronti i problemi e sia in grado di dare risultati. Solo così le battaglie di 70 anni fa non saranno state vane.

Batzella: Dal 1946 la donna ha ottenuto il diritto di votare e di essere votata e in questi 70 anni si è proseguito il percorso dell’emancipazione femminile, ma la strada è ancora lunga, specie per le discriminazioni presenti nel mondo del lavoro. Se poi pensiamo alle differenze di aspettative, nel ’46 le donne uscivano dal dramma e dalle fatiche della guerra e si avvicinavano al voto con entusiasmo e grandi speranze. Oggi, invece, assistiamo a una forte disaffezione verso la politica, anche delle donne. Certamente per combattere l’astensionismo bisogna che la politica ricordi di essere al servizio dei cittadini e non il contrario. Penso infine che serva più unione e collaborazione fra le donne, fondamentale per mantenere i diritti che abbiamo e per incrementarli, lavorando anche a livello normativo sulle leggi obsolete.

Dobbiamo impegnarci tutte, specie noi donne che facciano politica, affinché si raggiungano parità di diritti, rispetto e uguaglianza. Solo così si compirà quel cambiamento culturale che tanto auspichiamo.

Accossato: Molte giovani tendono a dare per scontato o a non riflettere sul proprio diritto di voto e invece è bene ricordare questo anniversario, che vide peraltro l’Italia arrivare in ritardo fra i paesi occidentali. Poiché la società è composta da uomini e donne, laddove si assumono decisioni e si governa si deve mantenere questo equilibrio con entrambi i punti di vista. Sono quindi favorevole alle politiche e alle leggi che garantiscono la presenza delle donne nei luoghi delle decisioni.

Il Parlamento negli ultimi anni ha recepito queste istanze con la modifica della Costituzione e leggi specifiche sulle assemblee elettive, compresi i Consigli regionali, che impongono una soglia minima di rappresentanza femminile. Ritengo molto positiva anche l’approvazione della legge Golfo-Mosca del 2011 sulle quote di genere nei consigli di amministrazione. C’è tuttavia ancora molto da lavorare a livello legislativo per rendere effettiva la parità di accesso in molti ambiti professionali. n

Il canale Medium ufficiale del Consiglio regionale del #Piemonte, dove raccogliamo notizie e approfondimenti. I video su http://www.crpiemonte.tv

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