Viaggio a Mauthausen #1

di Mario Bocchio

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Mauthausen, foto di Paolo Siccardi

Si parte da Torino con destinazione Mathausen, Alta Austria, il luogo tristemente conosciuto per il lager nazista.
Lo scopo del viaggio di quarantanove studenti e otto insegnanti di nove istituti superiori del Piemonte, è soprattutto quello prima di capire, poi di riflettere.
Si conclude l’annuale progetto di storia contemporanea, promosso dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte in collaborazione con la Direzione generale dell’Ufficio scolastico piemontese. Gli studenti si sono distinti con i loro lavori nel corso della trentaquattresima edizione del progetto di storia contemporanea.
Le circa dodici ore di autopullman non sono solo sufficienti ad ammirare il Brennero maculato di neve — condizione atmosferica insolita per essere nella seconda quindicina di maggio -, ma anche per pormi e per porci ancora una volta un interrogativo. Ci sono domande alle quali però non riusciamo a dare risposte adeguate. A volte ci rassegniamo e finiamo per dimenticare quello che volevamo sapere; ma a volte la domanda non ci lascia in pace e prima o poi ritorna. È successo anche questa volta.
C’è una domanda che non mi ha mai abbandonato da quando, tanto tempo fa, decisi di dedicarmi allo studio di questa parte di storia, una domanda per la quale ho cercato con insistenza una risposta: com’ è possibile che un popolo che ha prodotto opere di estrema elevatezza morale, ricche di sensibilità e di amore universale, lucide e rigorose nell’analizzare le debolezze ed i lati oscuri della persona, abbia potuto generare e tollerare uno dei più gravi misfatti dell’umanità: l’annientamento dell’uomo nei campi di sterminio?
Me lo sono chiesto ripetutamente: com’ è possibile che un popolo generoso, ligio ai propri doveri e rispettoso dei diritti altrui, che considera sacra l’amicizia ed ama la natura non abbia fatto nulla per impedire o contrastare avvenimenti che calpestavano i suoi principi? Allora forse è vero, come è stato detto spesso, che i cittadini tedeschi “non sapevano nulla”?
Ho sempre cercato una spiegazione e ho sempre voluto una risposta sincera. Ho iniziato così ad interrogare proprio loro, i tedeschi, ogni volta che mi sembrava di raggiungere una confidenza tale da permettermi questa domanda.
La mia domanda è infatti sempre stata spudoratamente precisa. Però non si trattava tanto di impudenza o arroganza, come qualcuno mi faceva notare, quanto semplicemente di incoscienza; si trattava certamente anche di mancanza di tatto, dovuta ad ignoranza. Non sapevo, infatti, e non capivo perché per i tedeschi fosse così difficile parlare del nazionalsocialismo. A quel tempo in Italia noi studenti discutevamo senza problemi del passato che non ci apparteneva: fascismo, Resistenza, errori dei genitori … I nostri nonni e genitori raccontavano quasi sempre senza imbarazzo quello che avevano vissuto e le scelte che avevano fatto.
Non riuscivo a capire perché invece in Germania l’argomento fosse così sgradito, come mai fosse così difficile parlare di un passato che, per quanto brutto, mi sembrava comunque superato. “Noi non c’entriamo con quel passato”, era la risposta più frequente da parte dei miei coetanei. “Non abbiamo colpa di quello che è successo prima di noi.” ”Vogliamo guardare avanti, ci interessano di più il nostro presente ed il nostro futuro.”
Mi sembrava evidente che non ne avessero mai parlato né in famiglia, né tra di loro e che non avessero voglia di parlarne, tanto meno con uno straniero. Ho capito che il loro passato non era niente affatto “superato”, ma piuttosto evitato, o volutamente rimosso.
Eppure solo qualche anno prima, appresi in seguito, quegli stessi giovani avevano mostrato ben altro atteggiamento. Anche la Germania, come tutta Europa, aveva avuto il suo il Sessantotto, il periodo della ribellione, della contestazione globale, dell’ansia di liberarsi dalla rigidità del conformismo e delle regole consuete. In quegli anni i giovani tedeschi avevano però motivi ben più pesanti dei coetanei europei per rivoltarsi contro le generazioni precedenti, che consideravano colpevoli di avere sterminato milioni di concittadini e di avere perso la guerra in modo catastrofico.
Rinfacciavano ai loro genitori di essersi macchiati di crimini orrendi e di essersi attirati l’odio ed il disprezzo dell’umanità. Molti giovani sospettavano i propri genitori di aver collaborato a quei crimini, di averne approfittato e beneficiato e, nel minore dei mali, di avere comunque tollerato e taciuto. Capitava, come mi hanno riferito con vergogna e dolore anziani tedeschi, di sentirsi chiedere con rabbia dai propri figli se le lampade del loro appartamento fossero fatte con la pelle di ebrei, se ci fossero in casa oggetti appartenuti ad ebrei, avuti a prezzo irrisorio da gente in fuga, barattati o ricevuti direttamente dai campi di concentramento. Il conflitto fra genitori e figli deve essere stato terribile in quegli anni, o forse era già iniziato molto prima: i giovani tedeschi non riuscivano a superare un passato che sentivano ingombrante ed ineluttabile, imposto dai vincoli di sangue.
Negli anni successivi, durante ulteriori soggiorni più o meno lunghi in Germania, si è confermata la mia impressione che il nazionalsocialismo e la persecuzione degli ebrei fossero, per i tedeschi, argomenti tabù, velati di sospetto e di imbarazzo. E, soprattutto, i tedeschi non erano disposti a parlarne con chiunque. Io ho continuato a chiedere, sebbene con più prudenza, con più tatto, solo se “sentivo” una certa disponibilità e confidenza; volevo sinceramente capire, volevo sapere per comprendere, non certo per giudicare. Per avvicinarmi alla “verità”, tuttavia, avevo compreso che dovevo cercare gli interlocutori fra i diretti testimoni, dovevo parlare con gli anziani che avevano vissuto in Germania in quel periodo, non con i loro figli e nipoti miei coetanei. Ci ho provato.
Qualcuno mi ha detto chiaramente di non voler parlare di questo problema, perché è impossibile capire e giudicare obiettivamente oggi la situazione di allora. Da persone anziane e da vecchi ho sentito storie toccanti, raccontate a volte con trepidazione e prudenza, a volte con ostentato distacco, ma quasi sempre con l’emozione di chi rivive sensazioni forti ed indelebili, dolorose o imbarazzanti. Ognuno conservava una sua personale esperienza del periodo nazista. C’era chi aveva avuto parenti in carcere o ai lavori forzati perché iscritti in partiti di sinistra; chi era stato costretto a rinchiudere un giovane fratello debole di mente in casa di cura, per ricevere da lì a poco l’avviso di un improvviso decesso; chi aveva visto scomparire un po’ alla volta i vicini di casa ebrei e credeva (o voleva credere) che se ne fossero andati spontaneamente; chi, allora giovane studente, era stato ripreso severamente dal professore, solo perché aveva chiesto notizie di un compagno di classe ebreo che non era più venuto a lezione.
Si tratta di esperienze accennate, più che raccontate, mai dettagliate ed ostentate. In queste storie ho avvertito spesso un senso di impotenza, la consapevolezza di non aver avuto il coraggio di chiedere spiegazioni, la tristezza e la rabbia di aver avuto paura, l’ammissione di aver sempre e solo accettato ed ubbidito. “Ma sì, qualche notizia trapelava, giravano delle voci, anche se non si poteva, non si osava chiedere nulla, ma quello che realmente succedeva agli ebrei, no, no, quello non si sapeva!”
Da qualche tempo ho smesso di chiedere: sono consapevole che l’argomento può evocare ancora sensazioni e ricordi spiacevoli, pudore o reticenze non voluti, inquietudini e rancori non assopiti. Che diritto ho io, di forzare ricordi, di frugare nelle intenzioni, di estorcere ammissioni di colpa o suscitare reazioni di difesa? È una violenza che oramai evito. Non si tratta, tuttavia, di ignorare la questione, quanto piuttosto di trattarla cambiando la prospettiva, rivolgendo lo sguardo al presente e al futuro anziché al passato.
E sono certo è proprio quello che faranno oggi i nostri giovani studenti piemontesi varcando l’ingresso di Mauthausen. Quando verrà ancora spontaneo domandarci: Dio è morto davvero a Mauthausen o ad Auschwitz, o in tanti altri luoghi simili? Ed ancora: dov’era Dio a Mauthausen o ad Auschwitz, o in tanti altri luoghi simili?
“I campi di sterminio rappresentano l’immagine più vera della fine della nostra epoca, la fine della nostra civiltà, dal Medioevo in poi, perché dipingono in modo autentico, e con accuratezza, la verità che il Dio della civiltà occidentale è morto” ha scritto James Hillmann ne “La politica della bellezza” (Moretti & Vitali, 1999).
Come scriveva Primo Levi, “È accaduto un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più”.

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