Viaggio a Mauthausen #2

di Mario Bocchio

Image for post
Image for post

Piove, il cielo plumbeo ti crea ancora di più la condizione di trovarti come in un girone infernale. L’erba fradicia crea la sensazione come se nell’aria ci fosse ancora l’odore della morte.
“Fortezza… Contemporaneamente fortino e acropoli, muraglie gigantesche. Granito e cemento armato dominanti il Danubio: strani speroni coperti da cappelli cinesi; fili spinati e porcellana intreccianti un’insuperabile rete elettrica di protezione. Sì! La più formidabile cittadella costruita sulla Terra dal Medio Evo. Mauthausen. Mauthausen in Austria. Mauthausen dai 155.000 morti”.
Agli studenti piemontesi e ai loro insegnanti (e a me compreso) le maledette vestigia del lager di Mauthausen hanno fatto la stessa sensazione descritta dal poeta giornalista e scrittore francese Christian Bernadac.
La nostra guida, un istriano dal cappello stile cowboy, spiega che durante la Prima guerra mondiale gli austriaci aprirono un primo campo per prigionieri proprio a Mauthausen per lo sfruttamento della cava di Wiener-Graben, un granito usato per pavimentare le strade di Vienna. In esso russi, serbi e anche italiani, raggiunsero la cifra di 40.000 internati, e circa 9.000 di loro vi persero la vita, tra i quali 1.759 nostri connazionali che vi morirono di fame e stenti. Un cimitero di guerra internazionale è dedicato alla loro memoria. La visita a sembra colpire molto i giovani studenti — vincitori del progetto di storia contemporanea, promosso e finanziato dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte in collaborazione con la Direzione generale dell’Ufficio scolastico piemontese -, tanto che molti non fanno nulla per nascondere gli occhi umidi per una stilla di lacrima. Umana pietà da parte di chi ha avuto la fortuna di non vivere da vicino una guerra e di godersi in pieno la libertà, oggi più che mai, magari nella convinzione di volere tutto e subito.
Non interessa sentire il campionario delle angherie e delle tecniche di vessazione e di eliminazione che allora videro da una parte i tedeschi regredire al rango di bestie senza freni inibitori, e dall’altro i detenuti soccombere, dopo essere stati privati della loro dignità di persone umane, dopo essere stati ridotti a semplici numeri. Un combattimento ad armi impari. Non ci interessa perché è il solo fatto che vennero annientate delle vite il nocciolo della questione. Il come è solo macabro e tristissimo di più.
Ad un tratto decido di lasciare il gruppo per camminare da solo lungo il muraglione sormontato dal filo spinato originale dell’epoca. Il maltempo ha praticamente annullato le visite, oltre al nostro gruppo solo alcuni stranieri che non parlano tedesco.
Chiudo gli occhi e il silenzio diventa sempre più angosciante. Torna a rimbombarmi nella testa la domanda: Dio è morto davvero a Mauthausen o ad Auschwitz, o in tanti altri luoghi simili?
Dio è morto in questi luoghi. Dopo l’Olocausto non c’è più posto né senso per Lui sulla terra. “Dov’era Dio ad Auschwitz?”, si è chiesto Elie Wiesel, scrittore statunitense di cultura ebraica. Rispondendosi: “Dio non era se non là”. È dunque morto con gli ebrei nel campo di sterminio. “Nelle camere a gas — spiegò nel 1967 lo stesso Wiesel -, è avvenuta un’incalcolabile cesura. Per la prima volta l’alleanza con Dio si era rotta, con terribili implicazioni teologiche”.
“Per la prima volta — ha chiosato Barbara Spinelli -, non solo l’uomo aveva fallito ma Dio si era dimostrato indifferente”. “Per la prima volta”: ma è stato davvero la prima volta nella storia del mondo che il dolore causato da un’ingiustizia assoluta ha insanguinato la terra nell’indifferenza di Dio? È stata davvero la prima volta che degli innocenti sono stati massacrati nel silenzio assordante di Dio? Massacri, genocidi o anche assassinii solitari: quante volte è apparso agli uomini che Dio avesse abbandonato il mondo alle atroci imposture del male?
Per la prima volta un evento storico trascende il piano teologico e metafisico, e si erge anzi a giudice e notaio della sua insussistenza; nessun disegno di Dio ci può essere nell’Olocausto: semmai c’è il certificato del suo decesso scaturito dalla prova della sua impotenza.
La Memoria oggi non è la facoltà e la volontà di ricordare il passato, ma è la memoria dell’Olocausto nella desertificazione di ogni altra memoria. Coltivare la memoria, nella società come nella scuola, assume oggi un solo significato. C’è chi dice che il monopolio della Memoria sia il frutto estremo di un monoteismo scivolato nella storia. E poi c’è “L’industria dell’Olocausto”, come l’ha chiamata un coraggioso storico ebreo, Norman Finkelstein. Che ha precisato: “C’è la commercializzazione dell’orrore e la speculazione intorno a quell’evento. Se fossi reduce di Auschwitz o figlio di ebrei morti nel lager, avvertirei nausea, vomito e rabbia davanti alla quotidiana ostentazione dell’orrore, all’ossessivo abuso di quelle immagini per ingaggiare lotte politiche, per esigere risarcimenti economici, per giustificare odierni conflitti territoriali. Mi sentirei offeso a vedere una tragedia collettiva usata nel quotidiano, mescolata nel sacro e nel profano, per dichiarare morto Dio e vivo il debito”.

Image for post
Image for post

Non avevo mai visto da vicino un lager, e confesso di essere rimasto turbato. Fa comunque male vedere un orrore del passato (assolutamente da non dimenticare) brandito come una spada nel presente e una maledizione per l’umanità (sì, qualcosa di più di un ammonimento, di una minaccia): per criminalizzare qualcuno basterà dirgli che così cominciò anche Hitler. Una parola basta per condannare un uomo, un movimento, un popolo, perché in principio dell’Olocausto ci fu il Mein Kampf, e poi la parola sterminatrice, l’ordine di Hitler per la Soluzione finale.
Tutto cade in prescrizione, perché nessuno è uguale a se stesso, ognuno può chiamarsi fuori dalla sua identità e dalla sua provenienza. C’è solo un passato che non passa per la semplice ragione che non appartiene alla sfera del tempo ma a quella dell’assoluto: il campo di sterminio. È il male assoluto, come lo definiva Sartre. Persino la Chiesa cattolica che ha duemila anni di storia, centinaia di santi e di martiri, cumuli di orrori subiti ed altri avallati, è ormai giudicata, con i suoi santi e i suoi papi, in una specie di Norimberga metafisica e permanente sulla base del suo atteggiamento nei confronti delle vittime del Male Assoluto nazista. Il mondo si divide metafisicamente in due: coloro che hanno passato l’esame di Auschwitz e coloro che non lo hanno passato.

Image for post
Image for post

Chi è scampato da quell’orrore o chi ha lasciato un pezzo della sua vita attraverso la vita perduta di chi è caro, ha ragione di assolutizzare quel male nella propria esperienza: pari legittimità dovrebbe avrebbe chi scampato da altro orrore o coinvolto per altre vite a lui care (le foibe, il gulag, la bomba atomica o altra apocalissi) ritenesse quell’evento decisivo, il segno supremo del destino che bussa nella sua esperienza di vita.

Image for post
Image for post

Terminata la visita a Mauthausen, è stata la volta di ciò che rimane di Gusen: un Memoriale ricorda che nell’area c’è stato un campo di lavoro, visto che quel terreno è oggi diventato un insediamento residenziale.
Nel 1940 venne aperto il sottocampo di Gusen I a cinque chilometri di distanza da Mauthausen, a cui seguirono Gusen II e Gusen III. Anche qui sofferenze e morte.

Image for post
Image for post
Auschwitz. Foto di Paolo Siccardi

Dopo Auschwitz e Mauthausen l’unico assoluto nella storia del mondo resta infatti la morte. Ogni altro argine e barriera rispetto alla morte è infranta: non c’è Dio, non c’è resurrezione, non c’è redenzione ad Auschwitz e Mauthausen. Sono state eliminate tutte le possibilità di scavalcare la morte; in questi luoghi è stata eletta la morte a regina incontrastata della vita. Si muore e basta e per i superstiti c’è solo un lutto infinito, che non cade mai in prescrizione. Quel passato non può passare per la semplice ragione che non appartiene alla storia ma alla metafisica. Ed è giusto che sia così, è coerente: perché è il lutto della morte di Dio. La condizione del nostro tempo è un’immensa agonia,
è la prosecuzione all’infinito dell’orrore di Auschwitz e di Mauthausen. Agonia dolce, rimandata grazie alla tecnica, resa lieve grazie ai sedativi della scienza e del progresso, obliata grazie alla capacità di dimenticare tutto eccetto l’Olocausto.

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store